Principio di base del funzionamento dell'orecchio elettronico
Tutto è partito, trent’anni or sono, dall’accostamento di due serie di osservazioni. In quanto otorinolaringoiatra e figlio di cantante, Alfred Tomatis ebbe a trattare artisti la cui voce si era spezzata. Ma alla stessa epoca, dirigeva il Laboratorio d’Acustica degli Arsenali dell’Aeronautica. Vi esaminava le persone che avevano avuto l’audizione deteriorata lavorando sui banchi di prova dei reattori supersonici per sapere se occorresse indennizzarle e, simultaneamente, notava abbastanza sovente una deformazione assai netta della voce.
Egli si domandò se l’audizione danneggiata non fosse finalmente la causa delle perturbazioni della voce, persino nel caso dei cantanti. In effetti, un grande tenore sale a 110 dB,
120 dB, e persino 130 dB: il che dà pressappoco 150 dB nel cranio. Ora, un reattore ATAR, a terra, fa 132 dB: non vi è la medesima energia, ma vi è la medesima intensità d’uscita.
Approfondendo le proprie osservazioni, Alfred Tomatis è colpito dal parallelismo che esiste tra l’esame audiometrico di un soggetto e la curva d’inviluppo dell’analisi spettrale della sua voce, avvia allora una serie di sperimentazioni che vertono sulle reazioni e sulle contro-reazioni dell’audizione sull’emissione vocale.
Utilizza a tal fine due montaggi:
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L’uno che consente di visualizzare la decomposizione armonica dei suoni emessi (analisi spettrale) per il tramite di un microfono e di un analizzatore.
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L’altro che dà la possibilità di modificare a piacere l’audizione del soggetto sottoposto all’esperienza; essendo la sua voce captata da un secondo microfono seguito da un amplificatore le cui caratteristiche di risposta al livello degli auricolari portati dal soggetto sono modificabili grazie a un gioco di filtri (passa-alto / passa-basso / passa-banda) consentendo così di far variare la maniera d’udire del soggetto e di conseguenza il suo modo di controllarsi.
L’importanza straordinaria delle contro-reazioni che sorgono allora autorizza Alfred Tomatis ad affermare che esiste un vero circuito chiuso d’auto-informazione il cui captatore di controllo, all’atto dell’emissione a livello degli organi fonatori, non è altro che l’orecchio, e che ogni modificazione imposta a tale captatore comporta istantaneamente una modificazione considerevole del gesto vocale, agevole da rilevare visivamente, uditivamente, in ogni caso fisicamente controllabile sul tubo catodico dell’analizzatore.
Così, essendo assicurato che un modo d’espressione vocalica proprio a un condizionamento dell’insieme dell’apparato fonatorio che si esteriorizza mediante un gesto vocale noto, risponde a una maniera d’udire determinata da un condizionamento più o meno complesso dell’insieme dell’apparato uditivo; essendo assicurato per di più che ogni modificazione di tale maniera d’udire genera un nuovo gesto fonatorio, Alfred Tomatis cerca allora di trasformare il condizionamento difettoso mediante un nuovo condizionamento calcolato sulla base di una curva di risposta uditiva ideale (quella di un grande professionista della voce, per esempio). Sin dalle prime sedute, si constata che sussiste una rimanenza temporanea di tale nuovo stato, e capo di un certo periodo d’allenamento, essa diviene permanente.
Per realizzare praticamente tale processo, Alfred Tomatis mette a punto un apparecchio che sarà chiamato in seguito Orecchio elettronico a effetto Tomatis.
Le quattro leggi fondamentali di Alfred Tomatis.
Raoul HUSSON, riprendendo tale sperimentazione nel 1957 al Laboratoire de Physiologie des Fonctions della Sorbonne, la conferma interamente, e raggruppa tale insieme di contro-reazioni audiofonatorie sotto la denominazione di effetto Tomatis.
Quest’ultimo è definito da quattro leggi:
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La voce non contiene se non ciò che l’orecchio ode.
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Se si restituisce all’orecchio traumatizzato la possibilità di audizione corretta delle frequenze mal udite, esse si trovano ristabilite nell’emissione fonatoria, istantaneamente e all’insaputa del soggetto. Poi generalizzando tale relazione audiofonatoria al caso delle orecchie normali
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L’orecchio ripercuote al dispositivo fonatorio le modificazioni d’audizione che gli si impongono artificialmente
Avendosi Alfred Tomatis allora posto la questione di sapere come l’orecchio potesse conservare il beneficio di tale esercizio e migliorarsi progressivamente, sbocca nella quarta legge.
- L’audizione forzata, alternativamente intrattenuta e soppressa, perviene a modificare a titolo permanente l’audizione e la fonazione.
L’orecchio elettronico e il suo modo d’azione.
Tale apparecchio è un complesso elettronico che comporta amplificatori, filtri e un gioco di basculle elettroniche. Esso può essere utilizzato in due situazioni:
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L’informazione trasmessa dal magnetofono passa attraverso l’Orecchio elettronico prima di pervenire alle orecchie del soggetto per il tramite di due auricolari (training puramente uditivo).
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L’informazione trasmessa dal magnetofono è percepita e riprodotta dal soggetto durante i bianchi sonori ripartiti sul nastro magnetico: quasi simultaneamente, la voce dell’allievo è captata da un microfono, controllata e modificata dall’Orecchio elettronico (training audio-vocale).
L’Orecchio elettronico agisce modellando l’informazione all’interno di una banda passante determinata, al fine di sopprimere gli scotomi (cadute della curva d’ascolto per certe frequenze), e dare a tale curva la progressione necessaria (pendenza ascendente) a una percezione e a un’analisi di qualità massima.
Inoltre, essa offre al messaggio sonoro due cammini possibili verso gli auricolari terminali, il primo canale corrisponde alla messa sotto tensione del timpano e dei muscoli del martello e della staffa, il secondo comporta piuttosto la loro distensione, basta allora una semplice regolazione per far passare alternativamente l’informazione da un canale all’altro, e provocare così un movimento continuo di tensione e di distensione dei meccanismi muscolari adattatori dell’orecchio medio.
Tale microginnastica comporta un fenomeno di rimanenza che crea un condizionamento muscolare progressivo e permanente, l’orecchio medio diviene così capace di compiere esso stesso spontaneamente e correttamente le regolazioni necessarie alla trasmissione dei suoni.
Tali differenti funzioni sono assicurate da tre «blocchi» elettronici:
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I filtri, ripartiti su due piani, formano i due canali e modulano il passaggio delle frequenze (uno tra essi può, per esempio, consegnare passaggio in modo preferenziale alle frequenze elevate, e l’altro alle frequenze gravi)
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La bascula, regola le andate e ritorni successivi da un canale all’altro, è una sorta di porta che si apre e si chiude secondo le variazioni d’intensità del messaggio sonoro.
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L’equilibrio per preparare l’orecchio destro a divenire direttore, il rapporto delle intensità sonore corrispondente ai due auricolari è progressivamente differenziato mediante riduzione dell’intensità a sinistra.
Quanto all’informazione sonora propriamente detta, è costituita da un insieme di nastri magnetici registrati in laboratorio, il cui ordine di diffusione è determinato dal programma concepito in funzione del caso trattato: si tratta essenzialmente di musica e di voce umana eventualmente lavorate elettronicamente, vale a dire più o meno filtrate mediante riduzione dell’intensità delle frequenze gravi.
La programmazione dei materiali sonori.
Il programma è esso stesso stabilito secondo le norme della disciplina audio-psico-fonologica, ha per scopo di far percorrere al paziente il cammino sonico ideale che avrebbe dovuto seguire dalla propria concezione, poiché è da esso che dipendono la qualità del suo ascolto e, di conseguenza, le sue facoltà di espressione orale e scritta.
Dalla comunicazione carnale del feto con l’utero materno agli scambi verbali più fecondi, la pista è lunga e disseminata di insidie, ché a ciascun periodo della sua evoluzione, la relazione del soggetto con l’ambiente può essere turbata, carente o persino francamente tagliata.
E il metodo consiste, prendendo appoggio sul fatto che esiste dunque già una comunicazione tra il feto e la madre, nel suscitare presso il soggetto il desiderio che tale comunicazione si prolunghi dopo la nascita, con la madre dapprima, poi con il padre, e infine con la società intera.
L’itinerario comincia nel «dialogo» intrauterino (dialogo che, nei fatti, può esso stesso essere indigente, ciò che obbligherà il pratico a riprendere tutto da zero) e si conclude sull’inserzione del soggetto nel contesto sociale (inserzione che, a sua volta, è all’origine di un altro cammino assai più personale).
L’orecchio è dunque rituffato nelle condizioni di un vissuto assai lontano, il più antico che gli sia stato possibile percepire. Ma a tale epoca, l’ascolto del feto è caratterizzato dal fatto che si esercita in ambiente acquatico, poiché egli è esso stesso immerso nel liquido amniotico. L’informazione sonora (suoni filtrati) è dunque ottenuta facendo passare il suono attraverso filtri elettronici, che realizzano artificialmente un’audizione simile a quella che si otterrebbe attraverso strati d’acqua.
In generale, si utilizza a tal fine la voce materna, poiché essa è uno dei principali «rumori» percepiti dall’embrione. La madre del soggetto è invitata a leggere per mezz’ora un testo suscettibile di farle piacere: essa è allora registrata in condizioni che consentiranno, in vista del filtraggio, la conservazione delle frequenze acute.
Quando la voce materna non è disponibile (divorzio, decesso, o troppo cattiva qualità sonica…), si ha ricorso a musica filtrata. L’esperienza ha consentito di constatare che i temi musicali hanno tanto più efficacia in quanto sono ricchi di acuti e si avvicinano ai ritmi mozartiani o ai canti gregoriani.
Dopo un certo numero di sedute di suoni filtrati, si effettua il parto sonico, vale a dire che il soggetto passa da un’audizione in ambiente acquatico a un’audizione in ambiente aereo. A tal fine, nel corso di una seduta, il filtraggio può passare da 8000 Hz a 100 Hz. Le ripercussioni di tale fase sono generalmente profonde, essa dà al soggetto la possibilità di vivere un momento cruciale della propria esistenza, nel corso del quale avrebbe dovuto nascere veramente al mondo.
Dopo il parto sonico, andrà a cominciare la fase attiva in cui il soggetto si prepara a incontrare «l’altro» (l’universo sociale), vi si pongono le prime strutture del linguaggio.
Poi il soggetto è condotto a incontrare sé stesso, vale a dire ad accettarsi. Il materiale sonoro l’aiuta allora a sviluppare il proprio linguaggio; i suoi autocontrolli sono rinforzati e gli garantiscono un buon adattamento alle proprie realtà e alle condizioni d’esistenza imposte dall’ambiente.
L’ascolto intrauterino.
Due questioni consentono un approccio al problema del linguaggio:
Come l’uomo perviene a produrre suoni articolati?
Perché egli prova il bisogno di produrne?
La prima di tali interrogazioni ha di che sorprendere ché sembra evidente che l’essere umano parli perché dotato di un apparato espressamente destinato a riempire tale funzione. In effetti, tale affermazione è falsa, ché non esiste organo fisiologicamente preconcepito a tal fine e la parola ha utilizzato l’esistente per costruirsi, ossia un primo insieme fatto di una parte dell’apparato digestivo, le labbra, la bocca, il velo del palato, la lingua, i denti, e un secondo sorto dall’apparato respiratorio, la laringe, le fosse nasali, i polmoni, il diaframma, la gabbia toracica. Così, per mettersi al servizio della parola, la laringe si è distolta dalla propria funzione prima. Essa si è liberata. E tale liberazione è coincisa con quella dell’orecchio, inizialmente destinato a localizzare i suoni, ma che si è messo ad analizzarli.
Quanto alla seconda questione, Alfred Tomatis afferma che ciò che conta non è poter parlare, ma volerlo; ché la scimmia, da un punto di vista puramente fisiologico, potrebbe parlare anch’essa, e tuttavia non lo fa.
All’origine del linguaggio, deve esistere un desiderio, che non può essere che quello di comunicare con altri, è la ricerca di una situazione nota, vissuta anzi, anzi rimpianta, nel corso della quale si è rivelata la nozione profonda di messa in comune donde si dispiega la prima presa di coscienza della relazione.
Ma come nasce tale pulsione?
È a partire dalle osservazioni di un zoologo inglese che Alfred Tomatis elabora la propria risposta. Tale autore avrebbe rilevato che se uova di uccelli canterini fossero covate da uccelli non canterini, gli uccelli di tale covata non cantavano. Meglio ancora, se le uova fossero covate da uccelli che cantano, ma in altro modo, i piccoli avevano grandi possibilità di «sbagliarsi» di canto dopo la loro schiusura.
Sembra dunque che un condizionamento audio-vocale sia possibile già allo stadio dell’uovo.
E se fosse così per il genere umano?
Esperienze condotte sui lattanti, da altri ricercatori, mostrarono ad Alfred Tomatis che era sulla buona via: «la madre fa il proprio bambino, gli dà un nido in sé stessa, lo nutre, lo prepara alla vita mediante un dialogo fatto di tutti i contatti che può avere con lui. La comunicazione sonora ne è la principale, ché la madre si rivela al feto mediante tutti i suoi rumori organici, viscerali e soprattutto mediante la propria voce.
Il bambino trae tutta la sostanza affettiva di tale voce che parla…
Egli ne è imbevuto, impregnato, integra così il supporto della propria lingua materna».
Si tratta proprio della prima comunicazione audio-vocale, in cui l’embrione, allorché tutto si svolge bene, attinge un sentimento di sicurezza che aiuta al proprio sviluppo.
Il desiderio di comunicare non è allora che il desiderio di non rompere, o eventualmente di riannodare, una relazione (acustica) altrettanto soddisfacente con altri.
Ma se il feto ode, non è certamente nello stesso modo in cui noi udiamo. Dalla nascita alla maturità, «l’apertura» dell’orecchio è progressiva; e il parto medesimo apporta una modificazione fondamentale nell’ascolto perché l’orecchio, adattato all’ambiente liquido della vita intrauterina, deve bruscamente accomodarsi a un ambiente aereo.
Prima della nascita, le tre parti dell’orecchio — esterno, medio, interno — sono acusticamente adattate alle medesime frequenze; sono praticamente quelle dell’acqua, e hanno sede oltre 8000 Hz. Alla nascita, si assiste a un vero parto sonico. I due primi piani dell’orecchio del lattante andranno a dover adattarsi alle impedenze dell’aria circostante, mentre il terzo piano (l’orecchio interno) conserva il proprio ambiente liquido.
Ma i primi giorni dopo la nascita lasciano tuttavia il bambino in uno stato di transizione sul piano della vita sonica. In effetti, l’orecchio medio e in particolare la Tromba d’Eustachio, conserva per dieci giorni del liquido amniotico, sicché i due piani medio e interno restano accordati alle frequenze dell’ambiente liquido… dopo il decimo giorno, tutto si spegne, ché la Tromba d’Eustachio si vuota della propria sostanza liquida, e il lattante perde la propria percezione degli acuti, non ode quasi più.
Egli andrà a dover, per settimane, nel corso di un lungo apprendimento, cercare di aumentare il potere d’accomodazione del proprio orecchio lavorando la tensione timpanica, al fine di ritrovare a poco a poco, attraverso l’aria circostante, il contatto che aveva un tempo con quella voce che lo cullava in fondo al proprio universo uterino.
Messo in presenza di disturbi psicologici la cui origine ha sede incontestabilmente al livello delle prime tappe della vita degli individui (periodo intrauterino, parto, prime relazioni con la madre…), Alfred Tomatis ha allora l’idea di far rivivere sonicamente tale periodo al soggetto colpito. Egli ottiene, mediante semplici informazioni acustiche, reazioni psicologiche profonde estremamente intense, e la cessazione di certi sintomi.
Mediante il suono, diveniva allora possibile riannodare la relazione primordiale, far rivivere il parto, con tutto l’aspetto decondizionante che può contenere una simile esperienza, e potenziare il desiderio di comunicare con l’ambiente, senza il quale non vi è equilibrio psicologico, sorta di «rimessa a zero» dell’individuo, seguita da una ricostruzione della sua personalità profonda, ma questa volta effettuata in tutta coscienza.
In tale processo, l’immenso vantaggio del cammino sonico è che il nervo uditivo andrà a raggiungere direttamente la corticalità, senza passare dalla parte centrale del talamo (centro sensitivo del cervello primitivo. È una massa nervosa centrale, sottocorticale, che agisce come una sorta di filtro in cui le sensazioni diverse si trovano coordinate, interpretate e apprezzate prima di essere trasmesse alla coscienza (corteccia)), mentre tutte le altre informazioni sensitive passano per tale canale. Se il talamo ha una «resistenza o viscosità» troppo grande, bloccata da un’affettività perturbata da traumi anche varcati, tale regione andrà ogni volta a risvegliare per pulsione il o i traumi iniziali. Mentre attaccando direttamente la corteccia per la via uditiva, questa può in certo modo contro-reagire sul talamo; ed è mediante tale effetto inverso che la corteccia, aumentando il proprio campo conscio, assume le difficoltà dolorose. Sicché in tali condizioni, il soggetto può prendersi in carico; «guarisce» allora mediante la propria azione uscendo dalla propria somatizzazione per entrare in un vero dialogo con sé stesso.
La ricarica corticale.
Il comportamento del lattante può pure mettere in evidenza una funzione essenziale dell’orecchio, largamente utilizzata dal training audio-psico-fonologico (A.P.P.).
Prima del decimo giorno, il piccolo bambino è tonico e assai dinamico, ma a seguito dello svuotamento del suo orecchio medio, entra in una fase nettamente più calma, poiché perde così il proprio potere di captare i suoni di frequenze elevate. Ché prima d’essere un organo destinato a udire, l’orecchio ha per funzione la ricarica della corteccia in potenziale elettrico.
Da un lato, esso verticalizza l’essere e assicura così il proprio rendimento energetico massimo, dall’altro, il suono correttamente ricevuto è trasformato in influsso nervoso al livello delle cellule ciliate (cellule di Corti) dell’apparato cocleo-vestibolare (orecchio interno).
La carta energetica di tali influssi nervosi perviene così alla corteccia che la ripartisce poi in tutto il corpo in vista di una tonificazione e di una dinamizzazione dell’essere.
Ma non tutti i suoni sono atti a provocare tale effetto di carica. Sulla membrana basilare, le cellule di Corti sono assai più dense nella parte riservata alle frequenze acute, che in quella in cui si distribuiscono le frequenze gravi; sicché la trasmissione alla corteccia dell’energia captata è assai più intensa quando proviene dalla zona degli acuti che quando emana dalla plaga riservata ai gravi.
I suoni acuti andranno così a fornire maggior influsso nervoso e a provocare in tal modo un effetto di ricarica più importante. Alfred Tomatis chiama del resto i suoni ricchi di armoniche elevate i «suoni di carica», per opposizione ai suoni gravi o «di scarica». Questi non apportano abbastanza energia alla corteccia e finiscono persino con l’esaurire l’individuo, poiché comportano risposte motrici corporee mediante la loro azione vestibolare (canali semicircolari, utricolo) che, esse stesse, assorbono più energia di quanta il labirinto ne fornisca.
L’orecchio è dunque fonte della nostra vitalità e del nostro dinamismo poiché esso contribuisce al risveglio del nostro macchinario cerebrale. È in definitiva esso che ci dà la forza di superare le aggressioni, la resistenza allo sforzo e l’energia che cancella la stanchezza. Mediante il proprio funzionamento armonioso, esso motiva e proietta l’individuo in una dinamica di vita in cui gli diviene agevole prendersi in carico e raggiungere una reale autonomia, di manifestare una volontà incrollabile, un grande senso delle responsabilità, un vivo spirito di decisione e una gioia sottostante costante. La semplice osservazione di un depresso (le cui «batterie» sono così a terra senza possibilità di ricarica) è la migliore illustrazione negativa di tale quadro. Il training audio-psico-fonologico può insegnargli a riapprendere a tendere correttamente le proprie membrane timpaniche al fine di essere nuovamente capace di ricevere i suoni di alta frequenza. Inoltre, tale apprendimento ha una conseguenza diretta sulla vita dei nostri organi.
L’equilibrio neurovegetativo.
Il nervo pneumogastrico, o X coppia cranica, o nervo Vago secondo la denominazione degli Antichi, distende la propria unica antenna sensoriale sulla faccia esterna della membrana timpanica.
La sua presenza è primordiale, ché è uno dei nervi che regolano i meccanismi dell’orecchio in funzione degli «umori» o stati d’animo del soggetto, e quanto sa obbedire al psichismo, tanto sa inflettere quest’ultimo alle proprie reazioni. Nella sua intimità tra l’essere e il corpo, nell’imbricazione delle sue molteplici interferenze che gli valgono così giudiziosamente la denominazione di nervo Vago, è maestro della via vegetativa, viscerale.
La sua area neuronica è immensa, esso tocca il timpano, il faringe, la laringe, i polmoni, il cuore, lo stomaco, il fegato (vescichetta biliare), la milza, i reni, il pancreas, l’intestino tenue, il colon, il retto, l’ano…
Grazie a esso tutto può organizzarsi armoniosamente o, al contrario, squilibrarsi; in quest’ultimo caso appare allora il corteo delle somatizzazioni diverse: il trac, l’ansia, l’angoscia, le bulimie, le anoressie, l’angina pectoris, gli asmi, le otiti, le riniti… L’orecchio può svolgere un ruolo particolarmente nefasto in tale quadro; a tal fine, basta che si chiuda, vale a dire che distenda la muscolatura del martello, e che non solleciti quella della staffa. I rumori non sono allora trasmessi che in modo assai parziale, e quelli che lo sono non possono essere analizzati; del resto, soltanto le frequenze gravi hanno qualche possibilità di passare comportando la membrana timpanica completamente distesa in un movimento troppo ampio, il quale, di contraccolpo, eccita il ramo auricolare del Vago, con tutte le reazioni che ciò comporta nella sfera vegetativa.
Si è visto che il training ha per scopo di riapprendere al soggetto a tendere il proprio timpano e a mettersi in postura d’ascolto degli acuti. Allora, l’eccitazione del pneumogastrico cessa e il suo placamento inonda il mondo viscerale. Il soggetto sente nascere in sé un’impressione di benessere e di liberazione dal contenuto difficilmente cingibile, ma si rende nettamente conto d’essere ormai più sicuro di sé e delle proprie possibilità. La respirazione si amplifica, l’angoscia e le contratture muscolari spariscono, la distensione globale si sviluppa.
La verticalità e la postura d’ascolto.
L’orecchio assicura pure, grazie ai propri canali semicircolari, una funzione d’equilibrazione che determina i nostri atteggiamenti posturali; è un ruolo importante, ché è certamente impossibile far accedere un individuo all’informazione del proprio ambiente, e alla comunicazione, senza assicurargli una posizione corretta.
La pienezza dell’ascolto non può essere raggiunta che nella verticale, ché tendere l’orecchio è anche tendere il corpo a tale ascolto, al fine di offrire a tale informazione le zone sensibili del nostro rivestimento cutaneo. Si stabilisce allora un feed-back: l’ascolto si migliora e trasforma l’atteggiamento, mentre questo consente a sua volta all’ascolto di perfezionarsi grazie al messaggio che comincia a pervenirgli in modo sempre più fedele.
Sono le azioni, reazioni e contro-reazioni uditive e corporee che detengono, nei loro meccanismi, le chiavi maggiori della verticalità, poiché l’orecchio interno ha bisogno di centralizzare l’informazione motoria posturale al fine di ottenere il rendimento ottimo delle trasformazioni energetiche che si operano al proprio livello, nonché al livello della pelle, così ricca di corpuscoli sensoriali sulla propria faccia anteriore, e dei muscoli e dei tendini che contengono i corpuscoli di Golgi sottoposti all’eccitazione gravifica.
È una funzione che l’orecchio interno riempie efficacemente data la propria appartenenza a un blocco neurologico assai complesso che ingloba il labirinto, il cervelletto, la corteccia e il corpo; tiene dunque sotto la propria egida tutti i muscoli motori del corpo e coordina la propria motricità, è un elemento essenziale nella presa di coscienza del corpo da parte della corteccia.
È del resto agevole provocare sperimentalmente cambiamenti posturali in funzione di certe modificazioni dell’ascolto. Esse introducono immediatamente una differenza sensibile nell’atteggiamento corporeo. Imponendo un’audizione ricca di frequenze acute, si osserva sul campo, al momento in cui si anima la fonazione del soggetto, una correlazione posturale afferrante: la colonna vertebrale si raddrizza, la gabbia toracica si apre, il soggetto ricerca inconsciamente una migliore rettitudine dorsale mediante una rotazione del bacino verso l’avanti, il volto si distende e si mobilizza in modo armonioso, la voce si accende. All’incontro della prova precedente, una curva opposta alla prima (che comporta dunque un ascolto più ricco di frequenze gravi) andrà a comportare una modificazione posturale che gioca in senso inverso su tutti i parametri citati.
Il training include del resto l’apprendimento di un atteggiamento chiamato «postura d’ascolto» che dà al soggetto un’apertura massima, ossia lo sviluppo estremo delle sue possibilità di emissione di un messaggio sonoro in buone condizioni, e anche di ricezione corretta delle informazioni provenienti dall’ambiente.
L’orecchio così collocato può allora, come è stato detto, ricevere gli acuti e bloccare i gravi.
Occorre ricordare pure che il consumo energetico relativo al nostro mantenimento posturale in periodo di attività è minimo quando il corpo è in equilibrio, dritto e verticale.
L’orecchio destro direttivo e la lateralità.
«Occorre essere destrimani sino alla sinistra» ama ripetere Alfred Tomatis.
Ché l’interesse di un individuo, nel combattimento che mena per il proprio adattamento al mondo, è di essere destrimano, non soltanto della mano e del piede, ma dell’audizione, della parola e del pensiero.
L’osservazione attenta delle curve uditive di un cantante mostra che il controllo che esercita sulla propria voce mediante le proprie orecchie non è della medesima qualità a destra che a sinistra.
Mediante un abbagliamento sonoro, o pure iniettando rumore, è agevole fare perdere il controllo della propria audizione sinistra a un cantante in attività. L’osservatore constata allora che canta altrettanto bene, e persino meglio di prima!
Per contro, se l’orecchio destro è soppresso, il soggetto prova immediatamente grandi difficoltà a padroneggiare la propria voce.
Alfred Tomatis ha avuto l’occasione di ripetere tale esperienza con strumentisti e attori; essa si è verificata ogni volta. Manifestamente, esiste dunque un’orecchia direttrice che è sempre la destra.
E se le due orecchie servono a localizzare i suoni poiché la bilateralità uditiva favorisce l’angolazione, sembra proprio che non si possa accedere alla padronanza profonda del linguaggio se non scegliendo l’orecchio destro come antenna di captazione della colata verbale; l’orecchio sinistro dà un panorama globale dell’ambiente sonoro, il destro può mirare un suono preciso e analizzarlo finemente.
Perché tale asimmetria? Perché gli impulsi che partono dal cervello non possono ripercuotersi per la produzione di un suono, che al livello della laringe, di cui l’essere umano ha fatto il proprio strumento di comunicazione privilegiato. Ora, a tale livello, vi è asimmetria, l’emi-laringe destra beneficia di un nervo ricorrente motorio (si tratta di un ramo del pneumogastrico) assai più breve del proprio collaterale; ché il ricorrente destro si dirige verso la parete destra della laringe dopo aver incrociato dal basso l’arteria succlavia destra, mentre il ricorrente sinistro si tuffa nel torace e forma un’ansa al di sotto dell’aorta prima di raggiungere il lato laterale sinistro della laringe.
Di conseguenza, il tempo degli impulsi neuronici è differente; nel circuito d’autocontrollo che collega la laringe all’orecchio, l’orecchio destro è dunque più prossimo agli organi fonatori e all’informazione del sinistro.
Classicamente, il corpo umano è «tagliato» in due, con un lato destro dominante, servito da un cervello sinistro considerato come maggiore, senza che ci si renda ben conto che il lato destro non può far nulla senza la sinistra. I due lati sono inter-utili, e l’equilibrio ideale, per un essere umano, è l’armonizzazione funzionale della destra e della sinistra.
È a torto che si crede che tutte le fibre nervose siano incrociate, che il rapporto sinistra-destra (o destra-sinistra) sia il solo possibile; così, al livello dell’orecchio «primario» (i due utricoli e i canali semicircolari) i fasci non sono nemmeno incrociati per nulla: il lato destro innerva il lato destro del midollo spinale, per esempio. Non è che in seguito che i due nervi primitivi andranno a dare fasci incrociati.
In effetti, vi sono tre quinti soltanto dei fasci nervosi che sono incrociati, contro due quinti che sono diretti.
Non vi è dunque un emisfero cerebrale maggiore, e ciascuno di essi ha la propria attività, il cervello destro ha una funzione di controllo e di integrazione, il sinistro è piuttosto l’esecutore.
Per tal fatto, contrariamente a ciò che si afferma generalmente, la motricità è essenzialmente retta dal cervello sinistro (anche se è il braccio sinistro che si muove), per contro, il cervello destro esercita il proprio controllo tanto sulla destra quanto sulla sinistra. Ma a tal fine, occorre che l’informazione sia ricevuta dall’orecchio destro, ché se è ricevuta dall’orecchio sinistro, è il cervello destro a doversi occupare dell’esecuzione e, così facendo, non può più esercitare convenientemente la propria funzione di controllo.
È evidente che un gran numero di soggetti perviene ad adattarsi a una cattiva lateralizzazione, anzi a dar prova di molto brillio nelle proprie attività, intellettuali o altre. Ma ciò costa loro uno sforzo certo, e per quanto possano cavarsela, sarebbero assai più padroni dei propri mezzi se udissero dall’altro lato.
Così, nel training, si lateralizza progressivamente e sistematicamente a destra, e si constata quasi sempre che facendo passare un soggetto dall’ascolto sinistro all’ascolto destro, esso migliora assai il proprio rendimento cerebrale, ché ciascun emisfero è ricollocato nel proprio ruolo, ed è allora che si ottiene l’integrazione delle lateralità sensori-motoria e audiofonatoria, è tutta la struttura interna dell’essere a armonizzarsi.
Ma se tale lateralità dipende da una scelta, perché certi soggetti scelgono giustamente il circuito d’autocontrollo più sfavorevole?
Occorre precisare che la scelta è inconscia, e si trova legata all’elaborazione del linguaggio del soggetto.
Schematicamente, il bambino comunica già con sua madre, a tale stadio del balbettio, non vi è ancora vera differenziazione delle orecchie, per la buona ragione che il lattante non ha ancora bisogno di tendere l’orecchio per mirare i suoni in modo preciso.
Le sillabe sono dunque ripetute due volte (ma-ma/pa-pa/ecc…) poiché ciascuna orecchia invia un influsso verso ciascuna emi-laringe, avendo l’influsso sinistro un leggero ritardo rispetto al destro data la differenza di lunghezza dei circuiti neuronici.
Poi il bambino andrà a incontrare il padre che è il vettore del linguaggio socializzato. Per comprenderlo e per integrare tale lingua che è per il bambino la sua prima lingua straniera, gli occorrerà tendere la buona orecchia. Grazie a essa, la risposta sarà immediata e precisa, e le parole acquisteranno tutta la loro carica semantica.
Ma se le relazioni tra il padre e il bambino sono difettose, quest’ultimo ha tutte le possibilità di scegliere l’orecchio sinistro, ché gli consente di mettere l’interlocutore a distanza e di proteggersene.
Allora, la colata verbale non è più assai bene controllata e la strutturazione del linguaggio del soggetto può essere compromessa, con le conseguenze nefaste che ciò comporta al livello dell’apprendimento della scrittura, e dell’integrazione della grammatica.
Così, ogni carenza di tale autocontrollo uditivo destro comporta quasi obbligatoriamente disturbi dell’espressione orale e scritta, dunque diminuisce la comunicabilità; al limite, lo studio di un’altra lingua moderna o del canto diviene malagevole, se non impossibile.
Simultaneamente, si nota un calo assai netto del rendimento delle facoltà di memorizzazione, di attenzione e di concentrazione.
È interessante notare che se si costringe un mancino a passare a destra, egli rifiuta generalmente i due lati, ed effettua una regressione la cui conseguenza più frequente è il ritorno al linguaggio destinato alla madre (prima della «scelta»), dunque alla balbuzie.
L’immagine del corpo.
È una nozione essenziale, e generalmente abbastanza mal definita.
L’essere umano è anzitutto un sistema nervoso ricoperto da una guaina somatica, e l’immagine del corpo per l’uomo è l’utilizzazione del suo campo neuronico, utilizzazione che varia secondo gli individui e i fattori accidentali che li distinguono gli uni dagli altri; è anche l’immagine o il «concetto integrato» che ciascuno si fa di sé stesso.
Tale immagine è il più sovente assai differente da ciò che sarebbe un’immagine perfettamente obiettiva, e la sua importanza risiede nel fatto che la nostra apparenza, la nostra postura, e il nostro comportamento sono sotto la sua diretta dipendenza.
Inoltre, soltanto la sua integrazione corretta può apportare l’abilità corporea di cui ha bisogno l’uomo nelle attività più diverse, sia che si tratti della pratica di uno sport, di uno strumento di musica, o persino della semplice guida di un’automobile. Soltanto, il virtuoso possiede la propria immagine corporea a tal punto da integrarvi lo strumento della propria attività e lo spazio in cui si muove — fa corpo con l’insieme — … così il tiratore con l’arco dello Zen giapponese fa più che uno con il proprio arco e con il bersaglio, e lo scopo è allora raggiunto, persino a occhi chiusi.
Come si forma tale immagine?
L’aria non cessa di muoversi, di essere animata di diversi movimenti di rotazione, ciascun essere è così immerso in una struttura sonora che lo scolpisce, ché il suono non si rivolge soltanto all’orecchio, colpisce il corpo intero.
L’orecchio, certo, è divenuto il captatore principale, ma si tratta soltanto della differenziazione progressiva di una parcella di pelle che, all’origine, non si distingueva dal resto della superficie cutanea.
Il nostro corpo è dunque preso in una rete di pressioni e di impulsi che lo eccitano in tutti i suoi punti. A poco a poco, l’addizione di tutte tali eccitazioni ne compone un’immagine integrata che, in certo modo, disegna il corpo in incavo.
Tale gioco di stimolazioni può essere provocato in modi differenti, ma esiste un mezzo privilegiato, capitale, è il linguaggio, ché il suono che noi produciamo noi stessi imprime anch’esso in permanenza una folla di piccoli tocchi (delle pressioni «acustiche») su tutto il nostro sistema nervoso periferico. In funzione delle parole che utilizziamo, andremo a toccare più o meno certe parti del nostro corpo.
Il linguaggio sensibilizza a poco a poco le plaghe sensoriali rilevatrici delle onde acustiche intrattenute dalla «colata verbale», avendo sede le zone più favorevoli a tale informazione sensibile là dove la ripartizione delle fibre nervose specializzate nella misura delle pressioni è la più densa (volto, faccia anteriore del torace, addome, palmi delle mani, faccia dorsale della mano destra al livello della pinza pollice-indice, interno degli arti inferiori, pianta dei piedi).
Per altro verso, è certo che è per offrire la più grande superficie di tali regioni elettive che la verticalità diviene un obbligo allorché si voglia padroneggiare perfettamente la propria parola.
Si può dedurne un principio essenziale: se l’immagine del corpo è la conseguenza del linguaggio, migliorando la propria parola, si può dunque rimodellare il proprio corpo poiché, in ultima istanza, la nostra apparenza e la nostra postura sono pure rette da esso…
Ma è evidente che se siamo scolpiti dal suono che emettiamo, lo siamo parimenti dai suoni che emettono altri; allora, in tale prospettiva, un dialogo è dunque un certo modo che hanno due individui di mettersi in vibrazione l’uno l’altro; e la qualità della loro intercomunicazione dipende finalmente dalla compatibilità delle loro immagini corporee, legata essa stessa alla coerenza delle loro curve d’ascolto: due soggetti che presentano curve distorte e assai dissimili hanno poche possibilità di poter intendersi ché, in senso proprio dei termini, non sono più sulle medesime lunghezze d’onda, la loro inter-relazione diviene difficile, anzi penosa. Alfred Tomatis ha potuto verificarlo con dei monaci.
Grazie a filtri, ha imposto a due soggetti curve uditive identiche, poi li ha lanciati in una discussione assai spinosa: non sono pervenuti a entrare in disaccordo. Poi, ha invertito le curve e innescato un dialogo anodino: un quarto d’ora dopo, si stavano litigando. Ciascun essere umano dovrebbe avere per scopo di fare in modo che la propria immagine corporea sia omogenea con il tutto di cui fa parte.
Che vi sia distorsione tra essa e certe disposizioni obiettive del corpo o del mentale, e si può essere sicuri che il soggetto proverà difficoltà nel proprio adattamento al mondo, e nel proprio adattamento a sé stesso; vale a dire che si sentirà a disagio in un corpo di cui non avrà guari coscienza, non saprà determinare il proprio posto nelle strutture spazio-temporali e sociali, al limite, la coordinazione motoria medesima può essere deficiente.
In tutta evidenza, una buona immagine del corpo realizza l’aderenza assoluta del corpo reale e del corpo immaginato: è l’immagine grazie alla quale si può essere sé stessi sino all’ultimo atomo, e ingaggiarsi in una dinamica comportamentale armoniosa.
Alcune applicazioni particolari.
Benché siamo tutti più o meno interessati dal training audio-psico-fonologico, certi gruppi umani o categorie professionali lo sono più particolarmente.
Tale enumerazione non è evidentemente limitativa
Gli Educatori.
Essendo il termine preso nel suo senso più generale, dall’insegnante propriamente detto ai genitori stessi… ché il contenuto del sapere trasmesso non conta da solo, la qualità del vettore è senza dubbio altrettanto importante.
Un formatore, un professore la cui voce sia mal collocata o difettosa distrugge l’ascolto dei soggetti insegnati, e ciò tanto più in quanto sono giovani.
Gli Oratori.
Penso ai politici, agli avvocati, agli ecclesiastici, per i quali una voce corretta è primordiale.
Ogni soggetto il cui campo uditivo sia ridotto, e la voce danneggiata, non può sperare di convincere efficacemente un interlocutore, ché il messaggio che gli destina non passa, ora perché è mal costruito, ora perché il suo supporto sonico è di cattiva qualità.
Allorché un uomo vuole realmente entrare in comunicazione con un altro uomo, e agire su di lui, è l’essere vivente globale a venire, come una sorta di vivificatore, a giocare sulla totalità della psicofisiologia dell’altro.
La forza di un uomo è quando è capace di tale virtuosismo: giocare di sé stesso così perfettamente da poter far entrare in risonanza l’altro, o gli altri, e orientare così le loro dinamiche intrinseche.
I Cantanti e i Musicisti.
Saper cantare, o suonare uno strumento, è essenzialmente saper mettersi all’ascolto della propria colata verbale, o del suono emesso dallo strumento, al fine di meglio controllarli.
E l’esperienza prova che il miglioramento, presso un soggetto, del proprio potenziale di controllo mediante l’ascolto gli consente di acquisire una maggiore padronanza della propria voce o del proprio strumento.
Gli Sportivi.
Per eccellere in uno sport, è evidente che qualità atletiche complete sono necessarie e che vi è luogo di avere una conoscenza perfetta delle tecniche e delle regole della disciplina sportiva scelta.
Tuttavia, essendo tali condizioni adempiute a seguito dei differenti allenamenti specifici cui l’atleta è sottoposto, si constata che non è ancora sufficiente, ché occorre che quest’ultimo raggiunga, in più, un grado elevato di coscienza corporea, poiché tutti gli sport necessitano di un ingaggio completo dell’essere umano mediante la mediazione del corpo.
Al limite, non è nemmeno troppo forte affermare che il passo psicologico dovrebbe precedere l’approccio tecnico della disciplina considerata.
«Certi sport, o certe tecniche giungono a divenire un prolungamento del corpo, quali per esempio il tennis, la pelota basca, il biliardo… Il dialogo tra il corpo e la palla determina una conoscenza approfondita della postura, in una prospettiva d’approccio destinata a mobilizzare l’intelligenza in vista di giocare con l’oggetto. Si tratta di conoscere a fondo le proprietà cinetiche di un corpo e di sfruttarne tutte le possibilità, per soddisfare al meglio le esigenze di una regola imposta. Gli apprendimenti fanno appello al genio umano per lo stabilimento delle regole, da un lato; per la loro osservanza, dall’altro, in funzione dell’immagine del corpo di fronte all’oggetto».
È agevole concluderne che in una competizione sportiva, a tecnicità e forma fisica uguali, è colui che, rispetto all’altro, possiede una migliore immagine del corpo a riportare la vittoria.
Disponendo del campo conscio più ampio, è divenuto maestro di possibilità di concentrazione e di autocontrollo che rischiano di far difetto all’avversario.
L’Orecchio elettronico sviluppa o rinforza giustamente la lateralità destra e consente così un autocontrollo psico-motorio migliore e più rapido; esso aumenta la resistenza allo sforzo e accelera la facoltà di recupero; esso attenua il trac, o persino l’angoscia, e libera il soggetto degli impedimenta affettivi o viscerali, la comunicabilità e l’apertura del soggetto aumentano, donde una migliore integrazione in seno a una squadra…
I Soggetti esposti al rumore.
Per esempio, gli operai che lavorano in un’ambientazione rumorosa, gli ingegneri del suono, i musicisti o persino semplicemente i giovani che ascoltano un po’ troppo forte musica moderna (musica pop segnatamente; così, un’inchiesta svedese ha rivelato che nel 1970 i disturbi uditivi mediante aggressione sonora erano dieci volte più elevati presso gli adolescenti che nel 1956!).
Allorché si immerge un individuo nel rumore (120 dB, 130 dB), immediatamente, l’orecchio subisce un danno, e se non si solleva il soggetto, capo di un mese, la lesione diviene irreversibile. Ma occorre tuttavia precisare che se un’intensità di 120 dB è dolorosa, un’intensità di 80 dB basta talora per far apparire disturbi seri.
Del resto, l’intensità non è sola in causa; la durata di esposizione al rumore, la sua frequenza, il suo carattere più o meno inatteso, modificano l’importanza dei danni causati.
Alfred Tomatis ha constatato che allorché un operaio degli Arsenali, d’età matura, era affettato ai reattori, aveva generalmente seguito una progressione nella sua esposizione al rumore. Aveva avuto la fortuna di subire così una sorta di allenamento uditivo tale ch’egli si comportava da vero atleta nella propria difesa spontanea e automatica contro il rumore, vale a dire ch’egli aveva rinforzato e padroneggiato la muscolatura del proprio orecchio medio.
È esattamente ciò che l’Orecchio elettronico procura mediante la propria azione; esso può dunque aiutare un soggetto a lottare efficacemente contro l’aggressione sonora, e a proteggersene.
È tanto più importante in quanto l’azione del rumore può non soltanto avere ripercussioni sfavorevoli sull’audizione, ma anche sul funzionamento del cuore, sulla circolazione sanguigna, sul ritmo respiratorio, sul transito intestinale, sulla vita ormonale, sulla visione, sul sistema nervoso centrale, sulla memoria, sull’equilibrio intellettuale e mentale…
L’integrazione delle lingue moderne.
Un antico proverbio orientale afferma: «Se possiedi una lingua, hai una vita; ma se ne possiedi due, hai due vite».
Eterna saggezza degli Antichi. Non è oggi che li smentiremo, ché mai è stato così cruciale conoscere più lingue.
Ma non abbiamo tutti le medesime possibilità di fronte a tale problema che è l’integrazione di una lingua straniera, ché parlare una lingua è anzitutto adattare il proprio ascolto alle frequenze acustiche di tale lingua.
Così, il «dono delle lingue» non è tanto il dono di parlarle quanto quello di udirle.
Si rivela che esistono secondo le regioni del globo, differenti tipi d’audizione, differenti «orecchie» che corrispondono approssimativamente alle differenti lingue.
Ciascuna di esse si caratterizza con una banda di selettività, o «banda passante», particolare. L’orecchio francese, per esempio, gioca tra 1000 Hz e 2000 Hz mentre l’orecchio italiano s’iscrive tra 2000 Hz e 4000 Hz.
La banda passante del russo va dai suoni più gravi alle frequenze più acute, il che dà loro la facoltà d’apprendere facilmente molte lingue (ciò che si era del resto constatato da lungo tempo).
Al contrario, l’impossibilità di riprodurre efficacemente una lingua straniera non è generalmente che una forma di sordità.
Davanti a un’informazione sonora inabituale, l’orecchio cambia la propria postura d’ascolto per prenderne un’altra perfettamente definita, differente in tutti i punti da quella in cui l’aveva fissata la lingua materna. E può darsi che esso non sia capace di compiere tale lavoro d’accomodazione.
Felicemente, tutto non è perduto in tal caso. Grazie all’Orecchio elettronico, è possibile sbloccare l’orecchio carente al fine di creare artificialmente tale recettività che gli fa difetto. Tale apparecchio consente di restringere o di distendere a volontà la banda passante, e di dare così al soggetto l’orecchio inglese, spagnola.
Modificando l’audizione del soggetto, insegnandogli a udire in un altro modo da quello cui è abituato dalla propria lingua materna, si innesca un altro modo di parlare, un altro modo d’espressione caratteristico della lingua da studiare. Tale effetto audio-vocale comporta modificazioni che vertono sul timbro, sull’organizzazione dell’apparato fonatorio, sull’uso delle cavità risonanti, sul tono laringeo, sulla respirazione, sulla mimica, altrettante modificazioni che reagiscono a catena per accensione riflessa, estendendosi di prossimità in prossimità a tutta la struttura morfologica del soggetto, sino a consentirgli di esprimersi, di pensare, e persino di esistere attraverso tale lingua nuova.
L’Orecchio elettronico consente tale assimilazione in profondità. Ma prima di avviare l’apprendimento di una lingua straniera, è bene effettuare un bilancio uditivo ché se, per ogni sorta di ragioni, si rivela che si sia sordi, per esempio, alle frequenze superiori a 2000 Hz, è inutile voler apprendere l’inglese la cui banda passante è situata nettamente al di sopra. In tali condizioni, non sarà mai correttamente assimilato, occorre prima «aprire» l’orecchio.
I Managers.
Se vi è una categoria di uomini che deve riunire l’essenziale di ciò che è stato detto precedentemente, è proprio quella dei managers, degli alti quadri, dei «decisori», dei negoziatori.
Tali uomini hanno bisogno di tutte le qualità umane spinte nel loro sviluppo massimo, tanto al livello del fisico che del mentale; ma occorre loro soprattutto un macchinario nervoso impeccabile, flessibile, rapido nelle proprie risposte.
In una corticalità che invecchia, i processi nervosi si sclerosano, la memoria non integra più assai bene, la concentrazione si diluisce, le connessioni inedite si distanziano, poi spariscono.
Ora, ciò di cui abbiamo più bisogno, è di creatori che, soli, sapranno trovare le vie nuove che gli enormi problemi cui ci troviamo confrontati richiedono.
Abbiamo visto che l’Orecchio elettronico, mediante la propria azione diretta sulla corteccia, mediante tale apporto massiccio d’energia immediatamente utilizzabile, accende la coscienza e stimola la creatività.
È l’utensile di «risveglio» per eccellenza.
Inoltre, l’armonizzazione e la coerenza delle curve d’ascolto è uno degli elementi determinanti nella formazione di équipe stabili, ad alto rendimento, ché gli scambi vi sono numerosi, distesi e fecondi.
Conclusione.
L’orecchio appare dunque come un organo maggiore che svolge il ruolo di un trait d’union tra la coscienza e la persona, e tra quest’ultima e il suo ambiente.
Organo maggiore parimenti, nella costruzione e nella traduzione del pensiero, poiché esso ne assicura il cammino mediante una voce ben collocata, ben timbrata e armoniosamente modulata, che resta il fondamento di ogni comunicazione umana.
Liberato dalla presa del passato e da inibizioni antiche mediante un decondizionamento neuronico effettivo, l’essere partecipa interamente alle attività che gli danno la nozione di esistere, la sua percezione si è considerevolmente affinata, e la sua integrazione è tale che non avverte più soluzioni di continuità tra la sua corteccia e l’universo che lo circonda.
Il suo ancoraggio nel reale è solido, ed egli passa facilmente dall’ascolto del proprio «mondo interiore» all’ascolto del mondo in cui bagna, non aggrappandosi più a scale di valori sclerosate e superate. La sua plasticità e la sua capacità d’adattamento sono massime, sa rimettere continuamente in causa i valori antichi per apprenderne altri più veri, o più in accordo col tempo presente. Tali facoltà sono essenziali nel nostro mondo in perpetua evoluzione che esige rimesse in questione frequenti.
L’orecchio elettronico comporta una maturazione dell’essere rivolgendosi direttamente alle strutture cerebrali, e secondo un programma fondato sulle leggi medesime dello sviluppo dell’uomo.
Sembra necessario insistere sul fatto che l’orecchio elettronico non ha affatto per fine di condizionare artificialmente il soggetto. Esso non è una macchina per conformare le orecchie e i cervelli in funzione di un modello arbitrario. Esso è al contrario uno strumento suscettibile di aiutare l’individuo traumatizzato, frustrato, inadattato o bloccato da qualche incidente della propria storia, a ritrovare, attraverso la piena apertura, vale a dire la piena liberazione, delle proprie percezioni uditive, la libertà positiva della propria natura, la libertà attiva del proprio destino. Si tratta proprio di un processo liberatore che associa un decondizionamento preliminare a un ricondizionamento effettuato secondo norme ideali.
Il suo campo d’azione è dunque immenso, dal ritorno all’equilibrio di esseri umani assai perturbati, sino allo sviluppo estremo delle capacità di uomini che dispongono già di un buon equilibrio naturale.
A tal titolo, l’orecchio elettronico può essere utilizzato massicciamente per il riciclaggio degli adulti, per suscitare il risveglio della loro attività corticale sovente assopita, ché molti adulti restano, in fondo, dei «dislessici» che s’ignorano, sono distratti e il loro potere di concentrazione è debole, non hanno guari memoria, leggono in modo superficiale e mal integrato, portano i loro corpi come abiti mal aggiustati e fastidiosi, sono faticabili, senza tono, depressivi…
L’orecchio elettronico può, persino all’adulto di una certa età, rendere le sue possibilità complete d’adattamento, e fargli ritrovare la propria vitalità, il proprio desiderio di rinascere e di comunicare con nuovi ambienti sociali e professionali.