Conferenza pronunciata dalla Signora Le Monnier (Centro Del Lenguaje, Madrid) al IV Congresso Internazionale di Audio-Psico-Fonologia, Madrid, 1974*.*

A proposito di un caso d’autismo — la storia di José, sei anni, primo caso d’autismo grave ricevuto al Centro Del Lenguaje di Madrid nel gennaio 1973. Racconto clinico di un intervento audio-psico-fonologico con voce materna filtrata e parto sonico: miglioramento spettacolare dopo qualche settimana, poi regressione drammatica legata alla decompensazione dell’ambiente familiare. Al di là del caso, una perorazione per la presa in carico globale — il bambino, la madre, il padre e il contesto — senza la quale la tecnica non basta.

Il Centro Del Lenguaje di Madrid

È nel quadro di un’esperienza ancora del tutto giovane — che mi piacerebbe presentarvi — che ha luogo l’osservazione di un caso clinico effettuata al Centro Del Lenguaje di Madrid. Anzitutto, mi sarebbe gradito dirvi qualche parola su tale Centro che ha aperto le proprie porte nel gennaio 1973, vale a dire poco più di un anno fa.

Qualche statistica vi darà anzitutto uno scorcio di ciò che facciamo e dei differenti tipi di pazienti che riceviamo.

  • La dislessia e i disturbi scolastici vengono assai nettamente in testa, giacché otteniamo una cifra del 38,3% dei casi. Abbiamo messo a parte volontariamente le mancinerie che rientrano tuttavia in larga parte nelle difficoltà scolastiche — e ne abbiamo raccolto una percentuale del 13,9%.

  • Un certo numero di bambini che raggiunge per i disturbi della comunicazione di tipo autismo, schizofrenia, ritardo del linguaggio, ove otteniamo una cifra del 13,9%.

  • La sordità con una cifra del 9,5%, nei ritardi globali con 8,5%.

  • Abbiamo classificato in disturbo psichico, talune deficienze di genere depressioni nervose, disturbi caratteriali, ecc., per le quali abbiamo raccolto una cifra dell’8,50%.

  • Infine la balbuzie, di cui noi psicologi vi abbiamo già parlato, fa parte delle nostre preoccupazioni per il 7,5%.

Come potete constatare, abbiamo un ventaglio abbastanza largo di casi per poter enucleare certe generalità sui risultati che otteniamo grazie alle tecniche d’educazione audio-vocale che impieghiamo nel nostro Centro. Tengo a precisarvi che applichiamo il metodo del Professor Tomatis, cui ci consacriamo interamente, con nostra grande soddisfazione del resto, come provano i risultati ottenuti.

Il caso di José

Il caso che abbiamo scelto è quello di un bambino di sei anni che presenta importantissimi disturbi della comunicazione, che non abbiamo potuto nettamente identificare a causa dell’enorme varietà dei sintomi esposti. Ci è stato condotto per autismo. Diremo per ora che si tratta di un bambino psicotico di cui cercherò di raccontarvi brevemente la storia, e che denominiamo «il caso di José».

Anamnesi

José è nato il 1° ottobre 1966 a Madrid. È il secondo figlio di una famiglia di due bambini. La madre desiderava una bambina. Confessa di essere stata delusa quando le si mise tra le braccia un fragile bambinello di 2 kg 500. Ancor oggi non nasconde i suoi rimpianti per non aver avuto una bambina al posto di José. Quanto al padre, il sesso del proprio bambino non aveva alcuna importanza. È molto felice di apprendere che fosse un maschio, che ma allora di ciascuno, gli somigliasse molto.

La gravidanza della madre sembra essere trascorsa senza incidenti notevoli, oltre a qualche nausea e vomito durante i primi mesi. José aveva 15 giorni prima del termine: la rottura prematura del sacco amniotico e l’assenza di doglie per circa 24 ore decisero il medico a provocare il parto. È annotato nella cartella del bambino che vi fu un’emorragia alla rottura del cordone ombelicale. La madre ignora se il bambino abbia gridato alla nascita. Non le è stato segnalato nulla d’anormale alla clinica del parto.

L’evoluzione ponderale del bambino pare essere stata soddisfacente. José si è seduto all’età normale. Ha cominciato a camminare verso i dodici mesi. Non v’è ritardo del linguaggio, secondo la madre. Ha lallato, parlato e strutturato le proprie frasi normalmente. Per contro, sul piano caratteriale, si notano grandi difficoltà importanti sin dalla prima infanzia — collere, grida, instabilità, aggressività soprattutto nei confronti degli altri bambini di cui non sopporta la presenza. Tutte queste difficoltà vanno aggravandosi dall’istante in cui comincia il camminare.

José si isola, resta solo in un angolo, rifiuta ogni comunicazione. È significativo far notare che ha un gioco di predilezione che consiste nel tirare sempre i cordoni dei tendaggi, una reminiscenza senza dubbio della sua vita intra-uterina. Non è affettuoso, non pare semble assai indifferente nei confronti del proprio fratello che pare ignorarlo, un fratello maggiore che, lui, si vergogna di lui, che gli rifiuta il proprio affetto, la propria protezione, rifiutandosi di difendere il proprio fratello che, secondo lui, tutti trattano da idiota, da ritardato e da anormale.

Primo bilancio audio-psico-fonologico

Il bilancio audio-psico-fonologico che si pratica il giorno della prima consultazione rivela enormi disturbi d’auto-controllo e problemi relazionali assai importanti. La madre segnala che il proprio figlio ode bene. In realtà, all’esame, si notano difficoltà di ascolto. José si tocca le orecchie continuamente, ama che gli si parli forte. Non sussulta quando gli si urla nelle orecchie. Ha bisogno di una certa energia sonora per mettersi in comunicazione con il mondo esterno. Lo studio dei circuiti di auto-controllo del linguaggio consente di constatare deficienze assai numerose. Il bambino non si ode, non si ascolta. Non controlla ciò che dice, e ben spesso i suoi discorsi sono incoerenti.

L’analisi dei suoni è parimenti difettosa nei confronti delle frequenze verbali che gli pervengono. José non comprende ciò che gli si dice. Ode che gli si parla, ciò che susciterà in lui una risposta ma quest’ultima sovente non ha alcun rapporto con la domanda posta. Un simile atteggiamento spazientisce la madre, la angoscia altresì. Tratta il bambino stesso che non riesce a comunicare con il proprio ambiente. Si rende conto di non essere compreso, né familiare, né scolastico. Si rende conto di non essere compreso, né familiare, né scolastico, ciò che provoca in lui un’aggressività accresciuta nei confronti dei suoi interlocutori.

Non si può dunque parlare in José di sordità ma di importanti difficoltà di ascolto e di auto-ascolto. Quanto al linguaggio, oltre alla stereotipia verbale, allo psittacismo che appare frequentemente, a un’etimologia marcata, si notano disturbi della fonazione: si più la protégrée. Tutti gli atteggiamenti traducono vibrazione e di fonazione: si più della protégrée del timbro e del ritmo. Il flusso verbale è talora scandito, rapido, frettoloso. Il bambino parla forte. La sua voce è aggravata in taluni casi, stridente soprattutto allorché grida. I suoi discorsi sono incoerenti.

Dopo lo studio dei circuiti di controllo dell’audizione e della fonazione, abbiamo affrontato quello della lateralità. José non ha alcun punto di riferimento. È ambidestro. Sa parimenti (un piede male) con la mano destra come con la mano sinistra. I suoi movimenti sono sovente incoordinati, bruschi, mal comandati. Non può situarsi nello spazio, né nel tempo. Sembra perduto quando gli si pongono domande sul proprio domani, ieri, più tardi.

Sul piano affettivo, si constata parimenti un ritardo importante, disturbi profondi. Si tratta di una fissazione infantile con enuresi e onicofagia. La madre ci segnala che José si rosica le unghie delle mani e dei piedi. Nel dominio sessuale, masturbazione intensiva che marca un forte attaccamento materno.

Il comportamento del bambino denota un’instabilità assai grande, un’aggressività nei confronti dell’ambiente, una mancanza d’affetto nel proprio entourage. José non ha alcuna cura di sé. È sporco. Il suo aspetto è trascurato. Ama rotolarsi per terra. Sua madre non ha alcun rispetto per lui né per gli altri. La madre ci segnala che ama giocare con l’acqua, non per pulirsi ma per ragioni che possiamo agevolmente immaginare. In una piscina, dice ella, è un vero pesce nell’acqua. È felice, lo si sente a proprio agio. Le profondità non lo spaventano, si tuffa con timore, è libero e nel proprio elemento. Non appena vede un fiume, una vasca o una fontana, cerca di tuffarvisi, tutto vestito se occorre. Come tutti gli schizofili, José si compiace di ritrovare le condizioni acquatiche della sua vita intra-uterina. Vorrebbe ritornare nel seno della propria madre, dal quale a dire il vero, non è mai uscito.

Scacco scolastico e ricovero psichiatrico

Affrontiamo ora il problema della scolarità. All’età di José (che ha 6 anni) lo sarà obbligatoriamente. Aveva 4 anni quando entrò per la prima volta in una scuola comunale. Sin dai primi istanti, fu per lui una tragedia. Cosa avvenne? Quale trattamento ricevette? I genitori l’ignorano. Una sola cosa è certa. Lo stato di José si aggrava. Un padre il maestro. Non può più esprimersi perché i genitori dicono negli ospedali. Una visita di controllo un mese più tardi fa diagnosticare «alienato mentale». I genitori sono disperati, affolati, vanno di specialisti in specialisti, che parlano di disturbi caratteriali e finiscono col dirigere il bambino verso un ospedale ove José subisce una psicoterapia. Ma il suo stato non migliora. Al contrario, il suo comportamento sembra aggravarsi. Quando lo si conduce all’ala in classe, è relegato negli ultimi banchi, senza nessuno per tendergli la mano.

L’anno seguente, cambia il maestro. Un maestro più umano, che sembra comprendere i problemi di José. Egli incoraggia i genitori, si sforza di rassicurarli, li persuade che José è come tutti gli altri bambini, e che bisogna guadagnarsi la sua fiducia. José non sa né leggere né scrivere. Non si è mai adattato all’ambiente scolastico. Manifesta a scuola un atteggiamento di opposizione ai lavori dei maestri. Le enormi difficoltà di ordine affettivo che minacciano sempre la sua angoscia, non lo rendono affatto disponibile all’apprendimento della lettura e della scrittura. José ha altre preoccupazioni che quelle di sapere cosa sia una U o una O. Non si sente esistere. Non può situarsi nel proprio ambiente. È perduto in questo mondo nel quale non si riconosce e si sente rigettato. Cosa gl’importa di saper leggere o scrivere? Il suo problema non è lì, lo sente confusamente, ma gli adulti, essi, non vi vedono nulla. Il loro solo scopo è fargli scrivere segni che per lui non hanno alcun senso. Quando i suoi genitori giungono a comportare tutto questo?

Programmazione del trattamento

Il padre pare oltrepassato dagli eventi. La madre è molto ansiosa, dubita della normalità del proprio bambino. È disarmata dinanzi alle sue collere, alla sua instabilità. Si sente impotente. Diviene nevrotica e crede che tutti la guardino, che la si indichi a dito. Si sente colpevole. Segnala che la sua infanzia è stata assai difficile, ma non dà alcuna precisazione. Lo sapremo solo più tardi, in occasione di una visita di controllo.

Ecco dunque riassunto il bilancio di partenza che abbiamo potuto elaborare a proposito di tale bambino. Quale soluzione adottare dinanzi a un tale quadro clinico? Il nostro intervento consisterà nel permettere a José di vivere tranquillamente con il proprio ambiente. La prima relazione da ristabilire è beninteso la relazione con la madre. Si tratta dunque di ricostruire la diade madre-figlio, vale a dire che si tratta di trattare al contempo i due elementi della coppia prima la cui armonia costituisce la base stessa del desiderio di comunicare con l’altro, l’alter-ego, trampolino dello slancio verso lo stato adulto. Proponiamo dunque alla madre un iter psico-sensoriale sotto Orecchio Elettronico per il bambino e per sé stessa. Accetta di lasciarsi trattare al contempo del proprio figlio.

Voce materna filtrata e parto sonico

Cominciamo allora con sedute di suoni filtrati per far effettuare a José un cammino a partire dal periodo intra-uterino. La voce della madre viene registrata poi filtrata al di là di 8.000 Hz al fine di ridare al bambino le sensazioni della sua voce fetale. Una cadenza di 6 sedute alla settimana (3 volte 2 sedute) viene fissata all’inizio del trattamento. Mentre il proprio figlio è in seduta, la madre beneficia di musica filtrata in posizione di rilassamento.

Vediamo ora come si svolgerà l’iter intrapreso. Durante le prime sei sedute, José manifesta un’opposizione violenta nei confronti dell’educatrice che si occupa di lui. La ingiuria, le dà pugni, le sputa in faccia, lancia le proprie scarpe ai supporti, le dà calci, lancia grida stridenti, le sputa in faccia. Rifiuta di mangiare durante gran parte delle sedute. A partire dalla 10ª, vedendo che la propria commedia non è che a lei, e vedendo che la propria commedia non gli rende eco, scoppia in singhiozzi e accetta di tenere la cuffia per tutta la durata della seduta.

Il comportamento di José migliora a partire da quel momento. È meno aggressivo, lancia meno ingiurie: la voglia di dare colpi scompare. Si interessa a giochi pur ascoltando la voce materna filtrata. Fa puzzle, monta, comunica con gli altri bambini del Centro. Dopo 10 sedute di VMF (voce materna filtrata), José è cambiato molto. È divenuto più calmo, quasi gentile. Il suo linguaggio si è epurato benché sia restato incoerente.

Primi progressi

Le sue manie cominciano a scomparire. Non si rosica più le unghie; non v’è quasi più enuresi. Il sonno è divenuto pacato. Il bambino manifesta un più grande bisogno di dormire. Fatica ad alzarsi al mattino. L’appetito diminuisce. José mangia meno di prima. La sua vita vegetativa si equilibra finalmente, in una prospettiva di miglioramento.

Si nota nell’insieme una progressione assai soddisfacente, l’atteggiamento del bambino è profondamente cambiato. Non siamo più di fronte a un piccolo mostro ma a un piccolo bambino calmo e ragionevole. Per contro, la madre resta ansiosa. Vorrebbe che tutto andasse in fretta, ancor più in fretta. Apprende le vacanze al villaggio in cui soggiorneranno abitualmente. José è l’attrazione del paese. Gli altri bambini lo incitano a fare sciocchezze. Lo spingono a spogliarsi e a correre nudo per le strade. È dunque in uno stato di profonda inquietudine che la madre considera di partire in vacanza con il proprio bambino.

Dopo un mese di interruzione corrispondente a tali vacanze, José ritorna a Madrid. È totalmente trasformato. Le vacanze sono andate bene, senza problemi. È stato molto calmo. È dimagrito. I suoi sintomi autistici sono praticamente scomparsi. Ritorna gioioso al Centro, si mette la cuffia da solo e fa le sue sedute nella più grande tranquillità. La sua relazione con gli altri bambini è migliorata benché appaia una certa timidezza. Osserva ciò che avviene attorno a lui; si ha l’impressione che rifletta. Parla di più e le sue conversazioni divengono più sensate.

Il ritorno in classe avviene parimenti in buone condizioni. José è sempre nella medesima classe, il maestro ha chiesto di seguirlo anche quest’anno, nota una maggior stabilità. José non disturba più la classe, è più tranquillo, più obbediente. All’inizio aveva paura dei propri progressi, è più tranquillo, più obbediente. All’inizio aveva paura dei propri progressi, è più tranquillo, più obbediente. All’inizio aveva paura dei propri progressi, ma ora ha preso confidenza. Per la prima volta José riesce a scrivere seguendo le righe. Comincia altresì a imparare le tavole pitagoriche. Il suo atteggiamento in classe è cambiato, José è più presente, più gentile con i suoi compagni.

È allora che intraprendiamo di farlo entrare nella fase linguistica. Dopo qualche seduta di parto sonico, gli facciamo udire filastrocche, canti gregoriani e qualche piccola parola che comincia a ripetere scrupolosamente. Viene sempre al Centro con piacere. A momenti, lo si ode canticchiare. Diviene gioioso, sorridente, socievole. Cerca gli altri bambini, pur conservando un certo atteggiamento di timidezza. Ha ancora paura di andare verso gli altri, per timore senza dubbio d’essere rigettato, la sua risposta come è stato talora. Comunque sia, José ha progredito. Il suo aspetto esteriore è più ricercato. Il bambino è più pulito, più curato. Prima di lasciare il Centro, riordina tutto ciò che ha messo in disordine e ciò del trova più tranquillo e conquistatore, quasi sicuro di sé. Il desiderio di comunicare è veramente innescato. José dà l’impressione di avere voglia di vivere, di parlare, di essere come tutti.

Evoluzione favorevole della madre

Si nota al contempo un’evoluzione favorevole nella madre. È più rilassata, più felice. Pare meno braccata, al Centro è più sciolta, riconoscendo che il proprio figlio sta meglio. Parla più volentieri, si trova più sveglia, più equilibrata. L’atteggiamento materno si è dunque completamente trasformato. Il suo bambino è più vicino a lei, è più affettuoso.

La regressione — il dramma familiare

Proseguiamo dunque la programmazione al fine di andare più lontano. Tuttavia, a partire dalla 90ª seduta, una certa inquietudine si manifesta in José. Si tratta, di nuovo, lo si sente nervoso, preoccupato. Ricomincia a gridare durante le sedute. L’educatrice fatica a fargli ripetere le parole che ode mediante l’Orecchio Elettronico. Non obbedisce più, è in lite con gli altri bambini; ridiviene aggressivo. Si rimette a giocare con la luce, l’accende e la spegne in permanenza. Il suo linguaggio si deteriora rapidamente. Le idee fisse, ossessionali tornano alla superficie. Il bambino ripete senza sosta una frase la cui significazione ci sfugge: «Don José y los del comedor aquí», vale a dire «Don José e quelli della sala da pranzo qui». Non riusciamo a chiarire il mistero. La madre non pare saperne di più. Quali sono dunque questi personaggi della sala da pranzo di cui parla José e che sembrano perturbarlo, ossessionarlo? Cosa vuol esprimere ripetendo tale frase quasi senza sosta? José è l’evento che ha potuto comportare un tale sconvolgimento in questo piccolo bambino che cominciava a fiorire, ad aprirsi al mondo esterno?

Ma ci troviamo incontestabilmente di fronte a un fenomeno di regressione che non riusciamo a spiegare. Domandiamo alla madre a più riprese se abbia notato qualcosa d’anormale nella vita quotidiana del proprio figlio. Non si è resa conto di nulla. Constata tuttavia che il bambino vada peggio e che lei stessa ricomincia a essere inquieta, nervosa e depressa. La sua angoscia riappare, José non è più il medesimo, si direbbe. Il suo aspetto fisico è tornato trascurato. La sua tenuta è disordinata. I suoi problemi sessuali riappaiono. Si masturba di nuovo e l’enuresi riappare. Passa il proprio tempo a fischiettare il proprio padre, come fanno taluni bambini autistici. Le sue possibilità di attenzione sono scomparse. È inattento, non partecipa più alla vita del proprio ambiente, si rende infelice, rinchiuso nel proprio universo di disperazione.

Siamo in piena disfatta. Nel corso di una visita di controllo, alla 125ª seduta, ci troviamo di fronte a una madre terribilmente angosciata, nervosa, disperata. José torna al proprio stato anteriore. Non sa più cosa fare, è affolata. Dinanzi a un tale atteggiamento, cerchiamo di chiarire il problema. Le spieghiamo che tale rivolgimento, tale regressione, tale caduta non possono essere dovuti se non a un evento importante sopravvenuto nella vita affettiva del proprio figlio. Cerchiamo invano. La madre non ci sembra essere cambiata in nulla, è l’assenza di suo marito da circa un mese.

Il padre assente

Il padre, essendo militare, ha ricevuto l’ordine dai propri superiori di seguire stage speciali che lo obbligheranno a vivere in regime di internato alla caserma di Madrid. Non ne può uscire che per il fine settimana.

Per non restare sola in casa, la madre di José ha deciso di far venire i propri genitori con lei. Poiché ha cominciato a lavorare all’esterno, pensa che possano sorvegliare i bambini durante la sua assenza. È bene notare che la madre di José ha preso l’iniziativa di trovare un’attività al di fuori di casa al fine di contribuire al mantenimento del ménage. Sentendosi meno angosciata, più tonica, a séguito delle sedute di musica filtrata di cui ha beneficiato nel corso delle settimane precedenti, ha preso coscienza delle proprie responsabilità, ha deciso di condividere con il padre gli oneri del ménage. Si tratta qui di un’eccellente iter che non sembra tuttavia aver ricevuto l’adesione dell’ambiente familiare e in particolare quella della nonna materna. Quest’ultima accetta di venire a occuparsi dei nipoti della propria figlia ma non smette di dir loro che José è un bambino anormale, che perde il proprio tempo a volerlo far trattare, ecc. La madre di José prende confidenza. Nel corso di un lungo colloquio che abbiamo avuto con lei, ci fa comprendere che sua madre è assai possessiva e assai autoritaria, e che ciò spiega in parte perché ci aveva segnalato all’inizio che la sua infanzia era stata assai difficile. Notiamo che non osa dirsi di più, ma che grossi problemi relazionali esistono tra lei e sua madre. Tale madre sembra tenere la figlia sotto la propria férula. Il fatto di vederla divenire adulta, di vederla prendere decisioni importanti, non le si confà. Si sforza dunque di distruggerla di nuovo per poter riprendere la propria presa su di lei. La madre di José che non è ancora abbastanza forte per poter lottare contro un simile iter crolla e ridiviene una piccola bambina sotto il giogo della «Mamà». Ed è il dramma per José, che vede svanire l’immagine della vera madre, della buona madre che cominciava a elaborarsi dinanzi a lui. Tutti i sistemi sono di nuovo distrutti e il bambino, in piena angoscia, non avendo più nulla a cui aggrapparsi, ritrova il proprio universo schizoide che lo allontana dal mondo esterno.

Dopo tale racconto che ci apporta qualche chiarimento, domandiamo alla madre, spiegandole dolcemente ciò che è appena avvenuto nel vissuto del bambino, di allontanare i propri genitori dal focolare e di riprendere il proprio posto di madre. Pare comprendere perfettamente tali argomenti e promette di fare il necessario per ristabilire l’equilibrio in casa. Al contempo, riprendiamo i chiarimenti quanto alla programmazione da osservare per il trattamento di José. Riprendiamo sedute di voce materna filtrata e in audizione fetale al fine di calmare José, di apportargli la rasserenazione di cui ha bisogno dopo una simile tempesta.

Notiamo che il bambino è triste, che la sua tenuta è trascurata, che il suo linguaggio è pieno di ingiurie, di volgarità. Si comporta un poco come un bambino brutale, ribelle. Lancia grida, distrugge, colpisce, sbava. Le sedute sotto Orecchio Elettronico sono di nuovo molto agitate. José è molto sveglio, la sua cuffia non tiene più, sembra incatenato, e, in una tappa di liberarsi, urla la propria angoscia e la propria afflizione.

La madre è parimenti assai nervosa. Si sente ogni giorno più ansiosa. Già che comincia a urlare contro il proprio figlio durante le sedute, si affola, guarda le persone attorno a sé, cerca di dare spiegazioni. Piuttosto che fare sedute filtrate, preferisce restare nella sala d’attesa, inibita, prostrata. Non sopporta più nella sala filtrata né in posizione seduta, né in posizione coricata. Non smette di dire che è malata.

Il crollo

È vero che è malata, ed è qui il nodo del problema. La madre di José ha appena abdicato dinanzi a un’immagine materna captativa devastatrice. Ha appena distrutto ciò che rappresentava per José di rassicurante, di armonioso, di forza, di confortante. Le ha appena tolto tutti i suoi supporti, tutta l’impalcatura che si era costruita per consentire al bambino di accedere infine a un livello di esistenza che gli consenta di divenire un piccolo bambino simile a quelli della propria età.

Tutto è da ricominciare ma la madre di José ne avrà il coraggio? No! Dinanzi a tale sconfitta, piega il ginocchio. Chiede di interrompere il trattamento per ragioni di salute. Non ha più la forza di lottare, preferisce rifugiarsi nella propria malattia, nella depressione. È a fine forze, abbandona.

Cerchiamo di aiutarla e le telefoniamo qualche settimana più tardi per chiederle sue notizie e per proporle un bilancio di controllo in presenza del Professor Tomatis. Accetta tutto bene male, incapace di prendere una decisione, e si presenta alla consultazione del 16 febbraio. Ci troviamo allora in presenza di una donna in piena angoscia. Trema mentre noi, lei parla, è disperata. La sindrome di grande depressione è manifesta. La personalità è annientata. La madre di José è presa dal panico, non va e non può più cavarsela. Si sente male, vacilla; il suolo le si sottrae sotto i piedi. Ha l’impressione che tutti la osservino. Tale spinta di agorafobia cresce e la obbliga a restare sempre più in casa, ove non trova più alcuna sicurezza presso coloro che le sono accanto. Ella, ella mangia molto per dis-angosciarsi e benché sia ingrassata in maniera assai sensibile. Apprendiamo del resto che i suoi genitori vivono ancora con lei, non li ha ancora voluti allontanare dal proprio focolare. Preferisce lo stato di salute di suo padre, che pare, pare, assai malato. Lo considera come un povero essere disarmato (e che si rifugia forse nella malattia per sfuggire alla presa di sua moglie). Ha perso il gusto di vivere, di fare sforzi. È stanca, è stanca. Ha perso il senso della lotta. Prende qualche tranquillante per cercare di calmare il proprio tasso d’angoscia ma segnala che ciò non le fa alcun effetto.

Quanto a José, assente in occasione di tale colloquio, la madre ci segnala che si è rifugiato nel proprio stato iniziale. Tutti i suoi sintomi d’autismo sono riapparsi. Di nuovo è crudele, instabile, urla senza sosta, non è praticamente più capace di esprimersi, i suoi discorsi sono di nuovo incoerenti. La madre è incapace di prendere una decisione, si lascia andare, si accontenta di aver pietà di sé stessa. È una donna disperata cui il Dottor Mellado propone un trattamento medico ch’ella accetta.

Un mese più tardi, la madre di José viene di nuovo a farci visita al Centro e non appena si trova in nostra presenza scoppia in singhiozzi. È emozionata di sentirsi ma non ancora ristabilita. Rilassata e in fiducia, ci fa il racconto delle cose accadute, e della propria relazione materna. È stata ripresa in un’attività professionale che la occupa dalle 9 alle 14.30. Durante queste ore, il suo spirito occupato dal proprio lavoro evade, i suoi problemi si attenuano e sono relegati al secondo piano.

Rientrando al proprio domicilio, è il ritorno alla realtà, si sente di nuovo incapace di assumere il proprio ruolo di padrona di casa. Sua madre è lì, tutto è organizzato, in casa. Tutto è deciso al posto suo, la madre che non l’ha mai amata, è la maggiore di due bambine. La sorella minore ha sempre avuto accesso a tutte le attenzioni della madre, dunque amata, vezzeggiata, adulata. È la più bella, la più giovane. La madre di José ne ha molto sofferto, aveva tanto bisogno d’affetto. La guerra è arrivata e la situazione non è guere migliorata. Era considerata come poter sopportare tutto, tutto sopportare tanto sul piano fisico quanto sul piano affettivo. Gli anni non si sono guere svolti bene male, ma piuttosto male che bene, ella spera che il suo ruolo che andrà a sposare qualche anno più tardi. Una vera lotta si ingaggiò tra le due future suocere. Tutti i mezzi furono impiegati per impedire tale matrimonio: non era un ragazzo indegno di lei, senza qualità, che si sarebbe potuto ottenere un matrimonio, una vera mésalliance! Non un istante, le numerose qualità morali di tale ragazzo, essendo menzionate. Per la prima volta nella propria vita, la madre di José poté imporre la propria volontà. Fu il matrimonio, e attualmente, non è più capace, ha abdicato per molto tempo, rivive un complesso d’inferiorità nei confronti di tale madre autoritaria e intera. Quanto al padre, il solo commento fatto in proposito è stato: «è un brav’uomo», ciò che è un complimento ahimè poco lusinghiero.

Conclusione — la necessità di una presa in carico globale

Dopo tali chiarimenti su tale insieme familiare, abbiamo proposto alla madre di José di organizzarci un incontro con la propria madre al fine di farle comprendere le responsabilità morali. La figlia ha paura delle reazioni di sua madre, ma accetta fondamentalmente la nostra proposta, pur dubitando ch’ella, prevenendoci che sua madre si comporterà in maniera negativa per non dire insultante verso i membri della propria famiglia e i membri del nostro Centro; ci supplica di non tener conto dei commenti che potrebbero essere fatti.

Due giorni più tardi, abbiamo la sorpresa di ricevere la visita del padre di José. Ci troviamo di fronte a un uomo profondamente toccato, inquieto e cosciente dei progressi che José aveva realizzato, e stupito dalla sua regressione. Accetta terribilmente l’interruzione del trattamento del proprio figlio e non ha più che il desiderio di vedere il proprio stage terminare per poter lui stesso riportare il proprio bambino al Centro. È cosciente di tutti i problemi familiari. Sa di suocera, si accontenta con uno sguardo significativo che noi lo comprendiamo da soli, poiché ella è decisa a venire al Centro a vederla lei stessa. Il padre di José è un uomo passivo che evita ogni discussione. Le grida, la violenza lo orripilano. È un uomo tranquillo che accetta il proprio destino. Quando si trova a casa, dedica tutto il proprio tempo a José; escono molto e amano passeggiare insieme. José è molto rilassato in sua compagnia, si comporta quasi normalmente. Ovunque vada, il padre lo accompagna. Tale posizione del padre esaspera sovente la madre, che vorrebbe qualche volta uscire sola con il proprio figlio.

Nel corso del colloquio che ebbe luogo la sera stessa della visita del padre, possiamo misurare quanto la situazione fosse tragica e drammatica. Ci troviamo di fronte a un’aggressività debordante, a un orgoglio inspiegabile che si limita ad ascoltare parlare, una donna che sa tutto e che non ha nulla da apprendere da nessuno. Non ha che disprezzo per il proprio entourage. «So una forza della natura», dice con fierezza. Senza di lei, sua figlia non potrebbe mai sopravvivere a una tale situazione. Suo genero un povero incapace, un folle in cui ella non crede. La guarigione di suo figlio. «Non ho mai visto il minimo miglioramento nel mio nipotino, direi anzi il contrario che vada di male in peggio, ciò che voi chiamate progressi non sono i miglioramenti che speriamo. Tale bambino, durante la mia assenza, era dimagrito. Sono la sola a saperlo curare. Sotto i miei occhi, sono io che lo nutro, ed è me che vuole per due donne, allora sono io a occuparmi di tutto*».

Nessuna conversazione era possibile. Era un monologo penoso e doloroso che non conduceva a nulla. Ci lasciò dicendo: Certificate e firmate che potete guarire José e sono pronta a tutto, ma sono così sicura che non vi sia nulla da fare. José è un Autistico, come avrebbe detto che José fosse Giapponese o Bantù.

L’abbandono — e il suo insegnamento

La storia si conclude così. Non abbiamo più rivisto né José né i suoi genitori. Immaginiamo l’evoluzione della situazione. Siamo desolati di non poter intervenire presso tale famiglia in afflizione.

I primi risultati ci hanno persuasi che avremmo potuto fare qualcosa nella misura in cui fossimo stati in stato di trattare a fondo la madre di José con la propria madre e nella misura in cui la nonna materna avesse accettato di sciogliere gli ormeggi che tenevano sua figlia prigioniera.

È qui che apriamo la discussione e che domandiamo a ciascuno di darci un parere in funzione della propria esperienza terapeutica nei confronti dei bambini che presentano disturbi simili a quelli di José. Non potrebbe trattarsi di allontanare dalla simpatia della propria madre, il contesto familiare che è alla base stessa della malattia del bambino. Non è José che è malato, è la madre che resta sotto la presa della propria madre, è la nonna che malgrado la propria assenza apparente sembra aver dato le dimissioni, è la vera padrona, una vera sposa, è la nonna materna che non ha saputo fare della propria figlia una vera madre adulta. Tutto l’ambiente familiare è da mettere in causa nello studio di tale dossier che vengo a sottoporre per la vostra discussione, perché ne scaturisca la luce.

Cosa bisogna dunque fare dinanzi a una tale situazione? Abbiamo pensato che sarebbe bene anzitutto allontanare il bambino dall’ambiente familiare che è la causa della sua miseria e collocarlo in un internato che applichi le medesime tecniche. Durante tale tempo di riequilibratura psichica di José, potremmo prendere la madre in trattamento al Centro Del Lenguaje di Madrid per cercare di regolare il proprio problema interiore. Prendendo la voce di sua madre, potremmo farle compiere il cammino necessario dalla propria vita intra-uterina a portare a un vero stato d’adulto che le consenta di assumere il proprio ruolo di madre e di sposa. Per ora vi ha rinunciato. Preferisce ridivenire la bambina di sua madre.

Allo stesso titolo che sul piano morale si chiama la sposa di proprio marito e la madre dei propri figli, bisognerebbe restaurarle la personalità per darle abbastanza forza per vivere, abbastanza tono per lavorare e lottare. Sarebbe bene parimenti vedere il padre, avere qualche colloquio con lui per fargli prendere coscienza del proprio ruolo di padre e di sposo. Forse si potrebbe anche — ma ciò è molto più dubbio quanto al risultato — invitare la nonna materna a venire a fare sedute di musica filtrata e parti sonici musicali per far diminuire il proprio ego e il proprio stato di possesso. Quanto al nonno, preferiamo lasciarlo nella propria poltrona di vecchio malato giacché rischieremmo di fargli più male che bene. Si è rifugiato nella malattia, lasciamolo morire in pace. Ma scriviamo il quadro della fine, vi è quello dell’inizio, sprazzo di questo piccolo Essere che ha diritto alla vita, questo piccolo José che dobbiamo cercare di salvare.

Vi lascio ora alle vostre riflessioni e vi ringrazio in anticipo per tutti i suggerimenti che vorrete farci per cercare di sciogliere il nodo che ci preoccupa tanto. Grazie ancora.

— Signora Le Monnier, Centro Del Lenguaje (Madrid). Conferenza pronunciata al IV Congresso Internazionale di Audio-Psico-Fonologia, Madrid, 1974.