Introduzione

Considerare l’esame clinico del linguaggio è considerare quest’ultimo come un’entità esistente, clinicamente osservabile. Non è d’uso all’ora attuale inserirlo nel bilancio che il medico ha l’abitudine di praticare. Tuttavia, ci pare bene sottolineare che se il linguaggio fu un tempo l’oggetto di studi realizzati principalmente da linguisti e fonologi, esso ha da alcuni decenni ritrovato uno slancio medico incontestabile.

L’enorme impulso dato da BROCA, appena un secolo or sono, il risveglio della psicologia, il monologo psicoanalitico, tutto sembra aver rammentato al clinico che il linguaggio aveva il suo da dire. Senza dubbio non siamo ancora pervenuti a rilevare con quale perspicace intuizione AVICENNA riuscì a porre, in una sorta di svolgimento a tre risvolti gerarchicamente sviluppati, la parola in primo luogo, l’erba in secondo e il coltello in ultimo. Siamo tuttavia in diritto di notarvi il posto primordiale dato al verbo, la cui potenza terapeutica non può sfuggire al pratico che ne conosce il valore efficiente.

Il linguaggio deve consentire ormai al clinico, apportandogli molteplici e preziose indicazioni, di trarre conclusioni sull’uso che il soggetto sa fare delle possibilità che gli sono offerte.

Il linguaggio

Vediamo ora cosa possa essere il linguaggio. In regola generale, lo si considera come uno strumento della comunicazione.

Preferiremmo, per parte nostra, considerarlo come l’espressione, come il prolungamento di un gesto il cui scopo è di informare. È come una secrezione che essuda dal nostro corpo. Anche tale secrezione ha caratteristiche analizzabili, e meglio ancora, misurabili nella loro totalità. Grazie alle tecniche attuali, i differenti elementi della catena linguistica possono essere agevolmente raccolti e identificati.

Esistono due modi di assicurarsi del valore reale di un’entità che si vuole avvicinare nei suoi diversi componenti, quello che consiste da un lato nell’appoggiarsi sui dati che la patologia ci rivela e quello che consente dall’altro di inventariare gli elementi suscettibili di circondare la normalità. In effetti, ci pare assai difficile, anzi impossibile, elaborare d’emblée qualche approccio della struttura linguistica normale o patologica (sotto l’angolo clinico s’intende) senza riferirsi al contempo a tali due fonti di informazioni. In effetti, ogni immersione in un campo o nell’altro apporta materiali utili a ciascuno di essi.

Il linguaggio è dunque ciò che esce da un individuo allorché questi vuole mettersi a esprimersi, a esteriorizzarsi, a comunicare, a informare. Ciò implica evidentemente ch’egli abbia qualcosa da dire, ch’egli sappia esprimersi, ch’egli voglia esteriorizzarsi, ch’egli desideri comunicare, ch’egli accetti d’informare. Quante condizioni suscitate da una simile decisione!

Allorché il linguaggio emesso ci consegna il proprio materiale, possiamo, se lo giudichiamo opportuno, studiarne il valore intrinseco, ossia lo sviluppo del discorso, e rilevarne le falle di struttura logica. Si tratta allora assai più di analizzare lo svolgimento del pensiero esplicitato che di scoprire il materiale linguistico propriamente detto. È affrontare il linguaggio con un’esperienza psichiatrica allo scopo di vedere sorgere le incoerenze del ragionamento.

Il linguaggio quale lo vorremmo studiare, pur tenendo conto evidentemente di tale parametro, deve consegnarci ben altri elementi, in generale troppo abbandonati. I principali tra essi realizzano una griglia di ricerca che mira a definire l’intensità, la qualità, il ritmo, altrettante caratteristiche che determinano la colata verbale. Allo stadio superiore in certo modo, sarà bene studiare la maniera di utilizzare tale acquisizione eccezionale.

Al fine di poter meglio statuire sui meccanismi normali del linguaggio, pensiamo che sia utile riferirsi al caso rispondente alle condizioni più favorevoli di un linguaggio ben strutturato, emesso da un soggetto padrone della propria elocuzione e capace di usarne per liberare e verbalizzare il proprio pensiero, secondo il proprio desiderio, a volontà dunque. Tale soggetto possiede un linguaggio dritto, timbrato, modulato, ricco di elementi extra-linguistici, ridondanti.

Cosa s’intende per voce dritta, timbrata, modulata? Una voce dritta è quella emessa da un soggetto lateralizzato a destra e specialmente ben lateralizzato. Occorre in effetti, per essere un buon parlante, rispondere a tale condizione. Occorre parimenti che sia associata a tale qualità la possibilità di udire in un certo modo e meglio ancora di auto-ascoltarsi in modo ben definito.

Prima di progredire nelle nostre descrizioni, ci sembra necessario aprire qui una larga parentesi sperimentale al fine di non porre il non iniziato di fronte a molteplici affermazioni che rischierebbero di scoraggiarlo. Precisiamo dunque anzitutto che, all’atto dell’emissione vocale utilizzata a scopo d’informazione, l’emettitore, nella fattispecie il locutore si trova essere il pilota del proprio linguaggio (1); per tal fatto, tutti i problemi del pilotaggio gli sono imposti. Egli diviene il primo ascoltatore di ciò che deve dire, ma un ascoltatore attento e correttore di tutti i parametri messi in causa nell’emissione linguistica.

Grazie all’autoascolto del proprio linguaggio, il parlante realizza a sua insaputa uno dei montaggi più ingegnosi che la cibernetica abbia messo in evidenza. Si ricorda che tale scienza del controllo stipula che ogni atto diretto, comandato o telecomandato esige che sia introdotto, nel suo circuito, un complemento retroattivo che agisce in ritorno per assicurare una relazione tra ciò che può essere, l’atto realizzato e l’intenzione che l’ha motivato. Tale ritorno controllore necessita di un elemento detto captatore il cui potere di prensione associato a quello d’analisi gioca sul processo intenzionale. Quest’ultimo è comunemente denominato «l’entrata»; l’atto compiuto formerà l’oggetto dell’«uscita». Senza immergerci nelle considerazioni tecniche, anzi filosofiche, che suscitano sempre tali montaggi, possiamo stimare, nel caso presente, che l’uscita è il linguaggio medesimo e che l’entrata risponde alla decisione di far scorrere il pensiero o di verbalizzare la cosa da dire; l’orecchio è il captatore di controllo che rende conto alla coscienza dei differenti parametri propri all’atto parlato.

Si rivela inoltre che le due orecchie non hanno la medesima funzione. In effetti, una assicura una via di ritorno più breve e per ciò stesso più rapida, dunque più efficace. La destra detiene il privilegio d’essere tale orecchio direzionale (2) che tiene il linguaggio sotto la propria férula. Le cause che determinano tale preferenza sono difficili da precisare all’ora attuale, ancorché siamo propensi a far intervenire il gioco dei due nervi pneumogastrici, così implicati nel linguaggio e così asimmetrici nella loro distribuzione sin dall’emergere dei nervi ricorrenti dei quali si ha in memoria le differenze di tragitti.

Senza voler epilogare ulteriormente sul valore delle due orecchie che una scelta differenzia singolarmente per il controllo della fonazione, e pur lasciando le nostre spiegazioni al livello di un’ipotesi di lavoro, dobbiamo considerare il fatto per sé stesso. Esso è là che s’impone per la propria esistenza. L’orecchio destro messo in funzione come captatore consente l’elaborazione di contro-reazioni audiovocali di un’efficienza altamente specifica, che non possono in alcuna maniera incontrarsi sul lato opposto, vale a dire sull’orecchio sinistro.

Per di più, la messa in funzione di tale struttura di controllo linguistico comporta rapidamente una lateralizzazione omogenea destra. Si sa, attualmente, misurare il tasso della lateralità uditiva apprezzando in decibel la dominanza dell’audizione all’atto della «mira» dei suoni, così come si può farlo sul piano della visione. In quest’ultimo caso, allorché un bersaglio si presenta a noi, e che lo dobbiamo prendere come punto di mira, un occhio si elimina lasciando tutto il controllo all’altro. Quest’ultimo svolge allora il ruolo di occhio direttore vale a dire di occhio captatore che assicura il controllo della nostra posizione rispetto al bersaglio che, esso, resta fisso, immutato al momento della nostra messa in atto. Ciò che miriamo è noi stessi rispetto all’oggetto da raggiungere. La prova è che, se il bersaglio fosse uno specchio, vi incontreremmo il nostro occhio. L’orecchio fa lo stesso; esso ci posiziona di fronte al linguaggio, ci consente di incontrarci all’atto del nostro proprio discorso che, nella sua forma essenziale, non può che essere il riflesso, lo specchio di ciò che pretendiamo raggiungere.

Come si può concepire tale scelta particolare per uno dei lati e come si può ammettere una simile differenziazione? Per ragioni che non possiamo evocare qui, in mancanza di spazio, siamo stati condotti ad ammettere, alcuni anni or sono, che il linguaggio vedeva la propria genesi in utero, come se il desiderio di comunicazione fosse già conferito all’embrione (3); tutto ci lascia pensare, all’ora attuale, che si stabilisca nell’utero una legge d’amore madre-feto la cui reciproca feto-madre andrà a condizionare, in seguito, gran parte delle nostre fissazioni analitiche. Senza dilungarci ulteriormente su ciò che abbiamo potuto verificare quanto alla trasmissione sonica (e senza dubbio verbale) della madre al bambino, possiamo dire che si installa in utero un desiderio di comunicazione bilaterale, che non farà che crescere dopo la nascita.

Il bambino nato, apparentemente simmetrico poiché beneficia di due orecchie, di due occhi, di due bocche (si ricordi il rafe mediano) è in effetti asimmetrico al livello delle sue due emi-laringi che ricevono gli attacchi non simultanei dei due ricorrenti. Così tale asimmetria è sonica e risponde del resto essenzialmente all’asimmetria viscerale e non all’asimmetria corticale.

Il bambino dialogherà presto con la madre e, da un discorso fatto alla sua intenzione, asimmetrico e raddoppiato poiché gioca dei due lati, zampilleranno le parole che ogni lattante sa emettere: mama, papa, pipì, popò, ninna. Dopo tale vero canto alla madre spunterà il linguaggio sociale che prenderà appoggio sul desiderio di comunicare con l’altro, con quello straniero che è il padre, costellazione prossima e lontana al contempo, schiacciante e bruciante. Se tutto si svolge confortevolmente, il controllo di tale linguaggio si farà per mezzo di una mira rapida, precisa ed efficiente (dopo qualche esitazione, beninteso) mediante il circuito più breve, vale a dire mediante il destro. Così il linguaggio all’indirizzo del padre si controllerà mediante il lato destro mettendo in luce la triade simbolica così comunemente incontrata del Verbo, della Destra e del Padre.

Il desiderio di comunicare può non nascere, se la madre rifiuta il bambino; per tal fatto, il linguaggio non perviene a elaborarsi. Se per contro, la relazione si effettua normalmente con la madre, ma si rivela difficile con il padre, il contatto si stabilisce con un’enorme distanza che andrà a sollecitare la postura sinistra. In tali condizioni, l’orecchio, la bocca e la laringe sinistri divengono i conduttori di un circuito che introduce tempi di latenza considerevoli. Tale cammino lungo e complesso consente certo di allontanare l’immagine del padre, ma rende difficile il pilotaggio della colata verbale. Infine, se il padre è impossibile da incontrare per qualunque ragione sia, il bambino non può lateralizzarsi, vale a dire che nessun circuito diviene dominante. Tale non-lateralizzazione comporta ipso facto la non-possibilità di localizzarsi nello spazio, né tantomeno nel tempo. Quanto al linguaggio, esso resta fissato allo stadio di quello creato all’intenzione della madre e, dal balbettamento, primo canto elaborato per essa, nasce la balbuzie, forma cronica di tale tappa anteriore della comunicazione.

Così il linguaggio si stabilisce a partire dalla lateralità. Per di più, è direttamente legato alle caratteristiche del suo controllore uditivo o captatore acustico destro. Si concepisce dunque che l’orecchio destro divenendo un apparato così delicato, così preciso e così importante in tutti i meccanismi dell’emissione veda le proprie qualità intrinseche altamente apprezzate poiché da esse, e da esse soltanto, dipendono le regolazioni dei differenti parametri del suono emesso: intensità, timbro e flusso che sono, rammentiamolo, i principali tratti che differenziano i suoni tra loro.

Le qualità che si potranno esigere da un orecchio saranno dunque quelle di udire il linguaggio. Non è cosa facile e ciò risponde (che ci si compiaccia di pensarvi) a un lungo adattamento secondo.

Effettivamente nulla nell’uomo è, sembra, stato concepito inizialmente per realizzare l’analisi del linguaggio, e né più sapremmo scoprire in lui organi specifici della funzione parlata. Tuttavia, grazie ai collegamenti interni embriologici e neuronici che esistono, ci si ricorda, tra gli apparati bucco-faringeo, pneumo-laringeo e uditivo, ogni progressione dell’orecchio nel campo linguistico trova una risonanza nell’area pneumo-digestiva, al livello del crocevia faringo-laringeo. Le contro-reazioni che si stabiliscono tra la bocca e l’orecchio si fanno segnatamente all’immagine di un pantografo secondo un rapporto preventivamente stabilito.

L’orecchio deve dunque udire e ben udire nei limiti del linguaggio. Occorre che sia adattato alle frequenze di quest’ultimo per praticarne la decifratura, la lettura in certo modo. Si dice comunemente che è un adattatore d’impedenza. Ciò è esatto, ma quale è a dir vero il ruolo di una simile apparecchiatura? Esso deve realizzare una congiunzione dell’ambiente che è l’unico materiale di comunicazione, con l’ambiente neuronico dell’apparato di Corti, parte sensoriale che sollecita e informa il nervo uditivo, o ottava coppia cranica.

L’aria circostante consente, grazie alla propria eccezionale elasticità, la messa in onda acustica del nostro pensiero. Essa offre la possibilità di realizzare un ponte informazionale all’indirizzo dell’altro che si decide di raggiungere. Tale congiunzione che, in effetti, è permanente poiché si tratta dell’aria che ci circonda, può essere destata nella circostanza nelle proprie proprietà fisiche dal fenomeno acustico. L’orecchio dovrà dunque decifrare tutti tali artefatti sonici che assumeranno solo ulteriormente un valore semantico.

L’orecchio certo ha i suoi limiti nei quali si iscrive il linguaggio. Esso non utilizza sempre del resto l’insieme della banda che gli è fisiologicamente concessa. Così l’orecchio francese si confina tra 1000 e 2000 hertz, mentre l’orecchio inglese si attribuisce una banda al di là di 2000 hertz, che la Spagnola si situa nei dintorni di un punto culminante verso 250 e 500 hertz. È da rilevare che le orecchie slave sanno meglio di tutte le altre beneficiare della grande apertura uditiva offerta loro, così come le orecchie portoghesi.

Infine, precisiamo che tale orecchio all’ascolto deve essere d’alta fedeltà per tradurre con il massimo d’esattezza ciò che l’autoinformazione deve concedergli. Anche un’ultima caratteristica appare necessaria: quella che dà all’orecchio la possibilità d’udire con il minimo di distorsioni e il massimo d’analisi.

Per tornare al nostro linguaggio, riprendiamo a uno a uno gli elementi che costituiscono tale sapiente montaggio: abbiamo un’aria che vibra e risuona, un complesso bucco-faringeo-laringeo aiutato da tutto il corpo che sa giocare di tale aria risonante, e infine un complesso uditivo che regola acusticamente tutto tale insieme come un ammirevole direttore d’orchestra capace di dare e d’imporre la misura all’infinità di strumenti sollecitati per realizzare un atto verbale perfettamente elaborato.

Eccoci dunque in presenza di tale personaggio ideale che abbiamo evocato alcuni istanti fa, buon parlante, buon ascoltatore e fortemente lateralizzato a destra. Vediamo ora come andremo a procedere dinanzi a un soggetto in cattiva postura linguistica. Ciò che importa, in occasione delle nostre diverse investigazioni, è di stimare e di enumerare le «mancanze» rispetto a tale profilo ideale. Tutte le forme di non-elaborazione di tale struttura finale possono incontrarsi. Esse rappresentano fissazioni a tale o tal altro stadio iniziale che si manifestano essenzialmente con segni d’immaturazione nell’organizzazione globale.

Esame clinico

Dopo tale lungo preambolo che ha necessitato la definizione di un simile oggetto di studio, possiamo più agevolmente affrontare l’esame clinico.

L’importante è considerare il soggetto presentato in consultazione tanto all’atto della propria funzione parlata che al di fuori di essa.

È al bambino che ci rivolgiamo il più sovente. Lo osserviamo durante tutto l’interrogatorio effettuato dinanzi ai genitori. Il suo atteggiamento, assai significativo, ci rivela la sua aderenza, la sua partecipazione al mondo circostante, o il suo disinteresse e le difficoltà che incontra per essere un soggetto ascoltante. Poi dettagliamo il suo comportamento mentre andiamo a parlargli e giudichiamo della sua tensione d’ascolto; vediamo già quale orecchio ci offre e raccogliamo le sincinesi che tale semplice gesto d’attenzione suscita. Infine, lo facciamo parlare.

In primissimo luogo, teniamo conto della qualità della voce. Quest’ultima può essere intensa o debole, modulata o bianca, valente o smorta.

In secondo luogo, osserviamo il gesto vocale associato all’emissione procedendo anzitutto all’esame del volto. Questo può essere mobilizzato nella sua parte destra o nella sua parte sinistra. È un dei grandi segni da ricercare. Sin dall’emissione, i buoni parlanti sono assai nettamente asimmetrici a beneficio del volto destro. La bocca, segnatamente, offre una motricità dominante destra che trascina la sinistra; è l’elemento dinamico che ci assicura del buon funzionamento dell’orecchio destro nel suo gioco di controllo.

Va tutt’altrimenti per i pazienti che siamo indotti a esaminare. Nella maggior parte dei casi, è a sinistra che si effettua la funzione parlata; è la bocca sinistra che pare dinamizzare l’insieme. Ma ci si ricorda, chi dice bocca, dice orecchio, chi dice orecchio, dice emisfero cerebrale. Tutto il soggetto, in somma, è implicato nel semplice fatto di parlare. Talora, non esiste né destra né sinistra e il linguaggio è, in tal caso, mal o poco elaborato.

Oltre al gioco facciale, osserviamo le sincinesi associate. Presso un grande parlante, la mano destra sola presenta alcune associazioni gestuali, soprattutto al livello della pinza pollice-indice. Presso il meno favorito sul piano linguistico, tutte le sincinesi associate si incontrano e tutto può essere immaginato al livello delle due mani, della sinistra soprattutto, delle spalle, del collo, del tronco, degli arti inferiori, altrettanti movimenti che sanno esaurire rapidamente il potenziale d’energia di cui ha bisogno l’atto corticale per condurre a buon fine l’esecuzione dell’atto parlato.

Poi, chiediamo al soggetto di mostrarci il proprio orecchio; il parlante normalmente lateralizzato designa con la sua mano destra il suo orecchio destro, il suo occhio destro e la sua bocca. Il dis-lateralizzato offrirà l’una o l’altra orecchia con l’una o l’altra mano, o senza partecipazione manuale, lo stesso per le altre designazioni, occhio e bocca. I non lateralizzati quali i balbuzienti rispondono generalmente alle nostre domande che trovano del resto strampalate, con un’altra domanda: «quale?».

Poi, chiediamo al soggetto di mostrarci il nostro orecchio, il nostro occhio. Là anche, all’incontro dell’iperlateralizzato destro che, con la sua mano destra sceglie il nostro orecchio destro, tutte le fantasie sono offerte. Esse ci rivelano, in effetti, le difficoltà che il soggetto incontra a posizionarsi, a mirarsi, ad afferrarsi nell’universo temporo-spaziale.

Ricerchiamo parimenti un segno cui attribuiamo un valore clinico certo e che denominiamo «autoinformazione». Facciamo dire al soggetto il proprio nome e il proprio indirizzo, pregandolo di mettere la sua mano destra presso la sua bocca, come se tenesse un microfono; lo aiutiamo mantenendo la sua mano con la nostra mano opposta poiché siamo faccia a faccia. La voce è normalmente tonica, timbrata con la mano destra mentre non lo è a sinistra. L’interesse è di misurare il risveglio di tale riflesso cutaneo-vocale che deve essere sempre destrimano. È da notare parimenti che quando il soggetto non vuole riconoscere la propria destra e per ciò stesso il supporto simbolico che tale lato rappresenta, si osserva un rigetto più o meno potente della mano. È in generale la destra che è respinta e che occorre solidamente mantenere. Per di più nell’enunciato del nome e dell’indirizzo, si constata il più sovente una scotomizzazione del nome quando la destra è rifiutata.

In ultimo luogo, studiamo, ascoltando o portando su tubo catodico e su sonografo, l’emissione della voce allorché l’orecchio destro è solo lasciato in circuito mediante soppressione del sinistro, e viceversa. È parimenti la destra a dominare la voce più modulata e, là ancora, possiamo giudicare del potenziale già acquisito in tale fenomeno di autocontrollo.

Patologia

Essa è giustamente quella della non-inserzione dell’essere nell’universo degli altri e l’anormalità osservata rivela, non v’è da dubitarne, un’immaturazione nel processo che porta a una struttura ideale, supporto dei differenti sistemi che sboccano in un linguaggio ben elaborato.

È evidente, in funzione di ciò che abbiamo or ora detto, che due aspetti della patologia del linguaggio possono essere osservati. Manterremo essenzialmente sotto la nostra egida il lato meccanicistico diremo, lasciando ai colleghi psichiatri quello dello spirito e della ragione. In altri termini, ciò che importa è la maniera in cui il soggetto sa sfruttare il proprio corpo per assicurare la propria colata verbale. È vero che in clinica tutto è imbricato, ma è giustamente del campo della nostra scienza medica saper dissociare tali meccanismi per meglio apprenderli separatamente.

Così nel linguaggio, i disturbi che si possono incontrare offrono un largo ventaglio che va dall’assenza del parlare sino al virtuosismo linguistico il più elaborato.

  1. L’assenza di linguaggio testimonia della non-strutturazione del circuito audiovocale:
  • Sia che il desiderio di parlare non abiti il bambino e il problema è psicoanalitico. Si incontra nell’autismo, nella schizofrenia.

  • Sia che il captatore sia assente come è il caso nelle sordità profonde. Da allora, è la sordo-mutismo a installarsi in mancanza di autocontrollo (4).

  1. Se il linguaggio si crea con distorsioni, abbiamo più casi da esaminare:
  • O bene l’orecchio è deficiente e i disturbi articolatori sono la traduzione fedele di un captatore di cattiva qualità.

  • O bene l’orecchio è buono, ma il soggetto ha solo un debole desiderio di servirsene; in effetti, preso al gioco di voler ascoltare, ne ha rapidamente perso la voglia e quindi l’uso.

O bene ancora la struttura della sua lateralità non è elaborata, e i disturbi generati anormalizzano tutti i rapporti relazionali inerenti, fabbricandosi il bambino, se il suo potenziale glielo consente, un mondo fatto per lui solo.

Troviamo così le disartrie, le balbuzie e le dislessie.

  • Le disartrie traducono le imperfezioni dei microfoni uditivi.

  • Le balbuzie rivelano la difficoltà di incontro col totem paterno, per immaturazione della lateralità.

  • Le dislessie impediscono la decifratura normale dell’universo, del linguaggio e di conseguenza del libro, per l’impossibilità in quest’ultimo caso di tradurre il linguaggio scritto in linguaggio sonoro (5).

Trattamento

Tale breve esposizione sul linguaggio e sulla patologia dei disturbi dell’espressione ci trascinano tutto naturalmente a parlare delle terapeutiche messe in opera per aiutare l’individuo ad assumersi, a realizzarsi in seno al mondo che lo circonda.

Tali terapeutiche discendono dalle ipotesi, dalle teorie che siamo stati condotti a elaborare nel corso di tale lavoro di ricerca nel campo dell’audio-psico-fonologia. Esse fanno appello principalmente al fenomeno uditivo preso nel suo senso più ampio e mirano a dare a ciascuno, bambino o adulto, la possibilità di utilizzare il proprio orecchio come un apparato capace di ascoltare il linguaggio dell’altro. Esse tendono essenzialmente a innescare o a re-innescare il desiderio di comunicare sino allora non o mal elaborato.

Le tecniche di rieducazione del linguaggio parlato o scritto sono state largamente modificate da una quindicina d’anni dall’apporto delle conoscenze fatte nel campo dell’elettronica. Queste hanno consentito di realizzare apparecchi capaci di destare e di far integrare rapidamente i condizionamenti che sono all’origine di un linguaggio di qualità, ossia un buon ascolto su una lateralità destra altamente differenziata.

Grazie a filtri elettronici e a fenomeni di bascula, si modificano a volontà i circuiti e le curve imposte all’ascolto, allo scopo di procurare al soggetto sottoposto alla rieducazione la postura uditiva del bene-udente, di colui che ha strutturato una rete relazionale normale.

Mentre l’ascolto dell’«Altro» si elabora e tende ad aumentare l’attenzione del soggetto, un secondo gioco di bascula innesca un auto-ascolto ogni volta che il paziente deve rispondere o ripetere. Gli è così inconsciamente imposto di udire la propria voce come un soggetto normale ode la propria.

Tale cammino dirige il soggetto verso prese di coscienza dei propri controlli, verso la padronanza del proprio Io corporeo, al contempo che si costruisce il proprio Io verbale.

Lo scopo cui mira la terapeutica uditiva proposta è dunque di ristabilire strutture relazionali mediante una correzione dei condizionamenti iniziali difettosi.

Conclusione

Ciò cui abbiamo mirato in tale esposizione è dispiegare l’idea che un bilancio audio-psico-fonologico debba inserirsi in ogni indagine clinica. Restiamo persuasi che gli alcuni passi realizzati in tale campo non sono che l’abbozzo di un vasto studio sulle relazioni che esistono tra il psichismo e il corpo nelle loro numerose imbricazioni e le loro contro-reazioni psicosomatiche.

«Parla e ti dirò chi sei» non è più dissociabile da «e ti dirò come stai». Certo, non siamo ancora in grado, all’ora attuale, di mettere sistematicamente in applicazione le tecniche d’indagine del linguaggio, ma pensiamo che, negli anni a venire, il cammino in tale direzione sarà tale che le prove linguistiche si iscriveranno nel quadro di ogni processo clinico.

Il linguaggio è, in surplus, uno dei mezzi più efficaci per penetrare nei problemi della vita di relazione, di adattamento all’ambiente, fonte immanente dei disturbi psichici o somatici che non mancano di manifestarsi. Il linguaggio, nella circostanza, è un segno d’allarme precursore, che indica all’orecchio avvertito del clinico che la sua vigilanza deve essere tenuta in risveglio prima ancora che si fissi il disturbo premonitore.

Il lettore ci perdonerà di aver consegnato tanta sostanza in così poche parole, ma egli comprenderà certamente quanto sia difficile trattare in alcune pagine un argomento la cui ampiezza non gli è sfuggita e la cui importanza resta considerevole.

Esame clinico - Patologia - Trattamento

a cura di A. TOMATIS

Estratto della Société de Médecine de Paris, Revue d’Enseignement Post-universitaire, n. 2, 1970

  1. A. TOMATIS; «Relations entre l’audition et la phonation». Annales des Télécommunications, T. II, n. 7-8, luglio-agosto 1956.

  2. A. TOMATIS: «L’oreille directrice». Bulletin du Centre d’Études et de Recherches Médicales della S.F.E.C.M.A.S., luglio 1953.

  3. A. TOMATIS: «L’oreille et le langage». Editions du Seuil. Collection Microcosme, Série «Le rayon de la science».

  4. A. TOMATIS: «La surdité». Editions de l’Organisation des Centres du Langage.

  5. A. TOMATIS: «La dyslexie». Editions de l’Organisation des Centres du Langage.