Conferenza pronunciata dal Professor Alfred A. Tomatis in occasione del 2° Congresso Internazionale di Audio-Psico-Fonologia tenutosi a Parigi nel 1972. Su diciannove pagine, l’autore ripercorre in prima persona la genesi dell’Orecchio Elettronico (nato venticinque anni prima, nel 1947, agli Arsenali dell’Aeronautica), rivisita le grandi tappe della scoperta (primo paziente cantante diagnosticato da Froeschels, parallelismo tra sordità professionale dei cantanti e quella degli operai esposti al rumore, analisi spettrografica della voce di Caruso a partire da quattromila foto, condizionamento pavloviano mediante bascula elettronica, trattamento della balbuzie mediante lateralizzazione, scoperta degli orecchi etnici attraverso i cantanti veneziani), poi espone una nuova teoria della fisiologia uditiva che rompe con Helmholtz e Békésy: il suono non passa attraverso la catena ossiculare bensì attraverso l’osso del sulcus tympani verso la vescicola labirintica. Il testo si conclude sulla nozione di audiogiria (specificamente umana, in opposizione all’opto-oculo-cefalogiria animale) e su una riflessione psico-linguistica delle tappe del linguaggio del bambino.

Conferenza del Professor Alfred A. TOMATIS
2° Congresso Internazionale di Audio-Psico-Fonologia
PARIGI — 1972


Nuove teorie sulla fisiologia uditiva — Applicazione dell’Orecchio Elettronico

I. — Nascita dell’Orecchio Elettronico agli Arsenali dell’Aeronautica

L’Orecchio Elettronico è nato venticinque anni fa, per caso a quanto pare, se mai possa esistere il caso nella ricerca. Per gli elettronici che sono in sala, vi rammento che venticinque anni fa l’elettronica era una scienza allo stato embrionale. Personalmente, interessandomi alla fonazione dei cantanti, ero soprattutto preoccupato all’epoca di sapere perché un individuo potesse cantare piuttosto che un altro. Dirigevo allora il laboratorio di fisiologia acustica degli Arsenali dell’Aeronautica ove mi era stata data missione di rilevare se i rumori provocassero, come pretendevano gli Americani, danni sull’audizione. Mi era stato dunque dato il carico di studiare se gli operai che lavoravano sui banchi di prova fossero veramente passibili di un indennizzo, ciò che beninteso poneva un problema sociale di grande importanza.

Sapete tutti oggi che un soggetto immerso nel rumore perde il proprio ascolto e che lo perde in modo estremamente penoso, poiché, a un dato momento, ode sempre ma non comprende più nulla. Vive allora in un universo sonoro distorto, spaventoso. Tuttavia ciò non era evidente venticinque anni fa e parlare di audiometria all’epoca pareva piuttosto insolito. L’audiometro è un apparecchio francese che è stato messo a punto nel 1933 dal gruppo di ricerca del C.N.E.T., sotto la forma di un complesso assai voluminoso e praticamente non sfruttabile. Gli Americani hanno ripreso tali lavori, durante l’ultima guerra, in modo molto sostenuto, al fine di poter individuare sistematicamente i danni subiti da coloro che conducevano apparecchi rumorosi come aerei, ecc. La mia missione agli Arsenali dell’Aeronautica è dunque consistita nel ricercare se le persone che lavoravano sui banchi di prova a punto fisso subissero traumi uditivi. Ho fatto venire allora un audiometro dagli Stati Uniti e ho cominciato in una cantina, in una carbonaia, a esaminare in serie le audizioni degli impiegati degli Arsenali.

Ciò che mi interessava studiare del tutto particolarmente all’epoca era il parallelismo esistente tra i danni uditivi constatati da un lato nei cantanti con i quali mi trovavo confrontato per la mia specialità di O.R.L. e di foniatra, e quelli rilevati d’altra parte negli operai degli Arsenali che lavoravano nel rumore. Sembrava certo a priori non esistere alcun rapporto tra i due fenomeni. Tuttavia i problemi che mi ponevano i cantanti erano tali che mi misi un giorno a esaminare l’audizione di uno di essi che possedeva una voce eccezionale di qualità ma che cantava stonato. Lo sapeva, ne era cosciente, aveva fatto tutto per cercare di correggere tale difetto ma non vi era mai pervenuto. A mia volta, cercai di tentare tutto per farlo cantare giusto, tanto più che veniva a vedermi munito di una diagnosi di gran valore, stabilita da Froeschels, eminente otorinolaringoiatra di reputazione mondiale, foniatra dell’Opera di Vienna.

Avendo in mano la diagnosi emessa da Froeschels di una distonia laringea, mi affrettai a pensare parimenti a una distonia del laringe, vale a dire alla presenza di corde mal tese. Era logico supporre che le corde di tale cantante fossero distese poiché non poteva cantare giusto; le corde distese di un violino non comportano forse l’apparizione di suoni stonati? Forte di tale ipotesi e delle teorie terapeutiche che mi avevano insegnato i miei maestri della Facoltà, cominciai a tendere le corde assestando al povero infelice quantità di prodotti destinati a tonificare il laringe. Esistevano allora pochi medicamenti suscettibili di procurare tale effetto. Taluni contenevano ormoni maschili, altri erano a base di stricnina. Somministrai allora al mio paziente tali dosi di stricnina che un bel giorno si strangolò sulla scena. Aveva serrato, aveva «cravattato» come dicono i cantanti, ma aveva comunque cantato stonato. Tanto che conclusi che il fatto di tirare su una corda non era sufficiente per far cantare giusto.

Per contro, realizzando un esame d’audizione in questo medesimo cantante, constatai che presentava una sordità professionale simile a quella che avevo rilevato negli individui sottoposti ai rumori dei reattori. Esisteva dunque una sorta di parallelismo tra queste due sorta di audizione. Mi domandai allora se un cantante, a forza di cantare e di emettere suoni intensi, non finisse per «rompere» il proprio orecchio. Tale fu l’ipotesi di partenza.

Un’altra ricerca doveva essere intrapresa in una prospettiva un poco differente, quella di rilevare, in modo oggettivo, i traumi sonori provocati dal rumore. Mi ero in effetti accorto che certe persone che lavoravano negli arsenali avevano interesse a farmi credere di essere colpite da sordità al fine di toccare una pensione e che, per contro, certe altre (come i naviganti) tenevano a salvaguardare la propria reputazione uditiva per poter continuare a beneficiare dei vantaggi materiali che procuravano loro le loro attività. A forza di realizzare audiometrie in serie, mi ero dunque reso conto che esistevano fluttuazioni in tale ascolto, dell’ordine di alcuni decibel e persino talora di alcuni 20 decibel, ciò che è già più importante se si tiene conto del fatto che il decibel evolve in progressione logaritmica. V’era dunque, senza alcun dubbio, uno iato tra l’operatore che ero e il soggetto che esaminavo. Vi era veramente imbroglio da parte di queste differenti persone? L’ho creduto lungamente ma mi sono reso conto a lungo andare che il psichismo interveniva assai intensamente all’insaputa dell’individuo stesso. Ho finito col comprendere che un navigante che toccava un altissimo salario quando pilotava il proprio aereo e che rischiava di ricevere una somma molto meno importante se restava al suolo, poteva inconsciamente aumentare la propria percezione uditiva di alcuni decibel. Per contro, non appena i soggetti degli Arsenali (benché reticenti all’inizio delle investigazioni) si accorsero che rischiavano di ricevere un giorno una pensione, li si vide immediatamente fare enormi sforzi per non udir più nulla.

Fui così portato a realizzare macchine che consentissero di determinare oggettivamente il potere d’ascolto di ciascun individuo. Tale fu lo scopo principale delle mie ricerche per parecchi anni. Devo dire che i lavori intrapresi nel dominio del canto mi aiutarono molto a portare a termine tali diversi studi. In un desiderio di essere molto oggettivo in foniatria, mi ero in effetti orientato verso ricerche fisiologiche che vertevano sulla voce cantata. Mi occorre parimenti precisare che, avendo vissuto nell’ambiente del teatro lirico (mio padre avendo cantato più di quarant’anni all’Opera) ero imbevuto di certe nozioni del canto, ma queste restavano tuttavia molto soggettive; ecco perché mi domandavo all’epoca (vi è dunque venticinque anni) se vi fosse possibilità di mettere tali voci oggettivamente e scientificamente su tubi catodici. Gli apparecchi d’analisi necessari a tali studi e divenuti oggi moneta corrente erano in quel momento ancora molto rari. Il primo analizzatore che realizzai si presentava sotto la forma di un vero monumento che mi consentì tuttavia di ottenere su tubo catodico le caratteristiche di una buona voce e quelle di una cattiva voce. Una voce ben piazzata presenta effettivamente uno spettro differente da quello di una voce che non lo è.

II. — «Non si riproduce che ciò che si ode»: la prima ipotesi

Un secondo fatto mi parve molto interessante da trattenere. Era il seguente: ogniqualvolta il soggetto presentasse uno scotoma, vale a dire un buco, al livello di certe frequenze della sua audizione, si ritrovava il medesimo scotoma alle medesime frequenze nello spettro vocale. È allora che pensai ed espressi in modo un poco lapidario — lo confesso — che «non si poteva riprodurre che ciò che si udiva». Era senza dubbio un poco ardito ma, devo dire che da allora non ho dovuto tornare su tale fatto. È certo che, di tanto in tanto, un fascio armonico rischi di scaturire qua e là ma, in regola generale, non avviene nulla nello spettro al livello in cui vi sia deficienza uditiva.

Pensando sempre al personale degli Arsenali che avevo in carico sul piano O.R.L., fui portato a pormi la seguente domanda: «un soggetto non riproducendo che ciò che ode, è possibile agendo sulla sua audizione mediante un sistema di filtri, di ottenere modificazioni della sua fonazione e del suo auto-ascolto?». Il problema sembrava complesso da risolvere. In effetti, venticinque anni fa, i lavori di Wiener esistevano appena e la nozione di cibernetica, di contro-reazione, era totalmente sconosciuta. Rivolgendomi allora a un gruppo di elettronici della Società Philips, indicai loro che volevo far realizzare filtri in vista di agire sull’audizione. Furono allibiti da tale proposta e si affrettarono a dirmi che era impossibile. Passai oltre, non volendo abbandonare tale progetto. Mi ostinai in tale direzione e realizzai i montaggi da solo. Osservai allora che, ogniqualvolta, nello spettro uditivo di un individuo, tagliavo le frequenze acute al di là di 2.000 Hz, vi era destrutturazione della voce; essa diveniva molto più bianca; perdeva del suo timbro. Inoltre, avveniva qualcosa che faceva sì che il soggetto divenisse più affaticabile. Mi accorsi in séguito che non era il taglio a sembrar giocare ma piuttosto la pendenza imposta dal sistema di filtri.

III. — Caruso, Gigli e la curva d’inviluppo vocale

Pensai allora immediatamente a studiare il fenomeno inverso, vale a dire a ricercare l’audizione di un soggetto a partire dalla sua voce. Chiesi a laboratori di procurarmi matrici di grandi voci. È così che, a partire dai dischi di Caruso che erano tuttavia stati registrati in condizioni assai precarie dal 1898 al 1919 (vale a dire all’epoca eroica del fonografo), potei realizzare 4.000 foto della voce di tale grande cantante. Mi fu così possibile fissare su pellicole tutte le note tenute che avevo potuto ottenere con l’ausilio di un analizzatore panoramico. Mi resi conto subito che esisteva una curva d’insieme, una curva d’inviluppo realizzata a partire dai punti ottimali che apparivano sul tubo catodico. Ora tali curve si misero a variare in Caruso, in modo molto sensibile, a partire dal 1901-1902, tanto che potei seguire molto esattamente l’evoluzione della sua maniera di udire.

Per i tecnici e gli specialisti che sono in sala, tengo a precisare un fatto notevole in Caruso: è la proporzione che esiste tra i suoni fondamentali della sua voce e i fasci armonici. Anche attraverso registrazioni di cattiva qualità, ho potuto notare nella voce di Caruso un fascio armonico da 7 a 14 volte più grande del suono fondamentale. È veramente colossale, eccezionale del resto. In effetti, malgrado i progressi realizzati da allora nel dominio della registrazione, non ho mai incontrato voce avente una simile quantità di fasci armonici. Un altro elemento da notare è il degrado del 1909 e soprattutto del 1914, con scotoma, che traduce in sostanza la difficoltà che dovette incontrare alla fine della propria vita per udirsi e auto-ascoltarsi.

Prima di proseguire, vorrei dare alcune precisazioni su ciò che si intende per «scotoma». In un soggetto immerso per lungo tempo nel rumore, esiste una lesione detta patognomonica, vale a dire specifica. È uno dei rari segni di medicina che sia specifico, e tale trauma appare generalmente al livello della frequenza 4.000 Hz. È eccezionale che si faccia a 2.000 Hz, ancor più eccezionale a 6.000 Hz; ma a 4.000 Hz, una rottura si realizza, una sorta di fenditura a V che si ingrandirà e finirà col disturbare il soggetto nella sua discriminazione uditiva. In partenza, tale scotoma a 4.000 Hz può non essere percepito dal soggetto giacché non è necessario udire a tale livello per comprendere una conversazione. Ma allorché la lesione si estenda, allorché la fenditura si allarghi e raggiunga la zona di 2.000 Hz o al di sotto, l’intelligibilità si trova perturbata e il soggetto comincia a mal comprendere la parola. Il timbro della sua voce si altera non appena vi sia caduta a 2.000 Hz; poi se si raggiunge 1.500 Hz, si constata allora un’impossibilità di ristabilire la giustezza del suono.

Ho avuto la fortuna di esaminare grandissimi cantanti sul piano audio-vocale, in particolare Beniamino Gigli del quale avevo tracciato in laboratorio la curva uditiva ipotetica a partire dai dischi che avevo in mio possesso e in funzione del fascio armonico che emetteva. Tre anni più tardi, la fortuna mi fu data di ritrovare, esaminandolo, la curva che avevo tracciato sperimentalmente. Ho potuto poi estendere tali ipotesi nel dominio della musica strumentale. Ho pensato, in effetti, che il giuoco di un musicista potesse tradurre la sua postura d’ascolto. Avendo lavorato in particolare con grandi violinisti virtuosi, ho potuto constatare una sovrapposizione della curva della loro audizione e di quella dei suoni che emettevano con l’ausilio del loro Stradivari. In altri termini, sembrava esistere nell’uno e nell’altro dominio un fenomeno di apprestamento all’ascolto che condizionava l’espressione vocale o musicale.

Un dettaglio che vorrei far notare a coloro che si occupano di elettronica concerne l’effetto di contro-reazione: questo è praticamente istantaneo, a condizione che si osservino certe regole, che si distribuisca segnatamente una certa intensità al livello del messaggio, e che si dispieghi una certa energia nel microfono. Tale esperienza è agevole da realizzare in laboratorio e consente di scoprire nuovi orizzonti, il principale elemento di osservazione essendo la differenziazione che esiste tra le due orecchie. In effetti, l’orecchio destro e l’orecchio sinistro non sono due captatori simili e danno contro-reazioni del tutto differenti. Tale esperienza dà parimenti la possibilità di constatare che, non appena si arresti la contro-reazione, i fenomeni iniziali riappaiono.

IV. — Dalla voce di Caruso alla contro-reazione Carusiana

Vi dicevo poc’anzi che esistono criteri di buona e di cattiva qualità di voce. Ora, una voce ben piazzata presenta sempre caratteristiche che mettono in giuoco una differenza assai accusata tra l’apporto laringeo (che dev’essere minimo) e il fenomeno risonanziale (che dev’essere assai importante). Tali caratteristiche corrispondono beninteso a una maniera di udire, a una postura d’ascolto. Tanto che ho pensato che offrendo elettronicamente a un soggetto la maniera di udire di un grande cantante (vale a dire che presenta le caratteristiche che ho appena descritto) gli davo al contempo, per contro-reazione, la possibilità di emettere suoni di medesima qualità. Il fenomeno è istantaneo. Se date a qualcuno la curva d’ascolto di tipo Carusiano, vedete l’individuo trasformarsi immediatamente. Un’euforia generale appare; il soggetto prende un’altra postura, si tiene dritto, respira ampiamente; il suo volto cambia.

Mi sono accontentato per lungo tempo di raccogliere elementi sperimentali, con ogni volta tuttavia la delusione di vedere scomparire la contro-reazione dall’istante in cui toglievo l’apparecchio. Non potevo tuttavia decentemente lasciare in permanenza una cuffia sul cranio di un soggetto, un microfono e un complesso elettronico dinanzi a lui, col pretesto di proseguire tale ricerca. Ecco perché mi sono domandato se non potessi condizionare il soggetto e mantenere tale sorta di influsso che sembrava procurargli l’apparecchio. Per assai lungo tempo, mi sono costretto a utilizzare due macchine, l’una capace di ricreare l’audizione abituale del soggetto, l’altra destinata a riprodurre la postura d’ascolto che si desiderava raggiungere. Avevo a mia disposizione due apparecchi, due microfoni e una sola cuffia di auricolari beninteso. Non appena il soggetto cominciasse a parlare o si mettesse a cantare, invertivo l’ascolto con l’ausilio di un interruttore che chiudeva un canale e che apriva l’altro. Tale sistema era piuttosto faticoso poiché esigeva la presenza di una persona presso il soggetto da condizionare, essendo questo incapace di sincronizzare il tutto.

V. — Le bascule e il condizionamento pavloviano

Ci siamo dunque urtati a tale inconveniente maggiore sino al giorno in cui sono apparse le bascule nel dominio dell’elettronica. Le bascule sono relè che consentono di passare da un canale all’altro senza difficoltà. La difficoltà esisteva tuttavia all’inizio giacché bisognava passare da un canale all’altro senza alcun urto per il soggetto, senza che si accorgesse di alcunché. In altri termini, affinché non vi fosse shock, rottura, il messaggio assai preciso che si inviava doveva modificarsi nella struttura ma doveva conservare la stessa energia. Era la difficoltà tecnica da sormontare. Il problema fu risolto da specialisti assai competenti in materia, che non hanno cercato di sapere ciò che avveniva sul piano fisiologico e che hanno realizzato molto esattamente ciò che chiedevo loro.

Abbiamo ottenuto immediatamente la messa in opera di un condizionamento del tipo pavloviano di primo ordine. Allorché il soggetto si mettesse a entrare in fonazione, l’energia sonora passava attraverso la bascula nel canale superiore e il soggetto sentiva allora istantaneamente impressioni uditive differenti, mediante modificazione della fornitura acustica. All’inizio della sperimentazione, non ho tanto cercato di sapere perché si installasse il fattore residuo, né perché certe persone si mettessero a cantare o a parlare correttamente dopo un certo numero di sedute sotto l’apparecchio. La spiegazione neuro-fisiologica era del resto difficile da dare all’epoca e non è che molto più tardi che ho potuto emettere le ipotesi di base.

Lavorando d’altra parte sulla voce di parecchi attori, sono riuscito poi, agendo sui circuiti di controllo destro e sinistro, a mettere in evidenza certi parametri concernenti i meccanismi della voce parlata. Ed è così che, grazie a un lavoro in collaborazione con un grande attore, ho potuto sboccare sui disturbi del ritmo del tipo balbuzie. Accettando certi iter sperimentali, tale attore si è messo a balbettare quando ho messo in circuito il suo orecchio sinistro. Tanto che mi sono domandato se i balbuzienti non avessero per l’appunto problemi di lateralizzazione uditiva.

VI. — La balbuzie e la lateralizzazione uditiva

Cos’era esattamente la balbuzie? Non ne sapevo molto, nessuno neppure all’epoca. Ho cominciato con l’eccitare in un certo modo l’una e l’altra orecchia e ho ottenuto risultati spettacolari sotto la macchina. In effetti, dall’istante in cui si crea un «feed-back» a destra, il soggetto si mette a parlare normalmente. Allorché l’esperienza si faccia con l’orecchio sinistro, il ritmo si rallenta e la balbuzie appare. Ho creduto di aver trovato il gran mezzo per liberare tutti i balbuzienti della terra. Per fortuna, ho incontrato in séguito balbuzienti resistenti, ho conosciuto insuccessi che mi hanno consentito di essere meno trionfante e di proseguire la ricerca in modo più intensivo.

D’altra parte, cammin facendo, ho dovuto trattare altri aspetti della ricerca, segnatamente certi problemi fonetici che mi hanno posto cantanti veneziani, venuti a vedermi non perché cantassero male ma perché avevano alcuni disturbi di pronuncia: non potevano pronunciare la «rrr» con la punta della lingua; in effetti, il Veneziano dice «LLL». Sostituire una «LLL» con una «rrr» costituiva un’impresa nel dominio del canto. Non conoscendo nulla a tale epoca in fonetica né in linguistica, ma avendo in mano la famosa macchina, ho posto tali cantanti sotto l’apparecchio e, mettendomi dinanzi a loro, ho pronunciato una «rrr» con la punta della lingua. Mi rispondevano «rrr», tanto che ho pensato che non potessero in precedenza emettere la «rrr» se non perché non la udivano. Imponendo loro l’orecchio carusiano, che mi sembrava all’epoca essere l’orecchio più straordinario, trasmettevo loro l’ascolto napoletano. È allora che mi sono domandato se non esistessero orecchi etnici, audizioni specifiche di ciascuna lingua. Poiché v’era un ascolto napoletano, perché non vi sarebbe un ascolto francese, un ascolto inglese, ecc.? Ed è così che sboccai sul caso dei bambini in difficoltà di apprendimento linguistico, in particolare al livello dell’acquisizione della lingua inglese che è una delle principali lingue vive insegnate nei licei di Francia e del mondo intero. Perché dunque certi bambini, che seguivano del resto una buona scolarità, avevano cattivi voti in inglese? Non erano divenuti subitamente stupidi nei confronti di una sola materia. Erano semplicemente sordi all’inglese.

VII. — Gli orecchi etnici e l’apprendimento delle lingue

Mi sono dunque messo alla ricerca dell’orecchio inglese. Spogliando su tubi catodici numerosi documenti sonori, sono riuscito a determinare le bande passanti della lingua inglese e la curva specifica di tale lingualità. Parlare di «bande passanti» in acustica e in linguistica era all’epoca una vera eresia. Avevo veramente l’impressione di predicare nel deserto e di evocare nozioni totalmente sconosciute. Ho fatto sorridere ben delle persone; forse sorridono ancora. È sempre che la nozione di «bande passanti» in materia fonetica e linguistica è oggi ammessa.

Allorché mettiate un bambino in un’audizione etnica determinata, vedete immediatamente tutta la sua struttura fonatoria cambiare, tutto il suo atteggiamento corporeo modificarsi. Se il condizionamento prosegue per parecchi mesi, si può persino parlare di modificazione psico-morfologica. Se si impone per esempio a un Francese l’audizione tedesca, si vede il soggetto raddrizzarsi, verticalizzarsi, prendere la postura rigida del Tedesco. Se per contro date l’orecchio inglese a un Tedesco e gli chiedete di continuare a parlare tedesco, ne è incapace; si arresta persino di parlare; è obbligato, per continuare la sua frase, per pensarla, di togliere la cuffia. Ho realizzato la stessa cosa con la lingua cinese che è una lingua di intonazione: si crea un’inibizione che sopprime sino alla facoltà di pensare.

Ecco dunque, nell’insieme, il cammino sperimentale che mi ha indotto a mettere a punto le tecniche di educazione audio-vocale che sono applicate oggi nei centri equipaggiati di Orecchi Elettronici. È certo che i meccanismi neuro-fisiologici posti in causa non siano tutti noti, lontani da ciò. Ma dovevo attendere di conoscerli tutti per continuare il mio lavoro e la mia azione terapeutica? Non lo penso. Ciò che importava, era sollevare tutti coloro che venivano a vederci e applicare i risultati già assai soddisfacenti ottenuti in laboratorio. Allorché mi sia accorto che i bambini di cui mi occupavo si mettessero a lavorare meglio a scuola, che gli adulti riprendessero gusto alla vita, che il loro tono generale riapparisse, ecc., mi sono trovato dinanzi a un dilemma. Avevo due opzioni da prendere: o continuare unicamente la mia professione medica e chirurgica di oto-rino mettendo la ricerca in un armadio sino al momento della pensione, o proseguire tale ricerca e cominciare a trattare le persone con l’ausilio delle tecniche di recente elaborate.

VIII. — Gli insuccessi della ricerca, fermento di rimessa in discussione

È certo che i risultati non sono stati tutti positivi. Vi sono stati beninteso insuccessi. Sono del resto quelli che si sono sempre messi in evidenza, senza mai evocare le centinaia e migliaia di risultati soddisfacenti ottenuti con l’ausilio di tali tecniche. Resto del resto persuaso che sono gli insuccessi a far avanzare la ricerca. Sono necessari. Essi dinamizzano, destano la critica, aumentano il discernimento, affinano il giudizio. Consentono di precisare il pensiero su certi dati ed evitano di far credere che si sia tutto scoperto. Del resto non si scopre se non ciò che esiste. Tutto è stato detto da lungo tempo. Non vi sono geni. Vi sono semplicemente alcuni sistemi nervosi più sensibili degli altri per trasmettere le realtà di questo mondo. Ecco perché l’insuccesso rammenta che l’umiltà debba restare la qualità essenziale del ricercatore. Il dramma, come significava Valéry con umorismo, sarebbe di non aver contraddittori. Le loro critiche restano il fermento di ogni rimessa in discussione, che è indispensabile effettuare in permanenza per evitare ogni fissità nella ricerca. Gli insuccessi mi sono personalmente molto serviti. Mi hanno obbligato a spingere molto oltre le mie investigazioni sull’orecchio, sull’ascolto umano. E sono per l’appunto i risultati di tali investigazioni che vorrei evocare oggi sul piano della neuro-psico-fisiologia dell’orecchio umano.

È evidente che la fisiologia uditiva è molto evoluta nel corso di questi ultimi anni. Si è creduto a lungo che l’orecchio fosse concepito per fare otiti; poi si è cominciato a chinarsi sul problema della sordità e si è cercato di sapere cosa avvenisse in un orecchio. Sotto l’impulso di Von Békésy, sono nate nuove teorie, più o meno seducenti, per certe assai elaborate e sperimentalmente ben corroborate. Altre certo sono lontane dall’essere soddisfacenti e se si dà credito a tale psico-fisiologo, ci si trova obbligatoriamente in un’impasse quanto alla spiegazione dei risultati ottenuti dalle nuove tecniche messe a punto a partire dalla sperimentazione di cui ho appena tracciato lo storico.

IX. — Riprendere tutta la fisiologia uditiva: al di là di Helmholtz e Békésy

Mi sono trovato io stesso a lungo in un’impasse, poiché ciò che ottenevo sotto Orecchio Elettronico non corrispondeva in nulla alle teorie avanzate dai miei colleghi e dai loro predecessori. Si è parlato sovente di miracoli o di ciarlataneria perché non si è saputo dare spiegazioni logiche, razionali ai fenomeni constatati. Sono restato sovente perplesso dinanzi alle reazioni spettacolari di certi pazienti, dinanzi ai progressi che facevano bambini e adulti a partire da certe stimolazioni uditive, dinanzi alle guarigioni che nulla sembrava giustificare. Bisognava continuare senza mai poter spiegare ciò che avveniva? All’inizio dell’avventura, mi sono accontentato di registrare i risultati e di pubblicarli a partire dal 1951. Ma, restando solo a camminare in tale ricerca che nessuna teoria fisiologica poteva sostenere, sono giunto a domandarmi a un dato momento, se fossi veramente sulla buona via. Ho persino finito col chiudere gli apparecchi in un armadio e col riprendere le tecniche tradizionali sostenute dalle teorie alla moda. Tuttavia, dinanzi ai risultati mediocri ottenuti con l’ausilio di tali tecniche rispetto a quelli che ottenevo sotto la macchina, dinanzi all’incompatibilità che esisteva tra i progressi realizzati e i sistemi fisiologici posti in causa, mi sono deciso a riprendere tutto lo studio del funzionamento dell’orecchio.

Pensavo da lungo tempo che l’audizione umana non rispondesse affatto ai meccanismi che si erano sino allora evocati e restavo insoddisfatto dinanzi alle spiegazioni inconsistenti che mi si davano regolarmente allorché cercavo di andare oltre nella ricerca. Ed è perciò che ho ripreso interamente lo studio della fisiologia uditiva. Non pretendo certo di aver tutto trovato. Vi apporto oggi il frutto delle mie riflessioni e delle mie esperienze ma vi invito a proseguirle e a completare tali dati. Non vi saranno mai abbastanza teste per pensare all’orecchio e al suo ruolo primordiale nell’umanizzazione dell’essere. Assistiamo attualmente ai balbettii di tale ricerca sulla psico-fisiologia uditiva e resto persuaso che tale dominio rimanga interamente da esplorare, nonostante alcune incursioni che ho avuto occasione di praticarvi.

Voi sapete che colui che è stato il gigante e che ha senza dubbio indotto tutta la ricerca in materia di fisiologia uditiva, è Helmholtz. Pensatore e fisico del secolo scorso, Helmholtz ha detto che il suono passava nell’orecchio per il tramite del timpano, varcava la catena ossiculare per dirigersi non si sa troppo come verso l’orecchio interno; egli evocava meccanismi simili ai risonatori dei quali era egli stesso il promotore. Da allora, data la notorietà di Helmholtz, tutti si sono ingegnati a voler provare ciò che aveva avanzato, pensando che avesse detto la verità, tutta la verità. Esistono tuttavia incompatibilità che rischiano di ostacolare la ricerca e di contraddire il funzionamento dell’orecchio interno.

Quanto a Békésy, ci si rende conto di quanto sia disturbato dalla presenza di certi fenomeni che non può spiegare. Egli racconta segnatamente nel suo libro Mechanisms of Hearing quanto l’elettronica abbia fatto fare progressi all’insieme della ricerca consentendo di realizzare sistemi analogici ma precisa di non aver mai potuto applicarli completamente alla fisiologia uditiva.

Vi è veramente una possibilità di equivalenza? Penso di sì, dato che l’orecchio, nel proprio funzionamento, non risponda a ciò che si crede ch’esso sia abitualmente. È la ragione per la quale non si è potuto sino ad oggi realizzare veri sistemi di simulazione. Se l’orecchio funzionasse come indicano le teorie attuali, numerosi fenomeni meccanici resterebbero inspiegati. Prendiamo per esempio uno di essi che ha una certa importanza: per un suono di grande intensità (un suono di 100 dB, ciò che non è già male) l’ampiezza di vibrazione al livello del timpano è dell’ordine della taglia di una molecola di idrogeno, vale a dire infinitesimale. Ora, affinché il suono passi, come vorrebbe Helmholtz e come pensa Békésy, lungo la catena ossiculare, occorrerebbe che questa fosse di una tensione tale che non vi fosse lassità tra gli ossicini. Ciò è vero per i primi due, il martello e l’incudine, ma non tra l’incudine e la staffa giacché esiste un enorme iato. Tale iato è considerevole alla scala atomica poiché è dell’ordine di un millimetro.

Ho sovente parlato di tale problema con i fisici del C.N.E.T. di cui sono membro e con quelli dell’École Supérieure des Télécommunications ove insegno. Si urtano tutti all’impossibilità di spiegare un passaggio senza distorsioni. Certi anatomisti, segnatamente Fumagali, che hanno studiato del tutto particolarmente ciò che attiene al timpano e ai legamenti di giunzione degli ossicini, hanno risposto che tale distanza tra l’incudine e la staffa non aveva alcuna importanza, che i suoni gravi passavano senza inconveniente attraverso lo spazio inter-ossiculare e che probabilmente i suoni acuti passavano attraverso i legamenti stessi. Evidentemente si può pensare che ciò passi dovunque; è una questione di fede; comunque sia, sul piano della fisica pura, si tratta qui di un fenomeno estremamente fastidioso, inspiegabile.

X. — L’orecchio non è fatto per udire

Un altro fenomeno inspiegabile e che non si è ancora giunti a chiarire è quello della conduzione ossea. Cosa è la conduzione ossea? Non se ne sa molto. La si misura con l’ausilio di vibratori che sono più o meno bene tarati; si comincia appena a intravedere l’utilità di apparecchi assai sensibili e assai fedeli. Inoltre, non bisogna dimenticare che l’audiometria tonale faccia intervenire suoni puri che non esistono nella natura. Ci passeggiamo dunque in un dominio estremamente complesso e delicato, tanto che tutte le ipotesi possano essere ammesse poiché non si conosca ancora come funzioni l’orecchio. Per essere rassicurati, si afferma che l’orecchio sia una sorta di microfono e che, di conseguenza, allorché si invii un colpo nell’orecchio del soggetto esaminato, si trovi dall’altro lato un’impulsione elettrica che si consegna su grafismi sapienti.

Ma l’orecchio non funziona affatto così. L’orecchio ha un psichismo; l’integrazione è fatta dal cervello e il soggetto ode solo ciò che ha voglia di udire. Abbiamo lungamente parlato ieri e stamattina dell’autismo. Sappiamo tutti qui che, allorché un autistico decida di non udire, sia impossibile farlo reagire a qualsiasi rumore, a qualsiasi intensità sonora. Anche con un cannone da 75 accanto a lui, non si muove. Il problema dell’ascolto umano è dunque interamente da rivedere. Del resto, per coloro che utilizzano le tecniche audio-psico-fonologiche, è abituale constatare quanto un orecchio si modifichi audiometricamente, quanto le curve si trasformino.

1. — La funzione vestibolare: equilibrio e verticalità

Come funziona dunque l’orecchio? Credo che ci troviamo in un’impasse perché attribuiamo essenzialmente all’orecchio la funzione uditiva. Ora, l’orecchio non è fatto per udire. Ciò è ben difficile da far ammettere. Tuttavia, in un altro dominio, prossimo a quello dell’audizione, il dominio della foniatria, è classico dire che il laringe non sia fatto per parlare, che non vi sia organo specifico della fonazione, che si tratti qui di un adattamento secondo. È vero che si tratti ben di un adattamento secondo, poiché il laringe è fatto per non inghiottire di traverso, la lingua per deglutire, la mascella per masticare, le labbra per afferrare, il polmone per respirare; e tuttavia sappiamo asservire tutto tale insieme alla funzione di comunicazione, sino al gesto della parola (essendo la parola il gesto in sé). Per l’orecchio, è lo stesso. Si tratta di un adattamento secondo.

Vorrei dunque che aveste in permanenza nello spirito l’idea che l’orecchio non sia fatto per udire. L’orecchio ha due altre funzioni che abbiamo dimenticato e che ritroviamo tuttavia agevolmente in tutta la filogenesi e l’ontogenesi. Tali due funzioni sono state purtroppo separate l’una dall’altra perché si è sempre voluto considerare due rami distinti nel nervo uditivo: l’uno corrispondente alla funzione vestibolare, l’altro che risponde alla funzione cocleare. Sono entrambe primitive e primordiali. In realtà, è il nostro psichismo ad averle fatte sopprimere dalla nostra memoria.

Affronteremo dunque successivamente il lato vestibolare e il lato cocleare dell’orecchio. Esso ha per prima funzione di assicurare l’equilibrio dell’essere. È un’evidenza. Lo sappiamo tutti, ma la difficoltà viene dal fatto che si è preso tale apparato di equilibrio per farne lo strumento della verticalità. È qui un enorme problema giacché non siamo ancora pronti ad affrontare la posizione verticale, siamo solo in via di cammino. Per coloro che si occupano qui di psico-motricità, è certamente data loro l’occasione di constatare sovente quanto sia difficile pervenire a far sì che un individuo si tenga dritto, vedere innescarsi in lui fenomeni di lateralità, di espansione, di apertura, di ingrandimento dell’essere sino a ottenere la verticalità della colonna. La colonna vertebrale non è fatta per essere in piedi. Si conoscono i guai che comporta tale iter verso la rettitudine della colonna. Il cuore è insufficiente, con la sua pompa cardiaca, ad alimentare il cervello e basta osservare quanti malesseri scompaiano in posizione coricata. Il polmone, esso, non è fatto per respirare in piedi.

Guardate quanti esseri siano curvi, incapaci di aprire la propria cassa toracica in posizione eretta, mentre respirerebbero così meglio a quattro zampe. Il tubo digestivo soffre, anch’esso, di tale verticalità; è un sifone che si riempie e si svuota in posizione orizzontale; ma dall’istante in cui l’uomo si mette in piedi, stagnazioni nelle tubolature si creano e provocano fermentazioni. I guai digestivi cominciano allora, giocando un ruolo considerevole nella patologia generale. Infine, bisogna ben confessare che non siamo del tutto pronti ad avere una colonna perfettamente dritta, ad affrontare agevolmente la verticalità, fattore di umanizzazione. Tutto il combattimento della vita (che rappresenta simbolicamente nella Bibbia il combattimento di Giacobbe) consisterà per l’appunto nel raddrizzamento di tale colonna, con la collocazione corretta del bacino. È un problema molto importante che conoscono bene tutti coloro che si occupano di fisioterapia.

2. — La funzione cocleare: ricarica corticale

Tale funzione vestibolare dell’orecchio riveste in effetti un’importanza considerevole sul piano neurologico, dato che il nervo vestibolare si ritrovi a tutti i livelli della colonna. Tocca tutte le radici anteriori del midollo e ha così per missione di controllare, per il tramite del labirinto, tutto l’individuo. Esiste del resto un collegamento certo tra i due rami del nervo uditivo, il ramo vestibolare e il ramo cocleare, vale a dire tra il lato equilibrio, verticalità, e il lato percezione, ascolto. Per coloro che hanno l’abitudine di occuparsi di bambini che non parlano (dunque che non possono mettersi all’ascolto) è agevole osservare quanto tali bambini fatichino a tenersi dritti. Sono sovente curvi; hanno spalle cadenti; talloneggiano camminando; sono senza alcun dubbio più vicini all’antropoide che all’uomo realizzato. Ora, dall’istante in cui li si metta sotto Orecchio Elettronico per innescare il linguaggio, li si vede in primo luogo raddrizzarsi, prendere una postura dritta, tenersi verticalmente. Vi è dunque qualcosa che avviene.

Non bisogna dimenticare che, tutte le radici anteriori del midollo beneficiando di un intervento del nervo uditivo mediante il suo ramo vestibolare, non v’è una postura, nel dominio gestuale, che sfugga al controllo di tale nervo. Si comprende meglio così l’apporto del suono sul piano della motricità e della plasticità corporea. Il nervo uditivo giuoca dunque un ruolo importante nella strutturazione dell’immagine del corpo. Ciò si congiunge al fatto che, allorché si modifichi l’audizione e per conseguenza la fonazione di un individuo per il tramite dell’Orecchio Elettronico, si modifichi al contempo tutta la sua motricità e tutta la sua postura. Nel fenomeno audio-vocale, il corpo per intero è dunque implicato. Vi è correlazione immediata tra il suono emesso e l’immagine del corpo in totalità.

Affrontiamo ora il secondo ramo del nervo uditivo, il ramo cocleare. Il nervo cocleare è fatto per udire. È almeno ciò che ci si insegna. Non lo penso quanto a me. In partenza, è destinato a ricaricare il cervello in potenziale elettrico. È un’ipotesi che avevo emesso quindici anni fa, rendendomi conto che esistevano modificazioni dell’elettroencefalogramma allorché si inviassero impulsi uditivi sull’area temporale. Inoltre, il fatto che tutte le persone si euforizzassero allorché si mettessero a udire nella zona delle frequenze elevate, mi faceva pensare che vi fosse qui un effetto dinamizzante del fascio degli acuti. In effetti, il nervo cocleare assicura gran parte della ricarica corticale grazie agli stimoli che raccoglie sull’organo del Corti nella sua parte più ricca di cellule ciliate. Ora, la ripartizione delle cellule del Corti sulla membrana basilare non è realizzata in modo omogeneo: rare nella zona dei suoni gravi, le cellule divengono assai numerose nella zona degli acuti. Ecco perché i suoni gravi trascinano il corpo senza ricaricarlo, mentre i suoni acuti lo dinamizzano assicurandogli al contempo energia.

Inoltre, la tonificazione della voce mediante contro-reazione audio-vocale mi ha fatto pensare a un fenomeno di auto-innesco che fa sì che l’individuo si ricarichi mediante la propria voce non appena questa sia ricca di fasci armonici. Tale fenomeno è assai sensibile nei cantanti. Si constata in effetti agevolmente che i tenori o i baritoni (il cui registro fa appello a un fascio armonico elevato) danno prova di un’energia colossale mentre i bassi (sensibili ai gravi) sono sovente depressivi.

3. — I muscoli dell’orecchio medio, adattatori di impedenza

Ho fatto io stesso elettroencefalogrammi procedendo nel modo seguente: mettevo dell’acqua nelle orecchie di un soggetto, ponevo due tappi Quiès affinché l’acqua non sfuggisse e, nelle due ore successive, praticavo l’esame encefalografico. Il diagramma ottenuto era allora appiattito, segnando un’inesistenza della carica corticale. Tale esperienza è del resto agevole da realizzare in laboratorio e potete tutti provarla. Non sono andato a dire il vero sino allo stadio di Stanley Jones. Quest’ultimo ha fatto recentemente studi in tale dominio ma sembra essersi mostrato più cattivo di me: in effetti, piuttosto che isolare i soggetti con le loro due orecchie e alcuni tappi Quiès, li ha immersi nell’acqua in totalità e alla medesima temperatura del corpo perché non vi fosse scambio termico; meglio ancora, li ha messi in uno stato di agravitazione con abbastanza acqua e ha posto loro un tubo per lasciarli respirare; poi ha bendato loro gli occhi per bloccare tutta la loro sensorialità, poi li ha lasciati mijoter e ha osservato ciò che avveniva. Anche lui ha constatato un appiattimento della curva encefalografica, ma l’inconveniente della sperimentazione condotta da Stanley Jones ha avuto luogo nel fatto che gli individui che si sono prestati a tali prove (e che erano membri del suo laboratorio) hanno tutti finito schizofrenici in un ospedale psichiatrico, per arresto della carica cerebrale. Stanley Jones non ha potuto recuperarli. Penso che sia veramente un peccato che non sia stato messo al corrente delle nostre tecniche di ricarica corticale mediante il suono attraverso l’Orecchio Elettronico. Credo che sarebbe stato possibile riattivare la corteccia accendendo la parte corticale con l’ausilio di suoni filtrati.

Stanley Jones precisa bene che, affinché un cervello funzioni, perché abbia sempre il suo tono, gli è necessario ricevere 3 miliardi di informazioni al secondo, quattro ore e mezza al giorno. Vi ho detto ieri che si sopprimeva molto dell’energia dell’essere sopprimendo l’orecchio. Vorrei aggiungere che se ne elimina parimenti molto sopprimendo la pelle. Vedremo più tardi le relazioni intime che esistono tra l’orecchio e la pelle. Comunque sia, esperienze hanno rivelato che, allorché si elimini l’audizione di un soggetto, si giunga a sopprimere tra il 60 e il 90% della stimolazione corticale. Ciò prova bene che l’orecchio non sia un apparato che abbia per sola funzione l’ascolto e che sia altresì un organo di ricarica corticale. Ecco perché si possa dinamizzare l’essere con l’ausilio di suoni.

Tali suoni, quali sono? Per lungo tempo, mi sono domandato se vi fossero suoni di carica e suoni di scarica. Ora sono sicuro che esistano. Perché sono di carica o perché sono di scarica? Ebbene tutto semplicemente perché certi suoni caricheranno la corteccia e le consentiranno un’iperattivazione mentre certi altri, al contrario, scaricheranno l’essere di tutta la propria vitalità. Vedremo poc’anzi quali possano essere tali differenti suoni ma in attesa, è bene rammentare che abbiamo un psichismo che si ingegna a sviare le vere funzioni umane. Vi dicevo stamattina che la sventura dell’uomo è di essere intelligente. Prima ancora di poter sfruttare la propria macchina corporea e integrare normalmente il proprio vissuto, si mette a costruire un linguaggio a fini di comunicazione. A tal fine, utilizza il proprio orecchio e, il più sovente, blocca la propria funzione uditiva in un rifiuto di comunicare che priva al contempo l’essere della possibilità di ricaricare il proprio cervello in potenziale elettrico.

Affronteremo ora alcune nozioni di fisiologia e di embriologia. Vi rammento che l’orecchio possiede tre ossicini e due piccoli muscoli di cui si parla raramente. Forse se ne parla maggiormente ora ma, venticinque anni fa, pareva eretico evocare tali osservazioni. Tali muscoli non sono stati messi là per nulla. Sono muscoli di accomodazione di cui l’essere umano potrà giocare per entrare in comunicazione con il mondo esterno, per dialogare con l’altro. Sono muscoli che consentono all’orecchio di non essere, come si pensa ordinariamente, un trasmettitore di suoni mediante la catena ossiculare ma un adattatore di impedenza. Avremo da tornare poc’anzi su tale problema molto importante.


XI. — Filogenesi dell’orecchio: dalla linea laterale del pesce all’orecchio umano

In attesa, vorrei parlarvi brevemente dell’orecchio fetale. Si sa ora che il feto oda in utero. Dal quarto mese e mezzo della gravidanza, le informazioni passano ma l’orecchio è terminato ben prima. Si situa al livello più arcaico dell’essere, al livello del bulbo; l’orecchio bulbare è in effetti l’apparato più arcaico che abbiamo a nostra disposizione; poi si fabbricherà l’olfatto, poi la visione e infine, sulla corteccia o sulla neo-corteccia, appare di nuovo l’audizione. In altri termini, il nervo uditivo ha questo di caratteristico: che è il più arcaico ma altresì il più recente dei nostri apparati sensoriali. Esistono dunque due polarità che mi sembra importante segnalare.

Sul piano filogenetico, ricordatevi che, nei pesci inferiori, esiste su ciascun lato dei loro fianchi, una «linea laterale» che non è altro che un tubo. È situata nel punto in cui le scaglie sembrano riunirsi. Iniettando del liquido in tale tubo dall’avanti all’indietro, si constata un battito delle pinne in un certo senso, a una velocità più o meno grande secondo la velocità di scorrimento del liquido. Se, al contrario, si inietta il liquido dall’indietro all’avanti, si assiste al medesimo fenomeno ma in senso contrario. Se si arresta il getto, le pinne si arrestano. Ora, è stato provato, segnatamente dai cibernetici moderni, che tale linea laterale era un apparato di stimolazione destinato a ricaricare l’embrione corticale di tale pesce, grazie a un’iper-eccitazione delle cellule che si trovano all’interno di tale tubo laterale.

Nel pesce superiore, tale apparato scompare per trasformarsi, nella parte cefalica dell’animale, in un nuovo apparato chiamato «otolite». Quest’ultimo è una piccola vescicola munita di cellule ciliate e nella quale siede un piccolo sasso (che le vale la propria denominazione). Grazie ai movimenti dell’animale e alla forza di gravitazione, tale apparato ricaricherà la corteccia (già più elaborata) e procurerà per ciò, alle pinne, la loro attività. In altri termini, più vi è movimento, più vi è carica corticale. Si tratta della messa in opera di tutto un sistema di contro-reazioni molto importante sul piano dell’efficacia della vita.

Tale apparato è per l’appunto quello che darà l’orecchio. Ma non è subito che si potrà raggiungere l’orecchio umano. Molti passaggi saranno da varcare, molti intermedi dovranno essere considerati, alcuni dei quali si riveleranno inefficaci, in particolare in certi rettili. Gli animali preistorici, e segnatamente i dinosauri, avevano per caratteristica di avere il proprio orecchio saldato alla colonna vertebrale. I grandi mammiferi di tale era utilizzavano tutta la loro colonna come apparato sensoriale d’ascolto e di ricarica, che realizzava veri tetti che consentivano loro di ricevere le informazioni.

Per altre specie, come i rettili, si constata che l’orecchio abbia ovviato. Per poter udire uscendo dall’acqua, il rettile (come del resto il feto che uscirà dal ventre di sua madre) ha dovuto far fronte a processi di adattamento. Ci troviamo allora in presenza di una importante stirpe di rettili che odono mediante pressione acustica di tutti i loro membri, dunque mediante conduzione ossea, come negli animali preistorici. La famosa vescicola che costituirà l’orecchio beneficerà più tardi, in altre specie, di una saldatura con l’omoplate. Poi, in uno stadio evolutivo più avanzato, in una stirpe più elaborata (quella dei serpenti e alcuni uccelli), una giunzione si farà tra tale vescicola e l’osso ioide; per altri animali, la giunzione sarà realizzata con l’osso del cranio.

Tutti questi sistemi presentano un inconveniente: mentre l’uomo è giunto a uno stadio che gli consente di udire sempre, l’animale, esso, ha «fading». L’uccello per esempio, che ha il suo sistema ossiculare saldato fatto di un solo osso, la columella, non ode più nulla non appena si metta a cantare; i cacciatori lo sanno molto bene del resto loro che, degli uccelli posati sul ramo, tirano sempre per primo quello che non canta poi a piacere l’uccello cantore che non ha udito nulla. Il ruminante, quando rumina, non ode neppure ciò che avviene all’esterno ma fa abbastanza rumore per udirsi da solo. Un fenomeno di adattamento si installerà dunque e progredirà, man mano che si salga nella stirpe animale; si vede così realizzarsi un perfezionamento dell’orecchio che tende a eliminare tale difficoltà.

I mammiferi, quanto a essi, hanno beninteso raggiunto un adattamento superiore, che si avvicina del resto al nostro. Così le scimmie possiedono un insieme molto più elaborato quanto alla fonazione; tali animali, più evoluti di noi a tale tema, hanno un apparato che funziona meglio del nostro; possiedono parimenti un ascolto che potrebbe funzionare altrettanto bene del nostro… se avessero il pensiero. Ecco dunque la grande differenza sulla quale non vorrei soffermarmi oggi, non volendo entrare in considerazioni di ordine filosofico. Mi sia soltanto permesso precisare che non è tanto sul piano anatomico che ci ritroviamo in tale studio ma sul piano della funzione e dell’impulso corticale che determina tale funzione. Ciò che pare dunque essenziale trattenere qui è il fatto che, nell’uomo, nessun organo sembra abilitato ad avere un’azione qualsiasi nella fonazione come nell’ascolto.

XII. — La relazione madre-figlio e la voce materna

Dopo tale aparté filogenetico, vorrei tornare sul problema dell’orecchio in quanto mezzo di comunicazione o di non-comunicazione con l’altro, attraverso il vissuto della prima relazione, della relazione primordiale, quella con la madre. Tale desiderio di comunicare con la madre nasce beninteso in utero. La relazione si installa in mille modi, al contatto delle membrane uterine, attraverso il liquido amniotico, per il tramite altresì e soprattutto del cordone ombelicale, enorme oleodotto che apporterà al bambino ciò di cui ha bisogno, il nutrimento pre-digerito, l’ossigeno, gli ormoni, ecc. È interessante notare che, subito, il feto risponda a tale dono permanente rinviando rifiuti. Il dialogo si installa così su un modo che si proseguirà dopo la nascita ma che non dovrà oltrepassare un certo periodo della vita al fine di non fissare l’essere in uno stato di dipendenza infantile.

Tale relazione bambino-madre è molto importante poiché è per ritrovarla che l’orecchio farà mille sforzi di adattamento dopo la nascita, in vista di rivivere il duo sonico intrattenuto durante la vita fetale. Nel momento in cui il bambino si trova scacciato bruscamente (e sovente dolorosamente) da tale guscio rassicurante che è l’utero, nel momento in cui si sente così disarmato dinanzi all’universo immenso e temibile che gli si offre, cercherà di ritrovare la propria madre con tutti i mezzi e in particolare tendendo il proprio orecchio alla voce materna.

Ricordatevi di quel segno che riporta Thomas. André Thomas era un grande medico, discepolo di Déjerine (allievo egli stesso di Broca) che ho avuto la fortuna di conoscere perché ha vissuto molto vecchio; ero suo allievo all’Hôpital Trousseau. Thomas ci mostrava sempre, esaminando un lattante, in che misura questo fosse tonico per qualche giorno dopo la nascita e come cadesse poi in una totale passività. Tale osservazione non ci stupiva oltre misura, ciò che provava del resto quanto fossimo ignoranti. Un’altra osservazione di Thomas, non meno interessante, era quella che si è denominata più tardi «il segno del prenome». Tale segno segna, in modo stupefacente, le relazioni intime, strette, che possono esistere tra la madre e il bambino. Si studia sin dal 4° o 5° giorno e non può eccedere il 10° giorno. Voi prendete un lattante, lo sedete (ha del resto quasi voglia di mettersi in piedi); si tiene molto bene seduto, manifestando una grande tonicità. Se qualcuno pronuncia il suo prenome, il bambino non si muove. Per contro, se la madre lo chiama con il suo prenome, il lattante cade sempre dal lato della voce della madre. Se è posta dietro di lui, cade all’indietro; se è posta alla sua sinistra, si china verso sinistra, ecc. Sembra dunque che vi sia un appello che ri-memorizza un vissuto, una relazione anteriore conosciuta prima della nascita. Penso del resto che tale notevole osservazione potrebbe parimenti essere denominata «il segno della voce», giacché è la voce che il bambino ritrova e non specificamente il proprio prenome. Tale sperimentazione non si può realizzare se non sino al 10° giorno della vita del lattante. Poi tutto si estingue. Perché dunque?

Partendo dunque dal principio che l’orecchio sia l’elemento che determina la dinamica dell’uomo, sembra indispensabile studiare i differenti stadi attraverso i quali passa l’orecchio dalla vita intra-uterina sino allo stato di adulto. Durante il periodo fetale, l’orecchio è interamente immerso in un liquido; è allora essenzialmente un apparato fatto per udire in ambiente liquido. I tre piani — l’orecchio esterno, l’orecchio medio e l’orecchio interno — sono immersi nel liquido amniotico. La trasmissione del suono si farà dunque interamente attraverso strati d’acqua. Sin dalla nascita, sin dall’ingresso in un ambiente essenzialmente aereo, l’orecchio dovrà allora adattarsi a tale nuovo ambiente acustico. Dovrà affrontare i medesimi problemi di adattamento di quelli che l’animale dalla notte dei tempi ha cercato di risolvere, senza poter tuttavia pervenirvi altrettanto bene dell’uomo, poiché non avendo a propria disposizione una struttura interna altrettanto elaborata.

L’orecchio è dunque pieno di liquido durante la propria vita fetale. Al momento della nascita, si svuoterà parzialmente di tale liquido. Solo lo strato esterno si riempirà di aria. È un dettaglio che si dimentica sovente. L’orecchio medio resterà, in effetti, pieno di liquido amniotico durante i primi dieci giorni della vita; ciò fa che tanti otologisti, sorprendendo un timpano leggermente bombato, pensano che vi sia otite. No, non è un’otite; è semplicemente liquido amniotico che si trova all’interno dell’orecchio medio. Non bisogna assolutamente toccarvi, giacché la relazione sonica deve poter continuare a realizzarsi, durante i pochi giorni che seguono la nascita, su un modo ancora liquido che rammenta al lattante il proprio vissuto uterino. La rottura, la separazione saranno così meno brutali. Poi, al 10° giorno, l’orecchio medio si svuota e il grande buco nero appare. Il bambino non ode più; perde la sua tonicità per il fatto che la comunicazione sonica liquida, ricca di frequenze acute, scompaia. Occorreranno poi settimane e mesi affinché il lattante adatti il proprio orecchio alle impedenze dell’aria in vista di ritrovare tale voce materna, che lo ha cullato durante il proprio periplo fetale.

Sembra bene insistere in tale occasione sul fatto che, nel linguaggio, non sia che il lato semantico ad avere importanza. V’è tutta l’empatia che passa tra due esseri, in certe circostanze e in particolare quando si tratti della relazione madre-figlio. Il bambino ode ciò che sua madre pensa, non bisogna dimenticarlo. Il feto è dunque già sensibilizzato alla voce della propria madre, di quella voce che ha udito, gustato, assaporato, durante la propria vita fetale. E se la madre ama il proprio bambino, se desidera dargli la vita, farne un essere umano, vi sarà obbligatoriamente comunicazione e, più tardi, linguaggio. In caso contrario, vi sarà disturbo della relazione. Ricordatevi di quell’esperienza fatta dai Nazisti nel corso dell’ultima guerra: desiderando produrre super-uomini, hanno iniettato lo sperma dei più bei S.S. nelle più belle ragazze che avessero trovato. Il risultato è stato disastroso poiché tra i lattanti, si sono contati il 60% di bambini sordo-muti. Non penso che tali bambini fossero realmente sordi; erano semplicemente sordi alla comunicazione per il fatto che una legge d’amore non aveva potuto essere istituita durante la gravidanza. Tale inseminazione sperimentale non aveva potuto innescare in effetti una vera relazione madre-figlio, supporto essenziale del futuro linguaggio.

Sarebbe stato interessante sapere se tali bambini fossero autistici o se avessero malformazioni congenite. Non penso che bisogni trattenere quest’ultima ipotesi. Quella di un rifiuto d’ascolto, di un rifiuto di comunicare mi sembra più plausibile. Tale esperienza mi era stata riportata da un professore di Normale Supérieure di cui avevo rieducato l’ascolto. Ho cercato di raggiungerlo più tardi per ottenere i riferimenti concernenti tale esperienza, in vista di uno studio più approfondito. Non avendo potuto ricontattarlo, mi apprestavo ad abbandonare le ricerche, allorché un giorno mi sono trovato faccia a faccia con l’autore di tale racconto. Era un Lituano che aveva conosciuto tale esperienza e che, avendo potuto sfuggire ai Tedeschi, aveva riportato, in un libro patetico, ciò che era avvenuto.

Esiste dunque una relazione madre-figlio che si stabilisce sin dai primi istanti del concepimento, che proseguirà durante tutta la gravidanza e che il bambino vorrà ritrovare sin dalla propria nascita. Quando nasca alla vita degli uomini, quando venga al mondo dopo aver lasciato il proprio paradiso uterino, il lattante deve poter ritrovare immediatamente la propria madre affinché la separazione non sia vissuta su un modo drammatico. Deve poterla toccare, palpare il suo seno, udire la sua voce e berla, come l’ha toccata, udita e bevuta durante la propria vita fetale. Ed è la ragione per la quale concentrerà tutta la propria energia per adattare la propria audizione, preparare il proprio orecchio all’ascolto e fare di questo un captatore capace di rilevare quella voce che ha conosciuto in una vita anteriore e che, sola, conta per lui.

XIII. — Le barriere del suono: Va, VIIa e Xa coppie craniche

Possiamo ora affrontare una nuova funzione dell’orecchio, una terza funzione, quella inerente all’ascolto umano. Qui il fattore psicologico interverrà in modo determinante e, secondo che la relazione prima sia stata accettata o rigettata, l’orecchio saprà aprirsi o chiudersi alla comunicazione.

Mi sia permesso rammentarvi che, prima di raggiungere il nervo uditivo, il suono è obbligato a varcare molte barriere; barriere che assomigliano stranamente a quelle che si incontrano nel mondo esoterico. Talune di esse sembrano ben difficili da varcare; corrispondono per l’appunto alle barriere dell’esistenza che ciascuno di noi deve affrontare per andare verso la vera vita.

Allorché un suono perviene a un individuo, il tutto è sapere se questo desideri o non desideri udirlo, se desideri accoglierlo o piuttosto rigettarlo, se voglia apprestare il proprio corpo a riceverlo, preparare la propria mimica facciale in vista di ascoltarlo o se rifiuti la comunicazione, se cerchi di tendere l’orecchio o di rilasciarlo. Vi è qui un «apprestamento» all’ascolto, una postura di relazione o di non-relazione che solo l’essere umano è capace di adottare ma di cui può essere poi prigioniero.

Vi rammento dunque che l’innervazione del volto è realizzata nell’orecchio, nel punto del meato, da due rami nervosi:

  • 1° quello della parte posteriore diretto verso il padiglione e costituito dal nervo facciale, vale a dire la VIIa coppia cranica, che innerva tutti i muscoli del volto eccetto l’elevatore della palpebra;

  • 2° quello della parte anteriore che è comandato dalla Va coppia, che innerva al contempo la muscolatura della mascella nel movimento di apertura e chiusura della bocca.

Nel condotto uditivo, si trova la medesima ripartizione: la parte posteriore dipende dal regno della VIIa coppia, mentre la parte anteriore dipende dal regno della Va coppia. Poi si arriva al timpano, che è un luogo molto interessante. Indietro, l’innervazione risponde al facciale ma fa soprattutto intervenire un altro nervo, molto importante sul quale ho sovente insistito — e me ne scuso. Si tratta della Xa coppia o nervo pneumogastrico o nervo vagale.

Chiedo a coloro che fanno lo stesso mio mestiere di rammentarsene bene e di iscrivere ciò a lettere d’oro giacché credo che sia qui una delle chiavi essenziali di tutto l’insieme. E per gli analisti che cercano soluzioni in vista della liberazione dell’essere, consiglio loro di rammentarsi che il timpano è innervato dal nervo pneumogastrico e che, per conseguenza, tutto ciò che toccherà il timpano — in particolare il verbo — avrà interferenze su tutto il sistema parasimpatico.

Al livello del timpano, il pneumogastrico ha la propria sola emergenza cutanea; questa si raddoppia poi della parte interna del timpano grazie a fissazioni di rimpiazzo con la IXa coppia, la quale innerva la tromba di Eustachio e la faringe. La Xa coppia innerva parimenti certi muscoli del collo, grazie alla sua collaborazione intima con il nervo spinale, al punto che si può chiamarlo il pneumo-spinale o il vago-spinale; è in realtà lo stesso nervo. Lo spinale innerva i muscoli laterali del collo; è esso che darà, nell’animale umano, l’allure di cane bastonato o che verticalizzerà l’essere suscitando la rettitudine del collo. Del resto, tutti coloro che hanno l’abitudine di utilizzare le nostre tecniche sanno che un bambino che non oda gli acuti è sempre curvo. Si tiene male. Non serve dirgli in permanenza «tienti dritto, tienti dritto», giacché non può rettificare da solo la propria postura. Ma basta fargli udire gli acuti sotto Orecchio Elettronico per vederlo raddrizzarsi immediatamente.

Constatiamo poi che il nervo pneumogastrico la cui emergenza si trova al livello dell’orecchio comanda parimenti la faringe che è, non dimentichiamolo, il luogo in cui si incontra una parte dell’angoscia (la parola «angina» e la parola «angor» possono essere facilmente accostate). Si può osservare del resto, applicando le nostre tecniche in un bambino che non voglia entrare nel linguaggio, che somatizza sovente al livello della gola facendo un’angina. Resiste alle sedute prendendo il microbo, lo stafilococco o altro, come mezzo di fuga. Molti bambini autistici o schizofrenici fanno sovente un’angina all’inizio della cura. Bisogna sapere che è una reazione normale.

La Xa coppia controlla parimenti il laringe nella sua funzione motoria e sensibile. Ecco perché può «tagliarci» la parola o darcela, trasmetterci la sensazione di palla che sale e che scende. La parte motoria del laringe è sotto la dipendenza di un ramo del pneumogastrico che si chiama il «ricorrente» (perché fa marcia indietro). Quest’ultimo presenta una particolarità alla quale vi chiedo di pensare e che consiste in una differenza sensibile esistente tra il ricorrente destro e il ricorrente sinistro. Il sinistro passa sotto la succlavia e attacca il laringe passando sotto l’aorta vale a dire prendendo un itinerario da 40 a 50 cm più lungo del circuito destro. Tale aumento di tragitto introduce un ritardo giacché l’informazione su un nervo va lentamente; non va alla velocità della corrente elettrica; si può notare una media di 20 m/s, 50 m/s al massimo per certi nervi. V’è dunque luogo di notare un tragitto sinistro molto più lungo che introduce un’asimmetria, il cui ruolo è molto importante nel dominio della lateralità.

Il pneumogastrico innerva parimenti il cuore al livello delle coronarie e comanda la sua irrigazione. È esso che darà palpitazioni, i guai cardiaci sino all’infarto, vale a dire all’angina pectoris, l’angor pectoris. Sul piano polmonare, innerva i bronchi e provocherà l’asma, vero annegamento, vera inondazione bronchiale che rammenta la respirazione acquatica del feto.

La Xa coppia costituisce dunque un insieme neuronico molto importante che comanda numerose regioni del corpo umano. Per quanto concerne il ramo destro e il ramo sinistro, tre ipotesi possono essere evocate:

  • 1° il nervo destro segue il proprio cammino nell’addome, nell’intestino, in tutta la parte bassa, in parallelo con il nervo sinistro;

  • 2° o si gettano l’uno nell’altro al livello del plesso solare;

  • 3° o — e propenderò più verso quest’ultima ipotesi che pare essere attualmente quella dei neurologisti, segnatamente Delmas — il destro si getta nel sinistro, divenendo questo allora dominante a partire da un certo punto. Va poi a terminarsi nella vescichetta biliare innervando al passaggio la milza, il pancreas, i due reni, l’intestino in totalità (l’intestino tenue e il grosso intestino); il retto e, per anastomosi, gli organi genitali.

Si vede così che il pneumogastrico innervi tutto l’essere interiore e tenga un ruolo considerevole. Farsi della bile, è in realtà mal giocare del proprio pneumogastrico. In altri termini, divenire padroni del suono al livello della tensione del timpano, è divenire padroni di tale nervo che gli Antichi hanno chiamato, a giusto titolo, il Vago per evocare il «vago dell’anima» che esso può così facilmente suscitare.

Eccoci dunque di fronte a un insieme complesso che, lungo il tragitto che dovrà effettuare il suono, farà intervenire la Va coppia, la VIIa, la Xa e, in fin di corsa, se la porta vorrà aprirsi, la VIIIa coppia, vale a dire il nervo uditivo. Affinché tale porta si apra, occorre che vi siano tensioni complementari, segnatamente al livello del timpano. Se il timpano è poco teso, vale a dire molto mobile e molto mobilizzabile, è unicamente l’angoscia a esprimersi. Nei soggetti che non odono gli acuti, che rifiutano di udire, che rifiutano la comunicazione e che non sanno fare analisi sulla membrana basilare, il timpano non è teso. Vi è allora una scossa troppo grande che metterà in risonanza tutto il tragitto del pneumogastrico e che susciterà dunque serramenti al livello del laringe, o palpitazioni o disturbi digestivi, ecc., vale a dire che provocherà tutte le contro-reazioni vagali che ora conosciamo perfettamente bene.

Cosa facciamo dunque con l’Orecchio Elettronico perché, in così poco tempo, l’angoscia cada, lo stato di euforia appaia e il desiderio di comunicare si manifesti con una tale intensità? Penso che consentiamo semplicemente al timpano di tendersi in tal maniera che, a un dato momento, vibri al minimo per evitare la ripercussione vagale e per divenire allora veramente un apparato trasmettitore di suoni.

XIV. — Nuova teoria della fisiologia uditiva: il sulcus tympani

Ma a partire da qui, come si trasmetterà dunque il suono per raggiungere l’orecchio interno? Prenderà la catena ossiculare situata nell’orecchio medio per giungere alla finestra ovale? Non lo penso. Ed è ora che si preciserà una nuova teoria di fisiologia uditiva che fa intervenire percorsi del tutto differenti da quelli che sino al presente hanno sostenuto le ipotesi degli specialisti dell’audizione. È una teoria psico-fisiologica che vorrei evocare qui giacché l’orecchio umano è solo a poter, mediante un adattamento eccezionale, udire soltanto ciò che gli piace udire.

Per le cose che ci interessa ascoltare, tendiamo l’orecchio. Ora, tendere l’orecchio, è a un dato momento di concentrazione all’ascolto, raccogliere il suono che ci penetra da ogni parte, attraverso la pelle, lo scheletro, ecc. e trasmetterlo alla vescicola uditiva che è il labirinto osseo; lì, una distribuzione si farà secondo un dispatching sapiente realizzato dal psichismo. Penso che sarebbe veramente utile rivedere la fisiologia umana sotto un angolo nuovo e secondo un approccio del tutto differente da quello adottato dai nostri contemporanei e dai loro predecessori. L’uomo non è una rana che ritrae la propria zampa non appena la si ecciti. È vero in una certa misura e in certe circostanze. Se si mette la mano su qualcosa di molto caldo, la si ritira subito beninteso; ma si mette sovente la mano su certe cose, senza ritirarla per ciò. Esiste una sorta di libero arbitrio che fa che si possa scegliere. Nel dominio dell’ascolto, è lo stesso. Nessuno può forzarmi a udire e ancor meno ad ascoltare se non ne ho voglia. Ed è perciò che è assolutamente indispensabile ripensare la psico-fisiologia dell’orecchio, considerare gli apparati sensoriali umani non come quelli degli animali ma come antenne proiettate dall’uomo per udire o per ascoltare, per vedere o per guardare. Esiste sempre una intenzionalità previsionale che fa che andiamo a utilizzare o a non utilizzare i nostri apparati sensoriali per comunicare con il mondo esterno.

Siamo dunque al punto di domandarci da dove passi il suono. La chirurgia attuale della cofosi (vale a dire della sordità) mostra che il suono non passa per l’appunto attraverso la catena ossiculare. La prova ne è che, allorché si pratichi una trapanazione della parte esterna del canale semi-circolare esterno dell’orecchio (come suggeriva Lempert), vale a dire allorché si pratichi un buco in tale canale, buco che non ha nulla a che fare con ciò che sono le finestre rotonde e ovali, il soggetto si mette subitamente a udire, ciò che è assolutamente aberrante rispetto alla fisiologia uditiva attualmente ammessa. D’altra parte la teoria della meccanica idraulica (come ha dimostrato Békésy) è ancora lontana dall’essere soddisfacente e non può giustificare i risultati ottenuti dai chirurghi della sordità.

Ciò prova che il suono passi altrimenti. Ma da dove passa dunque? Per cercare di dare una risposta a tale questione così importante per noi che lavoriamo unicamente con l’ausilio di suoni, mi sembra necessario riprendere in primissimo luogo lo studio del timpano. Noteremo anzitutto che esso ha la possibilità di muscolarsi o di smuscolarsi, che può persino mediante la propria struttura intrinseca, arricchirsi di fibre o al contrario cancellarsi facilmente, secondo che il soggetto sappia o no servirsi del proprio timpano per ascoltare. In certe persone come gli otosclerotici che non odono e che non utilizzano praticamente più il loro timpano, si può scorgere la staffa nella camera media, attraverso la membrana del timpano, come se vi fosse dinanzi a tale ossicino qualcosa di diafano (da notare che gli altri due ossicini sono situati più in alto nella cavità dell’orecchio medio). Per contro, in coloro che hanno un orecchio ben teso e ben muscoloso, non si può vedere nulla attraverso il timpano. Un bel cono luminoso si presenta allora, testimonianza di una perfetta tonicità; e nella parte bassa, segnatamente là dove si inseriscono gli archi, le fibre arciformi di Fumagali, si trova un timpano molto ben costruito, molto ben strutturato.

Vi preciso che il timpano (o più esattamente la membrana timpanica giacché il timpano sia anatomicamente il buco in cui si inserisce la membrana) entra in un grosso solco che si chiama il «sulcus tympani» e che consente al timpano di aggrapparsi fortemente alla parete ossea con l’ausilio di fibre estremamente solide. Il giuoco consisterà nel fatto che la membrana sia sufficientemente tesa affinché l’impedenza (vale a dire la resistenza minima al messaggio da passare) sia quella dell’osso sottostante. In quel momento, esiste una tensione tale che l’osso periferico del sulcus (che lascia passare il suono referenzialmente alla frequenza 2.000 Hz) divenga il trasmettitore del suono verso la piramide petrosa nella quale si trova la vescicola ossea labirintica. Questa è fatta di un osso estremamente denso come quello della parte bassa dell’orecchio medio che la collega al sulcus tympani. Essa si trova essere in sospensione nella piramide petrosa che è fatta di trabecolazioni leggere, come se tutto fosse studiato affinché non vi sia alcuna trasmissione altrimenti se non attraverso la parte esterna del labirinto osseo.

In altri termini, ogni informazione sonora che riceviamo è trasmessa immediatamente per conduzione ossea alla vescicola labirintica. Quando dico «conduzione ossea», voglio significare «conduzione per il tramite di tutto lo scheletro dell’orecchio» e non per la catena ossiculare. Questa non è destinata a mio avviso a trasmettere il suono ma a regolare le pressioni del liquido contenuto nella coclea. Giuoca un ruolo regolatore di pressioni, di adattatore di impedenza e non interviene che in fin di corsa per dare l’ultimo colpo di chiave che determinerà la percezione cosciente del suono e consentirà la trasmissione al cervello. Mi è impossibile soffermarmi qui sui meccanismi innescati nell’orecchio interno dopo il labirinto membranoso contenuto nel labirinto osseo. Tutto un giuoco di pressioni interverrà e consentirà l’analisi più o meno fine dell’informazione sonora sulla membrana basilare. Ed è allora che la staffa e tutta la catena ossiculare dell’orecchio medio entreranno in scena per assicurare o bloccare il funzionamento dell’orecchio interno.

XV. — L’audiogiria specificamente umana

Uno studio più approfondito di tale nuova teoria della fisiologia uditiva dev’essere presto pubblicato in un libro su «l’ascolto umano». Potremo, se vorrete, tornarvi nel corso del prossimo congresso. In attesa, penso che potrete grazie alle ipotesi che vi sono state appena proposte chinarvi su tale vasto problema della fisiologia uditiva. Tali ipotesi hanno almeno il merito di poter spiegare, in larga misura, i risultati che otteniamo sotto Orecchio Elettronico, risultati che nessuna teoria attuale può giustificare. Per di più, non possono incontrare alcuna obiezione valida sul piano fisiologico. Ecco perché diviene urgente proporle a tutti coloro che cercano in una direzione.

Prima di terminare, vorrei dire alcune parole sull’audiogiria della quale è stata fatta allusione nell’opera intitolata «Education et Dyslexie». Tale audiogiria, specificamente umana, mette in luce l’utilizzo che l’uomo ha fatto del proprio orecchio per comunicare con il proprio ambiente con l’ausilio del linguaggio.

Per comprendere meglio tale funzione essenziale sembra necessario studiare ciò che avviene presso gli animali, e constatare la progressione verso l’uomo o piuttosto la mutazione al livello dell’essere umano. Più un animale è evoluto, più si dirigerà verso fenomeni di accomodazione. In un uccello, per esempio, si constata che la sua visione è monoculare, e poi, poco a poco, si arriva nel mammifero a una bi-utilizzazione. E nella scimmia, la bi-utilizzazione si farà in modo che, sotto il comando della IIa coppia (nervo ottico) vi sarà convergenza e associazione dei movimenti degli occhi e della testa; questi metteranno la IIIa, la IVa, la VIa e la XIa coppia sotto la férula della IIa coppia. Ciò vuol dire che l’animale potrà girare gli occhi da tutti i lati, in alto e in basso, come desidera e che potrà parimenti girare la testa come vuole se desidera vedere. È lo stadio massimo che possono raggiungere i bambini che non sono investiti della funzione parlata. Finché non si denominano le cose, ci si comporta come tale. Si vive certo in un universo visivo ma, dall’istante in cui le cose siano denominate, dall’istante in cui la memorizzazione verbale appaia, dall’istante in cui vi sia desiderio di comunicare, di andare verso l’altro, vi è asservimento di tutto tale insieme alla funzione labirintica. Sembra dunque che la IIa coppia abbia sotto la propria dipendenza il fascio genicolato e che, grazie ad anastomosi multiple, si abbandoni essa stessa interamente alla VIIIa coppia. Si sa che le prove dette «caloriche» mediante irrigazione di acqua in un orecchio provano l’azione del labirinto sulla visione, mediante apparizione di un nistagmo.

XVI. — Il linguaggio del bambino: verso il silenzio

In sintesi, se si osserva la progressione dell’animale verso l’uomo, si constata che il vertice dell’organizzazione animale sia opto-oculo-cefalogira mentre, nell’uomo, sia audio-opto-oculo-cefalogira o, in compendio, «audiogira», vale a dire asservita all’audizione. Sembra dunque che siamo essenzialmente indotti dal desiderio di comunicare e di parlare. Ma se tale desiderio non esiste, l’umanizzazione diviene impossibile.

Penso che sia tempo ora di separarci. Vorrei tuttavia dire ancora una parola su ciò che abbiamo evocato stamattina per quanto concerne Edipo e il linguaggio. Abbiamo parlato brevemente, ve ne ricordate senza dubbio, di tale passaggio di struttura in struttura; penso che la psicolinguistica, in un approccio ulteriore, dovrà studiare sul piano psico-fisiologico, le differenti tappe del linguaggio. Le prime sono agevoli; è il semplice babillage, poi il babillaggio, poi il balbettamento. Ma non appena si affronti il vero linguaggio, la difficoltà comincia per il fatto che con le medesime parole, si possono esprimere cose differenti. Ciò è importante e vorrei insistere su tale punto qualche istante prima di lasciarci.

Allorché un bambino dica una semplice parola è tutta una sintassi estremamente densa che esprime in modo condensato. Facciamo sempre, in quanto linguisti, un errore fondamentale nel non voler considerare ciò come linguaggio, mentre si tratti di tutto un discorso da decifrare. Quando un bambino dice «pipì», ciò vuol dire «portami il vasino subito. Ne ho bisogno altrimenti ci sarà una catastrofe». Ciò mi rammenta una parola di bambino assolutamente deliziosa che evocava ciò: «Ma no Mamma, non è una catastrofe, è una pipistrofe». Ebbene, è tutto ciò che il bambino vuol esprimere in tale sola parola; v’è tutto: il fraseggiare, la punteggiatura, il tono. Allo stesso modo, quando chiama «Mamma», ciò può significare mille cose.

Tale sorta di telescopaggio linguistico ha luogo all’inizio della vita del bambino, allorché egli cominci a tenersi in piedi. Ed è quando muoverà i primi passi, quando comincerà a spostarsi nello spazio, che la frase si introdurrà e il verbo apparirà. Il suo «io» è allora implicato in modo permanente. In realtà, è il suo io, io-oggetto, il suo io esistente che interviene, giacché non v’è che lui che conti. Il suo universo è puramente egocentrico. Poi, a poco a poco, si rende conto che l’altro esiste, che l’altro-oggetto esiste, e si produce una sorta di decentralizzazione del suo ego. Lo si vede creare altri oggetti rispetto a sé; tutto il resto diverrà accanto a lui una sorta di complemento; la grammatica si strutturerà infine e prenderà il proprio vero posto.

Ma la grammatica è essenzialmente neuronica. La difficoltà sarà dunque, per il linguista, considerare le differenti tappe del linguaggio e sapere che con un medesimo linguaggio, il sistema nervoso di un bambino di 12 anni non dirà la stessa cosa di quello di un uomo di 30 anni che, a sua volta, non vorrà significare la stessa cosa di quello di un uomo di 50 anni. La psicoanalisi è là per fornirci le strutture della significazione di ciascuno dei termini in funzione del vissuto e in funzione dell’analisi della struttura di tale vissuto. E il linguaggio ultimo dovrà essere quello che permetterà di parlare senza alcuna proiezione psicoanalitica. Penso che tale linguaggio sarà allora prossimo al silenzio, di quel silenzio che ora mi accingo a fare.


Fonte: A.A. Tomatis, «Nouvelles théories sur la physiologie auditive — application de l’oreille électronique», conferenza pronunciata al 2° Congresso Internazionale di Audio-Psico-Fonologia, Parigi 1972 (diciannove pagine). Digitalizzazione del documento da parte di Christophe Besson, 4 giugno 2010. Documento proveniente dagli archivi personali di Christophe Besson.