Dov'è andato a finire il mio corpo? Lo iato ideologico-ontologico
Dov'è andato a finire il mio corpo? Lo iato ideologico-ontologico (Raynaud, Bordeaux 1981)
Comunicazione presentata al Congresso dell’Association Française d’Audio-Psycho-Phonologie*,* Bordeaux, 22 novembre 1981*, dal* Dott. J. Raynaud*.*
Dov’è andato a finire il mio corpo? Lo iato ideologico-ontologico — a proposito delle teorie sul linguaggio e sull’apprendimento. Contro una scienza occidentale che ha estromesso il corpo dalla questione del linguaggio, l’autore confronta il mentalismo di Chomsky, il materialismo dialettico dei sovietici (Sečenov, Pavlov, Leont’ev, Lurija), l’antropologia marxista di Morin e Piattelli-Palmarini, e l’antropologia del gesto di Marcel Jousse, per ricongiungersi alla pratica audio-psico-fonologica di Tomatis: la parola come simbolo sonoro risonante*, fondata nella voce materna e nella funzione simbolica, irriducibile a ogni spiegazione puramente genetica o strettamente materialistica.*
Il congedo dato al corpo dalla linguistica
Il signor Vendryès fu professore di linguistica, e fu lui — mi è stato detto — che un giorno ebbe a dire: «Una volta per tutte, non si parlerà più di problemi dell’origine del linguaggio.»
Sembra che attualmente, nella nostra cultura occidentale — sottolineo la parola —, tale principio sia rigorosamente rispettato. Possiamo dimostrare che ciò è all’origine del mantenimento di una grave ambiguità, ambiguità derivata dall’esistenza stessa della scienza linguistica.
Tale ambiguità è grave per il fatto che le scienze umane, almeno nel nostro sistema occidentale, non si interessano più effettivamente all’origine del linguaggio, ammettendo che il problema sia risolto, che sia la scienza a risolverlo. L’ambiguità risiede, a nostro avviso, nel fatto che si tratta soltanto di una semplice ipotesi, ammessa implicitamente come verità prima, senza che il suo carattere ipotetico venga mai rimesso in questione: vale a dire che non soltanto non ci si interroga più sulle origini, ma si ammette che il problema sia risolto.
Ora, il modo in cui si risponde alla questione dell’origine del linguaggio parlato — o linguaggio innato, autogenerato dall’animale-uomo, prodotto di un’evoluzione felice, dunque linguaggio oggetto del mondo come l’uomo stesso; o linguaggio acquisito, ricevuto, perlomeno portatore di valori trascendentali al mondo materiale, che fa dell’uomo-animale un essere eccezionale —, non è affatto neutrale, e segna profondamente il destino degli uomini. Tale questione deve dunque essere presa in considerazione nelle scienze umane.
Vale a dire che occorre rifiutare l’ambiguità suggerita da una scienza che, malgrado tutto, comincia a interrogarsi sulla propria finalità ultima come sulle proprie origini, a interrogarsi altresì sulla necessità di un’etica scientifica nella pericolosa marcia verso il progresso. Tale sarà la nostra attitudine.
La deviazione attraverso gli altri «linguaggi»: una sottrazione
Ma il signor Professor Vendryès si trasse d’impaccio, per così dire, e scrisse: «Esistono parecchie specie di linguaggio. Vi è il linguaggio olfattivo e il linguaggio tattile, il linguaggio visivo e il linguaggio uditivo. Il linguaggio visivo è probabilmente tanto antico quanto il linguaggio uditivo.»
È un po’ come se tale affermazione avesse fatto il proprio cammino… Da allora, il psico-sociologo Mac Luhan ha ben dimostrato come la dialettica linguaggio orale – linguaggio scritto spartisse il mondo.
Ma dobbiamo rassegnarci così agevolmente a una tale partizione? Inoltre, si scriverà in termini che descrivono chiaramente ciò che il Professor Vendryès fece nella linea del proprio primo principio, rimanendo prigioniero di tale dialettica dell’occhio, della lingua scritta, e strettamente legata al mondo occidentale, razionalizzante e analizzante — al punto da dimenticare che l’uomo è anzitutto e innanzi tutto essere parlante?
Essere prigioniero della lingua scritta è semplicemente essere prigioniero della linguistica anch’essa, speriamo di mostrare che ciò che si può dire del linguaggio e della parola non si limita ai contributi di una linguistica essa stessa partizionata.
Ma diversamente, come fa il professor Vendryès, tanti linguaggi, è comunque rimandare al corpo. Ed è proprio attraverso il proprio corpo che l’uomo può conoscere il mondo e l’altro… Questione centrale dunque per quanto concerne il linguaggio, che pone parimenti il problema dell’origine.
Le teorie in presenza — cercare il corpo
La bio-antropologia, i cui sviluppi sono recenti — su iniziativa di E. Morin e M. Piattelli-Palmarini —, riassume le tesi più avanzate dei più competenti nelle scienze biologiche e umane. Ora, se non in biologia, possiamo sperare di trovare il corpo e il modo in cui il linguaggio è generato?
Le parole-chiave delle risposte qui date in un lavoro che si dà per scopo l’unità dell’uomo sono facili da enucleare. Tutto ruota attorno al problema degli universali e alla ricerca dei sistemi auto-organizzatori. Il modello è quello della genetica. Il problema delle origini è regolato dall’adozione della prospettiva darwiniana e dell’intervento del caso, caso anzitutto genetico che ha condotto l’uomo alla propria forma parlante.
Tutto può riassumersi attorno a una concezione che si può descrivere come mentalistica: «Il problema della conoscenza e del pensiero è d’essenza sintattica.» Sufficiente è dunque l’attenzione delle scienze, scienze biologiche e scienze umane, dei sistemi di funzionamento dello psichismo umano che sono universali, alla base dei principi di funzionamento dello psichismo umano — i famosi «sistemi auto-organizzatori» nei quali si troverebbe la soluzione ultima dei procedimenti esistenziali e conoscitivi dell’uomo.
L’opzione Chomsky: il linguaggio come struttura innata universale
L’essenziale è qui in un modello ispirato alla genetica che suggerisce che il microcosmo delle strutture molecolari microscopiche detti le proprie leggi al macrocosmo — vale a dire al corpo e ai suoi determinismi essenziali.
Sul piano del linguaggio, è l’adozione della prospettiva Chomsky senza alcuna ambiguità, vale a dire che gli universali sono sintattici, comuni a tutte le lingue, iscritti geneticamente nel codice di una struttura profonda universale. A partire di là, le strutture superficiali, ossia le differenze tra lingua e lingua, si spiegherebbero soltanto attraverso le differenze tra i diversi ambienti culturali.
Il linguaggio parlato è qui contingente rispetto a una sintassi iscritta geneticamente, base del linguaggio e del pensiero.
Le teorie psicoanalitiche essenzialmente freudiane sono integrate in tale modello di auto-organizzazione dell’uomo, mediante il tramite di un’universalità dell’Edipo, di un’auto-organizzazione del desiderio, alla base del funzionamento della macchina umana attraverso la parola, il modo di autogenerazione del desiderio, motore essenziale dell’uomo, rappresenta, parrebbe, una tesi che ha fatto fuggire e implicita la psicoanalisi, idea la cui portata ci sembra considerevole.
Insomma, ci troviamo in presenza di un nuovo mito prometeico, razionalista e scientificamente costruito da biologi, sociologi e psicologi, convinti dell’universalità del linguaggio e assai influenzati dal darwinismo, dal marxismo, dal freudismo, dal razionalismo metodico.
La prospettiva opposta: la linguistica sovietica
Il nostro impegno di audio-psico-fonologo, se occorresse scegliere, dovrebbe farci pendere verso la prospettiva materialista marxista sviluppata dai sovietici?
In effetti, l’importanza e la primazia del linguaggio parlato sono incessantemente affermate, mentre in Occidente la parola è messa in secondo piano.
Inoltre, il gesto, alla base del pensiero-linguaggio, reintroduce di tutta evidenza il corpo nella sua funzione. Se il riferimento a Piaget è frequente in Leont’ev, contro le distinzioni gravi sassoni nella trasmissione attraverso il senso del senso. Secondo lui, esse sono essenziali ma universali-diffuse sul globo, è universale di cui i bio-antropologi occidentali non parlano affatto — si dimentica, da noi, in Francia.
Infine, per parte mia e assai profondamente, il genio russo oltrepassa di gran lunga l’ideologia marxista-leninista… e penso di poterlo dimostrare.
La teoria sovietica del riflesso — Sečenov, Pavlov, Leont’ev
Sečenov: la sensazione come atto riflesso
Leont’ev cita a lungo Sečenov a proposito della sua teoria del riflesso psichico. Essa ci appare di indefinita incontestabilità e rappresenta una base necessaria come anche un incoraggiamento alla nostra ricerca già intrapresa.
L’idea centrale di Sečenov è, in effetti, che la sensazione è un fenomeno psichico in reazione con la realtà materiale. Lo schema dell’atto riflesso è qui conservato e la sensazione deve essere considerata come un fenomeno che non può sorgere se non nella composizione di un atto riflesso, con le sue conseguenze motorie, in particolare.
Sečenov distingue dei recettori prossici (vale a dire dei motori organizzati, di contatto e dei recettori a distanza come i recettori visivi e uditivi).
Egli ci dice che un occhio immobile è cieco quanto una mano astereognosica. Sečenov afferma: senza la partecipazione del movimento, le nostre sensazioni e le nostre percezioni non avrebbero la qualità di oggettività, vale a dire di rapporto agli oggetti del mondo esteriore, che soltanto ne fa fenomeni psichici.
Egli sottolinea che «tutte le nostre idee sul mondo circostante per quanto complesse e per quanto ricche scientificamente, si fondano in ultimo rapporto sugli elementi che ci sono forniti dai nostri muscoli».
Pavlov: strutturazione corticale per segnalazione
Tale tesi sbocca nel concetto di analizzatore al livello cerebrale di Pavlov: il cervello si strutturerebbe attraverso tale concezione di una funzione degli analizzatori, formando così veri sistemi funzionali capaci di trattare i diversi agenti agenti, di discriminarli e di sintetizzare gli elementi sotto la forma di una significazione di segnalazione.
Lurija: centralità del linguaggio parlato nella corteccia
Lurija, da parte sua, ha ben dimostrato come al livello cerebrale tale concezione, centrale del resto sul linguaggio parlato, consenta di delucidare un certo numero di meccanismi cognitivi parziali implicati nella lettura, nella scrittura, nella parola, meccanismi ancora poco significativi e difficilmente riducibili.
Ma in tale concezione, «il lavoro del cervello, tale organo dello psichismo è ancora rigorosamente determinato dai rapporti oggettivi delle proprietà esistenti del mondo esteriore, e riflettendo in modo adeguato tali rapporti».
Il rischio di una deriva materialistica
Qui occorre essere chiari: non possiamo accettare se non l’affermazione tanto assoluta, applicazione pura e semplice dell’ideologia marxista materialista. Sfugge qui la questione centrale del linguaggio, quella della capacità simbolica dell’uomo, specifica, unica e inspiegata, a oggi, e che — a nostro avviso — sfugge per la sua essenza ai determinismi materialistici, vale a dire a un determinismo esclusivo attraverso l’ambiente.
Restiamo, beninteso, in tale opzione sul soggetto.
Convergenze con Tomatis: Leont’ev sull’orecchio
Si può illustrare la concezione di Sečenov attraverso l’esempio seguente. Tastando l’oggetto e seguendone i contorni, la mano ne riproduce le dimensioni e la forma e per il tramite dei segnali partenti dal suo apparato motorio chiude il suo calco nel cervello. Infine dello sviluppo, la retina dell’occhio ritagliato mette propriamente parlando la retina di un occhio inizialmente istruito dalla mano.
Tale concezione, incontestabilmente, consente di reintrodurre il corpo in tutta la sua materialità funzionale nel suo rapporto al reale.
Ma non si può testare, in tale concezione, a una dinamica del movimento — tocco — occhio e il problema dell’orecchio non è pienamente affrontato per quanto ci tocca per l’interesse privilegiato di tale concezione, che si distingue dall’Occidente alloggiato in una dinamica dell’oculotropo visivo e del mentale, per esempio ciò che vi è tra Freud e Piaget.
La questione è ben posta da Leont’ev: «Uno dei sensi motori è, senza dubbio, l’organo uditivo; l’orecchio è, in effetti, un senso libero, isolato dal sistema della prassi, dall’apparato dei movimenti muscolari esterni, è l’esempio stesso di un organo contemplativo.»
Si può obiettare qui 2 cose capitali:
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Il vestibolo fa parte dell’orecchio e partecipa all’equilibrio del corpo, al mantenimento della posizione della testa nello spazio, alla postura in generale, per fare la percezione dei ritmi e mantiene strette relazioni con i cervelletti coordinatori dei movimenti delle membra;
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L’orecchio controlla la fonazione come un captatore — vale a dire che attraverso la muscolatura del nasofaringe, delle corde vocali, della respirazione, controlla l’emissione e la vibrazione dell’aria che crea i suoni attraverso il ritmo-melodia della parola, come ha ben dimostrato Tomatis. Il che equivale a dire che senza orecchio, l’uomo non può comunemente rendere il suono.
Del resto, ciò che Leont’ev sviluppa a lungo sull’orecchio costituisce incontestabilmente la base sperimentale della nostra pratica audio-fonologica, sicché possiamo farne uno dei nostri più grandi iniziatori. Riprendo deliberatamente tale termine dalla risonanza dostoevskiana…
Sordità tonale e orecchio musicale
In effetti, nel suo capitolo su «il biologico e il sociale nello psichismo dell’uomo», Leont’ev sottolinea che l’uomo si differenzia dall’animale per la sua capacità di creare significazione.
Leont’ev sviluppa nel dettaglio tutta una sperimentazione assai precisa e assai scientifica sull’orecchio tonale, caratterizzando l’orecchio musicale e l’orecchio timbrico caratterizzando così attraverso l’orecchio nel linguaggio parlato.
Ciò sembra significare che per lui il biologico e il sociale nel loro rapporto allo psichismo dell’uomo passano attraverso tutto tale problema della sensazione uditiva. L’analisi verte sulla capacità di differenziare le altezze di suono, vale a dire l’orecchio musicale.
Egli mostra che la sordità tonale, vale a dire l’incapacità di differenziare le altezze di suono, è un problema frequente presso l’uomo. Sperimenta come si possa analizzare tale capacità dell’orecchio in modo assoluto attraverso i suoni puri e in modo più fisiologico facendo intervenire il fattore timbro, ciò che sollecita tutto il fatto della percezione di fasi di altezze, per un certo numero di pazienti sono alla padronanza. Egli vale stabilire qui, di tutta evidenza, le condizioni di funzionamento dell’orecchio nel linguaggio parlato.
Egli dimostra in modo scientifico, situandosi nella teoria riflessologica di Sečenov, che sotto l’influenza dell’azione — vale a dire facendo cantare dal paziente stesso, le altezze da udire e da discriminare —, si migliorano considerevolmente le capacità di discriminazione del suo orecchio.
Ciò è il fondamento della nostra pratica che Tomatis ha anteriormente codificato e ha introdotto la realtà della lateralizzazione dell’orecchio.
Jakobson, Tomatis e la voce materna
Infine, occorre ricordare che nel 1960 è apparso il libro di Jakobson su «L’ossatura fonica del linguaggio», che prende piede della linguistica fondamentale dalle idee di Leont’ev, contro una delle distinzioni gravi sassoni non essenziali nella trasmissione attraverso il senso del senso. Secondo lui, esse sono essenziali ma universali-diffuse sul globo, è universale di cui i bio-antropologi occidentali non parlano affatto.
Non possiamo dimenticare del resto che è Tomatis che, primo, ha proposto, nella prospettiva dell’ascolto, di esaminare la capacità di distinguere le altezze e le frequenze acute, capacità senza grande portata sul piano della comunicazione.
Capacità attualmente ancora generalmente trascurata nell’esame clinico ad eccezione dell’orecchio, di cui la nostra esperienza specifica ci mostra che essa gioca significativamente nell’apprendimento della lingua materna, come delle lingue straniere.
Infine, sempre in riferimento a Leont’ev, si può notare che egli ha ormai stabilito che le variazioni di senso, nell’emissione come nella ricezione, sembrano portate da preminenze essenziali a una comunicazione totale nel senso, semantico-linguistico, integrato dall’emisfero cerebrale sinistro e dalla messa affettivo-espressiva della parola integrata dall’emisfero cerebrale destro.
La voce è bene, per Jakobson, un elemento essenziale «che pone il problema delle iscrizioni tra coda verbale sino ai costituenti ultimi» fonetici, beninteso e processi neurologici centrali.
Incontestabilmente, Leont’ev e i ricercatori sovietici ci conducono all’idea di un cervello che si struttura nell’interazione con la realtà, nella quale la percezione uditiva concernente il corpo con implicazione motoria, la lingua parlata, presa della motorialità e del movimento giocano un ruolo fondamentale e determinante nella sua strutturazione.
È importante notare che le idee di Wernicke sulla lateralizzazione della mano si ricostituiscono in tale affermazione.
Ma Leont’ev e i sapienti sovietici non parlano, almeno a nostra conoscenza, della voce della madre.
La voce materna — chiave dell’apprendimento e della lateralizzazione
Tomatis è il solo ad aver attirato l’attenzione sulla misteriosa differenza di lunghezza dei 2 nervi laringei, di certe delle corde vocali, soli muscoli bilaterali ad essere dissimmetrici, il sinistro essendo più lungo del destro.
Ciò implicherebbe nella madre un comando asimmetrico delle corde, l’influsso sopraggiunge più tardi a destra che a sinistra.
Parimenti, Husson, che non è sovietico, ma a nostra conoscenza, ha fatto dei lavori di Mac Leont’evici, antenatali, che mostrano che la metà dei più lunghi, a sinistra, ipertrofizza al funzionamento di auto-bassa-di-in parenti né che portano lo sfasamento dell’influsso, dalla lunghezza, o compensato esattamente dall’accelerazione di produzione evolvendo.
Occorre ben dimostrare qui, la sua non-ortografia nel corso di un meccanismo che provoca l’apprendimento, l’azione della parola.
Ascendenti che sboccano nella sua costruzione, dunque un’armonizzazione di funzionamento del linguaggio mentre gli emisferi acquisiscono a individualizzare e uno nuovo, a un’esperienza funzionale, lateralizzazione dominante, centrata sul problema della parola e dell’emisfero cerebrale sinistro.
2 cose appaiono notevoli qui:
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l’importanza degli effetti retroattivi motori attraverso la parola che Leont’ev ha sottolineato;
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il fatto della parola della madre, che regola della fornitura tra uno misteriosamente diacronizzato al piano motorio e l’asimmetria di lunghezza dei 2 laringei.
Ma, per ritornare a Leont’ev, la sua conclusione sul capitolo sopra «il biologico e il sociale nello psichismo dell’uomo» è sboccata non come potremmo sperare su tali questioni essenziali concernenti il seco, il corpo e il linguaggio…
Due affermazioni massicce
Il critico-materialista si allontana al capitolo sul seco e il corpo:
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«Le facoltà dell’uomo non sono contenute virtualmente nel suo cervello. Se il cervello racchiude virtualmente, non sono tali o tali attitudini specificamente umane, ma è soltanto l’attitudine alla formazione delle attitudini.»
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«È il mondo che apporta all’uomo ciò che ha di veramente umano. Il processo d’appropriazione si effettua in corso di sviluppo del corpo e dello psichismo, rapportato allo sviluppo del soggetto, e della sua vita; tali processi sono determinati dalle condizioni storiche, concrete, sociali nelle quali vive e dal modo in cui vive la forma in tali condizioni.»
Sia ben chiaro che, viste tali affermazioni ci appaiono inaccettabili e un poco è a nostro avviso, come pure goffo per non cedere alla realtà.
In effetti, se l’uomo ha realmente la capacità di creare linguaggio e simbolica, si tratterebbe di qualcosa che è mezzo di una relazione personale. Eh vale a dire che mediante la dinamica individuale, più o meno conscia di evoluzione dell’uomo, ciascun uomo si creerebbe da un punto nuovo, specifico a un senso veritiero, è la dialettica di realtà del mondo sociale e concreto del condurre.
Ciò è particolarmente evidente presso i grandi diminuiti, immortali in lotta, dove apporto trascendentale al mondo si è fatto evidente e non può abbattersi in, a priori, senza nessun altro nel mondo.
La funzione simbolica — al di là del materialismo
Possiamo dunque, al posto, scegliere tra le teorie mentalistiche, il fondamento riduttore e della bio-antropologia e delle teorie riflessologiche sovietiche contundenti alla psicologia assoluta.
Abbiamo a formulare ora la nostra propria teoria sapendo che siamo turchi qui accusati del pericolo dell’ideologia, temuta falsa perché distorcente i suoi sistemi fondamentali della realtà complessa e nostra presenza, realtà che non può essere comune indegnamente.
Tale teoria, a nostro avviso, deve:
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rispettare e integrare le verità parziali già ritagliate dalla scienza;
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riscoprire l’idea della rottura fondamentale che resta in fondo a ogni procedimento di conoscenza e lasciare la via aperta a una nuova teoria meglio fondata;
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andare con una dinamica dei buoni sensi (del buon senso) dove a un’altra, non può essere difficile che istintivamente della vita aperta, derivante dal poter entrare in ogni momento.
Così, la nostra teoria deve fondarsi su una concezione personalista dell’uomo.
La madre, la fusione primordiale e il dono della parola
Il riferimento obbligatorio alla persona rimanda a tutto il problema della maschera attraverso la quale passano i veri sensi.
L’uomo vuole dunque anzitutto essere vivente e il corpo risuona alle stimolazioni del mondo. Si riassume più o meno perfettamente delle sue stimolazioni e ciò in funzione della sua storia personale caratteristica unica ed esso risuona anzitutto al senso della voce, verità ora poco discutibile.
È la madre che trasmette il dono della parola, che custodisce il privilegio di iniziatrice primordiale, come prima della differenziazione della persona, attraverso le sue capacità di parto e d’ascolto.
Ecco la madre persona unica, portatrice della Legge del mondo attraverso la lingua di una cultura data, e il carattere fondamentale della persona ai tragitti, è, in tale interazione straordinaria complessa e problematica, tra una parola di donna e un orecchio di bambino che il corpo intero dei bambini appare ricevitore dei sensi e creatore di senso.
La madre sarà anzitutto mediatrice delle relazioni con l’ambiente e il Padre. Gli altri ed essa inculca incontestabilmente tale capacità di risonanza che fonda la persona.
La gigantesca questione, del tutto legata alla precedente è poi quella dell’accessione alla funzione simbolica, attributo fondamentale, essenziale, universale della persona umana, della persona parlante.
La funzione simbolica in proprio
Problema assai più importante da sollevare che il pensiero centrale dell’uomo e dell’inchiesta che paiono l’essere o l’avere.
Come è liberato all’attitudine a strutturare attitudini come ci diceva i suoi russi-marittimi, caso di ideale genetica nostro lui primordiale. La funzione auto-organizzatrice della conoscenza, guanti di conoscenza al livello del pensiero parlante.
Ipotesi così contraddittorie all’una o all’altra perlomeno evidenti:
- la prima nega l’aspetto personalista della coscienza individuale, l’altra rileva artificialmente il pensiero del corpo biologico sordo agli apparenti ripetitivi della realtà, agente sugli apparenti ripetitivi della realtà, agente sulle capacità sensori-motorie.
Che cos’è la funzione simbolica?
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essa è consustanziale al procedimento cognitivo dell’uomo, alla sua capacità di risonanza al mondo;
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essa è la capacità d’estrarre arbitrariamente una significazione del reale complesso che lo circonda mediante meccanismo d’identificazione — imitazione attraverso il corpo;
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essa è anche significazione nell’altro e deve essere interpretata da lui nel proprio procedimento conoscitivo: essa rimanda al concetto di coesistenza umana, alla coalescenza del soggetto e dell’oggetto, vale a dire che non può essere giustamente citata che in una concezione fenomenologica della conoscenza;
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essa rimanda direttamente al fatto a un’interrogazione della conoscenza, sull’essenza della conoscenza, fortemente fondata sulla reazione psico-sensori-motoria al mondo e agli altri, preservante l’idea di una verità fondamentale di tale procedimento, essenzialmente insondabile e universale, ma veicolo di valori universali.
Il linguaggio parlato ci sembra essere la sommità della funzione simbolica.
Critica dell’arbitrarietà del segno
Ciò implica che contestiamo nel modo più energico il principio dell’arbitrarietà assoluta del segno linguistico enunciato da De Saussure e oggetto di una credenza quasi religiosa in Occidente.
Si vede bene che inversamente, in effetti, la funzione simbolica si fermerebbe all’aspetto oculo-grafico e non si estenderebbe al suono.
Altri oltre a noi e linguisti eminenti sono d’accordo su tali argomenti in tale senso.
Uno solo dimostra i più evidenti del principio Saussuriano dell’arbitrarietà assoluta del segno linguistico è il rot urnal. Una delle prime parole del bambino che designa la propria madre è di tutta evidenza anzitutto simbolica e non arbitraria.
In effetti, vi è calogia profonda qui attorno al gesto buccale di suzione verso la sa della madre da parte del bambino che diviene a un momento dato portatore di senso, che è anche di un procedimento sintetico, significativo dell’intussuscezione voluta il cui valore è assolutamente unico e irriducibile nel tempo.
Ma come in quasi tutti, universale a tutte le culture, esso marca tale passaggio fondamentale e riflesso al simbolo come nome.
Eh che la parola ci rimandi alla madre, che marchi una tappa molto importante della funzione simbolica, ci appare un problema antropologico fondamentale. Esso disvela la questione del simbolismo fonico come originaria e fondatrice della conoscenza.
Gli psichiatri sanno bene che occorre inquietarsi di un bambino che non dice mamma.
Marcel Jousse e l’antropologia del gesto
È Jousse che alla medesima doveva qui mettere in evidenza tale passaggio dal gesto corporeo al suono e al senso, ed esso si opera secondo lui attraverso la maschera.
Prima di Mac Luhan, ha portato la propria attenzione in modo spettacolare sulla tragica estrema per delucidare i meccanismi del discorso di stile orale, dei popoli dell’orecchio, dei popoli senza scrittura.
Ha detto: «Dio in dispose poco che l’uomo si è fatto soltanto di gesto; ma non ha, come nondimeno-gioventù, che gesti. Ma la sua vita interiore è tutta tesa di tali complessi succinti.»
Vale a dire che annuncia Sečenov.
Ci appare del tutto significativo che il religioso come Jousse, che ha sviluppato il proprio insegnamento alla Sorbonne del resto, raggiungendo la spina di uno ancora sovietico, attraverso i principi dell’importanza dell’aspetto motore del linguaggio, ciascuno rimanendo in un procedimento che gli è proprio quanto ai suoi preoccupati.
Si potrebbe aggiungere a ciò che Bulgakov, grande filosofo e teologo ortodosso russo, antico professore di economia marxista raggiungendo il fatto Jousse sulla questione del simbolismo fonico, in tempi in cui De Saussure disvelava il proprio postulato.
Si fa anche sapere che dei psicologi ucraini evidentemente all’epoca attuale hanno apportato argomenti molto solidi, sperimentali, in favore dell’aspetto simbolico del linguaggio umano.
I nostri lavori altrove nel medesimo senso sono uditori in Occidente.
Jousse così ci appare essere realmente un solo teorico del linguaggio che consenta di fondare anche fisiologicamente la questione del simbolismo fonico. Come del resto comincia i lavori di Jouvet, il sonno in afferma che «il sogno è un rigioco cinetico globale incessante».
Intussuscezione e prassia laringo-buccale
Jousse, in effetti, mostra in modo evidente come si effettui tale passaggio capitale dalle prassie oculo-manuali, base del gesto umano e del mimismo — mimetismo delle interazioni del mondo reale — alle prassie curicolari laringo-buccali.
Per lui, il linguaggio parlato è l’espressione dell’essere tutto intero, mediante «intussuscezione» dei gesti corporei manuali.
«Intussuscezione» essendo un neologismo della sua invenzione che è l’equivalente dell’interiorizzazione dell’azione nelle teorie sovietiche, meccanismo di base si potrebbe dire della funzione simbolica.
La prassia oculare-corporea nuova diverrebbe sì per trasposizione prassia curicolare laringo-buccale.
Jousse parla qui di irrefrenabile tendenza: tutto il problema è bene in tale passaggio sonorizzato attraverso l’orecchio, mistero della capacità conoscente dell’uomo, fonte della sua libertà.
Per Jousse dunque, «le nuance sono all’origine del linguaggio»: nuance, di cui la parola dovrà la sua origine alla parola madre.
Ritmo e fonemi: convergenza con Jakobson
Tali considerazioni sui ritmi energetici, il ritmo-melodismo, il ritmo-semantismo, sono del tutto significativi dell’importanza delle discriminazioni dei parametri dei suoni del linguaggio orale nell’integrazione del senso al livello del sistema nervoso, annunciando anche qui il lavoro recente di Jakobson.
Egli mostra come la consonante differenziata dal gesto nel suono mentre la vocale universale e tessuto finalmente la ritmo-melodia attraverso l’intensità-durata.
Anche lui, pone il problema delle lingue a tono, appoggiate sulla vocale, preoccupazione comune a Leont’ev e ricca di osservazioni neurofisiologiche attualmente del tutto significative.
Jousse sottolinea l’importanza del soffio laringeo, dunque della respirazione, imprimente, rafforzante la bilateralizzazione del gesto corporeo del linguaggio parlato, riprodotto nella scrittura.
A tal proposito e mentre oggi Foucault e certi linguisti partigiani di un’accessione diretta, mediante l’occhio alle significazioni (rimanda tutto il linguaggio dell’occhio a Vendryès), sembravano voler rimettere alla moda l’ideogramma cinese, Jousse ha ispirato la tanto bella tesi di Tchang Tch’eng-Ming nel 1937 su «La scrittura cinese e il gesto umano».
Si tratta di un brillante studio sugli ideogrammi arcaici risalenti a meno 1400 anni prima di Gesù Cristo. Mostra che tali caratteri non sono che la trasposizione anzitutto dei gesti e poi delle discriminazioni fonetiche. I caratteri ideografici moderni non sono finalmente che una deformazione degli originali arcaici per stilizzazione arbitraria… Tentativo supremo del letterato di distorcere la conoscenza a proprio profitto… Fenomeno centrale di tutto il problema dello scritto.
Jousse ha creato la parola di algebrosi per parlare delle lingue attuali, dei paesi della scrittura assai allontanati dalla spontaneità originaria del linguaggio gestuale-orale.
Per Jousse, «le parole sono frammenti morti di un insieme gestuale vivente, di ciò che egli chiama un gesto proposizionale».
Il gesto proposizionale
Il gesto proposizionale, è il sintetismo vivente dell’uomo di fronte alla natura come quello del bambino libero di fronte al mondo vivente.
Un esempio concreto ci basterà a suggerire di che cosa si tratti e a mostrare ciò che potrebbe corrispondere al linguaggio simbolico originario, tappa fondatrice dell’uomo nel bambino:
In francese, si designa un uomo che falcia con la frase: «il fauche avec sa faux». Vi sono pochi rapporti tra significante e significato. Si può ritenere soltanto una vaga analogia nel gesto di scopo evocato da fauch…
In russo, la medesima frase si direbbe cosic, cosoï, vero gesto proposizionale, centrato sulla ripetizione del suono, assai evocatore della falce, senza artificio superfluo, espressione immediatamente evocatrice del gesto vissuto e dell’interazione ripetitiva con l’erba da abbattere.
Coloro che non hanno compreso devono a tutti i costi imparare a falciare…
Per parte mia, la terribile frase di Jousse: «il grafema dà la morte, il soffio dà la vita» mi ha bruscamente ricordato che scrivevo — scrivevo per poter parlarvi di Marcel Jousse…
Conclusione — la parola come simbolo sonoro risonante
Così pare venuto il tempo della conclusione:
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È capitale interrogarsi sulle origini del linguaggio e pensiamo di aver dimostrato che il modo in cui si risponde a tale questione non è affatto neutrale nelle pratiche quotidiane delle scienze dell’uomo, dalla pedagogia sino alla psicologia e alla terapeutica.
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Non vi sono linguaggi, vi è un linguaggio parlato che implica tutto il corpo, che implica l’Essere al mondo del soggetto parlante attraverso la sensazione uditiva.
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La parola è fondatrice dell’uomo, essa è il simbolo superiore dell’uomo vivente, simbolo sonoro dotato che si svolge nel tempo.
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Simbolo significato, la parola è portatrice della modulazione affettiva e della modulazione semantica, ambedue iscrivendosi differentemente al livello degli emisferi cerebrali associati nel suo passaggio.
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Per il suo ritmo-semantismo, simpatizzata dal suono che porta il senso, tutto il senso di tal donna o di tal uomo, la parola attraverso le sue discriminazioni sonore ci invita all’altro, invita alla risonanza.
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E per la sua storia personale di chi parla — vale a dire con il modo in cui ha potuto individualizzarsi a partire dalla fusione primordiale alla madre e degli aleatori dell’avventura personale (tentazione sempre presente di sentirsi vittima o di rendere l’altro vittima), essa risuona con il suo modo di detenere una certa verità sul mondo e sugli altri; conoscenza che rimanda al modo in cui ciascun uomo o donna ha potuto sapere motoriamente integrare la realtà circostante di cui non può essere totalmente, artificialmente separato.
Tale invito alla risonanza è un tutto indissociabile in realtà, rappresenta un senso, una significazione assolutamente unica nel cosmo, che evolve nel tempo, definita in ogni istante, la traiettoria temporale della persona parlante dalla sua nascita sino alla sua morte. La parola espressa o segreta è simbolo sonoro permanente della persona parlante e deve essere interpretata come tale.
L’unità dell’uomo non può realizzarsi se non attorno alla parola, come della funzione simbolica, vale a dire possibilità unica e irriproducibile all’identico di creare senso attraverso il suono, la cui origine rimanda anzitutto al mistero della coscienza umana e dei valori trascendentali al mondo materiale che attraversa.
— Dott. J. Raynaud, comunicazione al Congresso dell’Association Française d’Audio-Psycho-Phonologie, Bordeaux, 22 novembre 1981.