Articolo a cura di Elizabeth Dorignac*, ortofonista, comunicazione presentata nell’ambito dei lavori della* Société d’Audio-Psycho-Phonologie (SAPP), Amiens.

Dall’Ortofonia all’Audio-Psico-Fonologia. Perché in quanto ortofonista mi sono orientata verso l’Audio-Psico-Fonologia? Come posso conciliare la mia formazione iniziale e gli apporti dell’APP? Tali sono le questioni cui andrò a tentare di rispondere, limitandomi al trattamento della dislessia e all’apporto concreto di un vissuto professionale con i suoi limiti, i suoi dubbi, le sue speranze.

Rammentiamo brevemente cosa sia l’Ortofonia. Si tratta, in Francia, di una «specialità avente per oggetto lo studio del linguaggio e il trattamento dei suoi disturbi». L’ortofonista è, per conseguenza, colui che esegue al di fuori della presenza del medico atti di rieducazione della voce, della parola, del linguaggio orale e scritto.

I. La dislessia per l’ortofonista

Come si presenta tale dislessia?

Essa è essenzialmente rilevata mediante il sintomo. È d’uso comune pensare che non la si possa veramente diagnosticare se non all’apparizione della lettera, ossia verso 6 o 7 anni. All’atto della lettura o della trascrizione, si constatano:

  • inversioni di lettere o di sillabe;

  • omissioni che vertono in particolare sulle consonanti intersillabiche;

  • sostituzioni per confusione tra m/n; p, b, d, q; f/v; ch/j; ecc.;

  • una lettura difficile, spezzettata, con molte esitazioni e talora sostituzioni intere di parole;

  • una disortografia consecutiva: errori di trascrizione fonetica, cattivo taglio delle parole, confusioni delle parti del discorso, errori d’accordo e di vocabolario, difetti di punteggiatura, ecc.

L’esame che facciamo subire al bambino — seguito o preceduto da un colloquio con i genitori — ci fornisce indicazioni sul livello psico-motorio, sulle attitudini percettive (visive e uditive), sulle attitudini alla strutturazione dello spazio e del tempo, sul vissuto corporeo, sulla memoria sensoriale, sull’orientamento, sulla lateralità e sull’espressione orale.

I test utilizzati sono, tra gli altri: il test d’orientamento e di giudizio di Borel-Maisonny, il test di lettura di Lefavrais, il test d’ortografia di Borel-Maisonny, l’E.O.S. 64 — ai quali possono aggiungersi i test psicologici Wechsler o Rey.

Grazie a tale esame, riveliamo ora una dislessia nominale (colpo al livello elementare della lettera), ora una dislessia semantica (colpo al livello della sintassi). Il colloquio coi genitori e l’atteggiamento del bambino rivelano sovente una certa instabilità, nervosità, disattenzione — o ancora inibizione, immaturità, disinteresse importante.

Come si spiega la dislessia?

Le difficoltà messe in evidenza nel corso dei test forniscono alcune piste. Esse mostrano in generale, ma in modo incostante:

  • una cattiva strutturazione dello spazio e del tempo;

  • disturbi delle percezioni visive e uditive;

  • un disturbo di parola o ritardo di linguaggio;

  • una dis-lateralità;

  • disturbi dello schema corporeo;

  • una certa perturbazione dell’attività mnesica e dell’attenzione;

  • problemi psicologici;

  • la non-acquisizione della funzione simbolica.

Si conviene a pensare che si tratti soprattutto di una difficoltà ad acquisire automatismi, a mobilizzare schemi.

Il metodo Borel-Maisonny

La formazione che mi è stata personalmente data di ricevere all’École d’Orthophonie di Bordeaux — che si richiama alle tecniche della sig.ra Borel-Maisonny — ha per metodo:

  1. di attaccare i disturbi mediante numerosi esercizi di manipolazione, classificazione, ricostituzione, paragone, imitazione;

  2. di stabilire una relazione di fiducia col soggetto;

  3. di cercare di risolvere i problemi del linguaggio scritto propriamente detto, attraverso l’elaborazione di tale relazione di fiducia e di comunicazione.

Per evitare le confusioni, inversioni e numerosi errori di cui il bambino dislessico è portatore, si farà ricorso all’associazione di più simboli: il fonema sarà legato a un gesto specifico. La differenziazione tra fonemi sarà dunque più agevole, effettuandosi a più livelli: visivo, corporeo e uditivo. Il gesto sarà parimenti evocatore per significare lo scorrere del tempo, la successione nello spazio.

Le lettere saranno sistematicamente studiate non secondo la loro denominazione ma secondo il suono che esse rappresentano. La loro associazione in sillabe o in parole si effettuerà assai lentamente, insistendo sempre su una presa di coscienza del tempo e dello spazio.

L’ortofonista tenterà di facilitare la lettura — in generale spezzettata e lenta — poi si volgerà verso l’ortografia, proponendo al bambino di associare le categorie grammaticali ad altri simboli: il colore per esempio. A ciascuna categoria (nome, verbo, aggettivo…) sarà data una colore particolare, che consente un riflesso rapido di riconoscimento. Si farà parimenti appello a un riflesso presentando al bambino dei quadri di disortografia che rappresentano, in generale sotto forma di disegni, regole di grammatica, accordi, coniugazioni, ecc.

Risultati e critiche

Si nota un miglioramento apprezzabile al livello della lettura e dell’ortografia in occasione degli esercizi che vertono su punti precisi. Ma tale miglioramento richiede al bambino una grande concentrazione di energia, e tali acquisizioni non sono assai sovente che poco utilizzate non appena il bambino esce dall’ambito degli esercizi per lanciarsi in un’espressione scritta ancora mal desiderata.

Ci si scontra talora con la mancanza di motivazione del bambino e con difficoltà tecniche:

  • difficoltà per indurre una strutturazione del tempo e dello spazio;

  • difficoltà per affinare la discriminazione sensoriale, in particolare uditiva;

  • difficoltà per stabilire una nozione di schema corporeo — questo può divenire soltanto denominato e non vissuto;

  • difficoltà per portare al riconoscimento delle categorie e alla differenziazione degli omonimi;

  • difficoltà a stabilire schemi;

  • difficoltà a mantenere l’interesse e l’attenzione del bambino, in generale faticabile.

L’insieme di tutti tali esercizi non consente al bambino un approccio del linguaggio scritto in piena libertà. Lo lascia invischiato nei dettagli, prigioniero di aiuti «mnemotecnici» e di riflessi condizionati.

Mi è apparso che tale sorta di rieducazione agisse essenzialmente a un livello di superficie, quello del significante — nel senso di Saussure. Gli esercizi proposti non si rivolgono che assai poco al significato; ora il dislessico non è ancora entrato in una dinamica che gli consenta di afferrare dall’interno, e di situarsi, rispetto a ciò che vogliamo fargli scoprire. Tali significanti non rinviano che a evasivi significati.

Dinanzi a tali riuscite parziali, l’ortofonista è indotto a pensare che tali disturbi del linguaggio scritto attingano le proprie radici in un’inadattabilità assai più profonda, anzi d’origine psicologica.

Perché l’APP mi ha attirata

Inizialmente, all’atto delle mie prime letture sull’Audio-Psico-Fonologia, sono stata attirata da certi punti. Tomatis proponeva:

  • una spiegazione interessante della causa della dislessia — egli ne portava alla luce le radici;

  • la messa a distanza del sintomo. Tale messa a distanza non mi pareva, a quel momento, assolutamente necessaria; ma sapevo per esperienza che affrontarlo direttamente non portava assai sovente che a invischiarvisi col bambino;

  • la presa in considerazione del problema dell’ascolto. Colui che affronta nel dettaglio le confusioni di suoni del bambino dislessico si scontra con difficoltà di ascolto che paiono considerevoli e apparentemente inspiegabili. Finisce assai sovente con far fare un audiogramma — che legge come un audiogramma — non trovando, beninteso, alcuna sordità;

  • egli ricollegava infine in un’unità funzionale tutti i punti e disturbi di cui constatavo soltanto l’esistenza: dis-lateralità, atteggiamento atonico, ricurvo, disattento; disturbo dello schema corporeo; espressione orale difettosa; incapacità di situarsi a tutti i livelli.

Una difficoltà d’apprendimento d’origine uditiva

Schematicamente: il bambino s’ingaggia, sin da prima della nascita, in una relazione fatta principalmente di contatti e di rumori con sua madre. Egli ne percepisce soprattutto la voce. Dopo la nascita, il dialogo si stabilisce per mezzo di gesti, rumori, risate, fonemi e qualche parola, sempre all’indirizzo della madre; poi tale linguaggio si struttura, si normalizza, per rivolgersi un poco più tardi al padre — colui che inizia alla lingua della società, colui che porta alla socializzazione.

Tale è il cammino che è dato al bambino di seguire. Sopraggiungono una difficoltà, un ritardo, un difetto nella strutturazione progressiva della propria relazione con altri: assistiamo a un riverbero nefasto sull’elaborazione del linguaggio orale e scritto.

Il dislessico è rimasto fissato allo stadio due — quello del dialogo con la madre. Non ha veramente raggiunto l’organizzazione sintattica, e non è che da ascoltare parlare un dislessico per ritrovare nei suoi propositi confusioni, termini imprecisi, incapacità a tradurre il proprio pensiero e a formularlo correttamente. Non è entrato in una relazione adeguata con l’esterno, l’altro, sé stesso.

La lateralità uditiva

La lateralità che ogni ortofonista o psico-motorista ha imparato a misurare si riduce alla lateralità motoria (mano, piede) e sensoriale (vista). Quella che ci importa di più conoscere e studiare qui si rivolge essenzialmente all’audizione, o controllo audio-vocale del soggetto. Diciamo che esiste — secondo che l’auto-ascolto si effettui mediante tale o tal altro orecchio — una voce destra o una voce sinistra.

Parlare a destra è rispondere alla fisiologia del proprio corpo, in cui tale lateralizzazione del linguaggio pare essere indotta dalla differenza dei tragitti e delle lunghezze dei due nervi ricorrenti responsabili della motricità della laringe. È lasciar svilupparsi una struttura relazionale normale. È, in certo modo, lasciare la madre, la piccola infanzia, per raggiungere il padre, il verbo, l’altro.

Direttività a destra non significa debolezza o atrofia della sinistra. Ciascuna parte ha la propria funzione; il corpo, la propria unità. Direttività a destra significa potere di utilizzare tutta la propria dinamica e tutta la propria energia; potere di abitare e di organizzare il proprio corpo; potere, infine, e ciò in una prospettiva allargata, di situarsi, di padroneggiarsi.

Il mancino è colui che rifiuta tale passaggio a destra; il dislessico è colui che non vi può pervenire.

Meccanismi della lettura e della dislessia

L’apprendimento del linguaggio scritto richiede la coordinazione e la sovrapposizione dell’audizione e della visione. L’occhio vede la lettera; la lettera rappresenta e significa un suono. Si crea un’associazione immagine/suono che progressivamente s’incrosta in noi, e che deve essa stessa tener conto di un terzo fattore: il tempo.

In caso di una troppo grande infedeltà nell’associazione suono/immagine, osserviamo:

  • errori dovuti al fattore tempo: confusioni delle p, b, d, q che si differenziano per il loro svolgimento nel tempo. Confusioni sorde/sonore. Inversioni nei gruppi consonantici o nelle sillabe.

  • errori dovuti al fattore frequenziale: in particolare, confusioni delle lettere corrispondenti a fonemi ricchi di frequenze acute (s, z, f, v, ch…) ed elisioni nei gruppi consonantici.

  • altri errori, numerosi e vari, risultanti dall’accumulo di tali due fattori.

Il linguaggio scritto non si saprebbe raggiungere senza la messa in moto dell’unità delle funzioni del soggetto — unità suscitata dall’ascolto e che raccoglie in sé l’audizione, la visione, il corpo, la lateralità, il linguaggio, la comunicazione.

Il test d’ascolto

Il test d’ascolto consiste nel ricercare le soglie d’intensità minima percepita per ciascuna frequenza (per via aerea e ossea), nello stabilire la capacità o incapacità di situare le differenti altezze di suoni le une rispetto alle altre, e nel notare le possibilità per l’orecchio di localizzare il suono.

Tale test, che sarebbe di primo acchito facile da confondere con un audiogramma, discende in effetti nella propria interpretazione da tutt’altro campo. L’audiologo, nella propria disciplina, si cura di sapere se il soggetto oda; l’audio-psico-fonologo, lui, si cura di sapere s’egli ascolti*, e in che modo.*

Schematicamente, i soggetti dislessici presentano sovente curve a denti di sega mentre la curva normale è ascendente con una pendenza di 6 dB/ottava da 125 a 3000 Hz, per ridiscendere poi. La loro percezione dei gravi è assai troppo importante, lasciandoli fissati all’approccio materiale del mondo. La selettività — vale a dire il riconoscimento delle differenti frequenze le une rispetto alle altre — è sovente impossibile, o parzialmente riuscita, ma raramente negli acuti.

Assistiamo qui a un rifiuto di apertura al mondo circostante, a un non-superamento del passato, della madre, a una non-accessione al linguaggio, alla comunicazione.

Il trattamento APP: cambiare la struttura

Lo scopo del trattamento APP non è fornire un aiuto al soggetto — aiuto compensatorio del suo svantaggio — pur lasciandolo fissato nella sua struttura di dislessico. È cambiare tale struttura, destare alla comunicazione, al desiderio di entrare nella dinamica del linguaggio. Non si tratta di forzare a un apprendimento della lettera; si tratta di innescare meccanismi che consentano al bambino — attraverso l’elaborazione di una relazione normale — di desiderare e di avvicinare il linguaggio scritto.

Le tappe della programmazione

  • Il Retour Sonique Musical: fase di preparazione, in certo modo un ritorno progressivo all’ascolto intrauterino.

  • Ascolto intrauterino: mediante voce materna filtrata a 8000 Hz. Se non possiamo ottenere tale voce, utilizziamo musica mozartiana, filtrata nello stesso modo. Nota: mi è apparso che le madri di bambini dislessici che registro parlano sovente a sinistra, possiedono una voce assai cattiva, e scelgono volentieri testi perfettamente disinteressanti per il bambino o assai troppo infantili.

  • Il Parto Sonico: passaggio dell’audizione in ambiente liquido all’audizione in ambiente aereo, modificando progressivamente i filtraggi (da 8000 Hz a 0 Hz).

  • Prima fase attiva — approccio del linguaggio: suoni filtrati; il bambino si lancia verso il dialogo col padre. Ve lo trasciniamo mediante esercizi di ripetizione (parole e frasi) sotto Orecchio Elettronico. Mentre le parole e brevi frasi saranno sempre più filtrate (obbligando l’ascolto a selezionare soltanto gli acuti), privilegiamo l’orecchio destro.

  • Seconda fase attiva: introduciamo essenzialmente testi, lettura e canto.

Reazioni e progressione

Ho personalmente constatato un comportamento assai più calmo e placato all’atto dell’ascolto della voce materna filtrata. Al momento del parto sonico, appaiono presso taluni reazioni di aggressività, di panico, di ansia. È un passaggio difficile che dobbiamo realizzare con dolcezza e precauzione. I bambini esprimono facilmente i propri sentimenti mediante passaggio all’atto gestuale o verbale — si esprimono pure assai bene mediante l’apparizione improvvisa di malattie psicosomatiche.

In fase di ripetizione, si desta un desiderio di apprendere e di comprendere, correlativamente all’apparizione di un certo distacco, di una certa indipendenza.

Punti positivi del trattamento

Esso porta il bambino a realizzare la propria personalità attraverso l’elaborazione di una relazione normale e di un ascolto del mondo. Non gli propone supporti o aiuti qualsiasi; gli propone di ritrovare in sé tutta la dinamica relazionale e strutturante del linguaggio. Ne consegue:

  • un comportamento meno dipendente;

  • una certa tranquillità e il risveglio di un tono inatteso;

  • lo sviluppo soddisfacente della memoria, dell’attenzione;

  • dell’interesse per la lettura;

  • un vocabolario più preciso, una sintassi più ricca;

  • una migliore prensione del tempo e dello spazio;

  • l’affinamento delle percezioni visive e uditive;

  • il riconoscimento delle categorie e dei rapporti tra le parole.

Tutto ciò preparando alla sparizione degli errori corrispondenti. La lettura si rivela parimenti più flessibile, meglio punteggiata, fedele al testo.

Difficoltà incontrate

Mi scontro talora con l’opposizione parentale. In primo luogo, i padri e le madri mi portano i propri bambini per difficoltà di lettura e di ortografia. Essi cristallizzano i propri desideri di miglioramento su tale punto preciso e ammettono male che io possa cercare di intervenire a un altro livello, che per loro è di tutt’altro campo.

In secondo luogo, consentendo al bambino — nel corso del trattamento — di lasciar schiudere la propria vera personalità, dandogli il tono necessario per assicurarsi una migliore autonomia, agisco scuotendolo sull’equilibrio familiare.

Al fine di evitare tali opposizioni, chiediamo alla madre — colei che lo ha portato e accolto in tale mondo — di seguire essa stessa una cura sotto Orecchio Elettronico. Ottengo in generale una risposta favorevole a tale domanda. Tali madri sono tuttavia così poco motivate che assai presto abbandonano la cadenza iniziale.

III. Riflessioni e conclusioni

All’inizio, la pratica dell’Audio-Psico-Fonologia mi ha leggermente disorientata:

  • tale sistema impone in effetti un approccio del bambino, un modo relazionale che mi era inabituale;

  • l’evoluzione del sintomo — vale a dire della lettura e dell’ortografia — si controlla meno bene, e senza dubbio sono restata troppo a lungo legata alla mia formazione iniziale per non rimpiangerlo;

  • l’intermediario della macchina modifica la relazione bambino/terapeuta e instaura un contatto meno gratificante;

  • mi sono talora scontrata col problema delle lezioni private: stimando i genitori che, dato che i loro bambini non fanno altro presso di me che ascoltare musica, si devono di far loro anche dare lezioni private da ripetitori.

Dopo avermi disorientata, tale pratica mi ha rassicurata — da un lato per i risultati positivi delle sue cure, dall’altro per i suoi insegnamenti:

  • mi ha insegnato a mettere a distanza il sintomo, a considerarlo soltanto come il riflesso di un’inadattabilità più profonda. Accordargli meno importanza consente di vedere più lontano.

  • mi ha insegnato a considerare maggiormente il dislessico della dislessia, a legarmi alla persona del soggetto, allo studio della sua psicologia.

  • mi offre una sintesi e un’unità esplicativa tra i disturbi del linguaggio scritto del dislessico, il suo atteggiamento, il suo corpo, le sue attitudini, la sua psicologia, ecc.

  • mi apre infine personalmente all’universo appassionante dell’ascolto.

L’esperienza della rieducazione tipo Borel-Maisonny e del trattamento audio-psico-fonologico mi ha indotta, mediante constatazioni, riscontri e confronti, a pensare:

  • da un lato, che si rivela inutile, faticante e forse nefasto attaccare direttamente gli errori e le inesattezze commessi dal bambino;

  • dall’altro, che la dislessia ha, anzitutto, un’origine d’ordine patologico al livello relazionale. La personalità dei genitori e l’equilibratura della loro coppia si rivelano essere assai sovente gli induttori di tale dislessia.

Sono sempre meno portata a credere all’esistenza di ciò che si chiama dislessia pedagogica o specifica. Che vi siano gradi di colpi e disturbi del linguaggio scritto di gravità differenti non è contestabile. Ma minimi o considerevoli, mi paiono tutti discendere da una medesima inadattabilità: accesso difficile a una struttura relazionale normale, all’apertura verso la comunicazione, il dialogo e il verbo, all’afferramento della propria identità, dell’altro, del mondo.

— Elizabeth Dorignac, ortofonista, Société d’Audio-Psycho-Phonologie (SAPP), Amiens.