L'educazione del dislessico sotto Orecchio Elettronico
Capitolo tratto da Éducation et Dyslexie*, a cura del dott. Alfred A. Tomatis (Éditions ESF, collection «Science de l’Éducation»,* 1972*).*
L’Orecchio Elettronico
Tale apparecchio — che è alla base medesima delle tecniche che utilizziamo da numerosi anni — è un complesso elettronico che ha per scopo di aiutare l’orecchio ad acquisire la propria funzione di ascolto, di captatore di controllo e di induttore di lateralità: tre fattori che ho sovente evocato a proposito dell’immagine del bambino che evolve normalmente verso il linguaggio, quando è investito della funzione parlata — dunque del potere di auto-controllarsi e di lateralizzarsi.
Divenuto ora, se non d’uso corrente, perlomeno di utilizzazione frequente, l’Orecchio Elettronico consente di creare un condizionamento che obbliga l’orecchio ad acquisire la propria postura d’ascolto, mediante tensione timpanica grazie a una regolazione dei due muscoli della cassa del timpano — muscoli del martello e della staffa — che assicurano, mediante il gioco di adattamento d’impedenza, il passaggio del suono nell’orecchio interno, luogo in cui si fa l’analisi al livello del primo relè cellulare di decriptazione della codifica verbale.
Esso comprende in particolare due canali raggiunti da una bascula elettronica, che conduce il soggetto da un’audizione non accomodata a un’audizione perfettamente strutturata, al contempo che un altro gioco di porte elettroniche libera preferenzialmente il canale uditivo destro. Il che non vuol dire che il canale sinistro sia eliminato, come si potrebbe credere, ma significa semplicemente ch’esso non assicura la medesima funzione di vigilanza all’ascolto. L’insieme è completato da un microfono, da auricolari, da amplificatori che giocano sui due canali, e da una fonte sonora costituita il più sovente da un nastro magnetico registrato e montato su un magnetofono di grande qualità.
L’Orecchio Elettronico è un apparecchio al contempo semplice e complesso: semplice per colui che conosce un poco di elettronica, complesso per colui che la parola «elettronica» spaventa. In realtà, si tratta di un insieme di maneggio agevole, automatico in tutte le sue funzioni. Ma ciò che occorre sapere, è che in effetti non è e non resta che uno strumento, e che esige un programma che debba esservi integrato. In altri termini, ciò che è da apprendere dal pedagogo utilizzatore dell’Orecchio Elettronico è l’uso che ne può fare, tenendo conto delle differenti tappe psico-fisiologiche dello sviluppo dell’orecchio del bambino.
Il raddrizzamento della dislessia si fa secondo schemi identici che tengono conto di tali differenti tappe — esse stesse funzione dei problemi relazionali vissuti dal bambino nel corso della sua evoluzione: relazione anzitutto con la madre, poi incontro col padre, poi infine iniziazione alla vita sociale attraverso l’ambiente scolastico.
L’apertura diaframmatica dell’orecchio
L’orecchio del lattante non si apre subitamente al mondo sonoro aereo. Lo fa progressivamente, in più tappe — mediante adattamento puramente meccanico alla partenza, sembra, poi mediante maturazione del sistema nervoso in seguito.
Rammentiamo che durante la vita intrauterina, l’orecchio del feto è collegato essenzialmente sulle frequenze dell’ambiente liquido amniotico. Le tre parti dell’orecchio — esterno, medio e interno — sono dunque acusticamente adattate alle medesime frequenze, che sono praticamente quelle dell’acqua e che hanno sede in gran parte oltre 8000 Hz.
Alla nascita, si assiste a un vero parto sonico. I due primi piani dell’orecchio del lattante — l’orecchio esterno e l’orecchio medio — dovranno adattarsi alle impedenze dell’aria circostante, mentre il terzo piano che rappresenta l’orecchio interno conserva il proprio ambiente liquido. Ciò è assai importante.
I primi giorni dopo la nascita lasciano tuttavia il bambino in uno stato di transizione sul piano della propria vita sonica. In effetti, l’orecchio medio — e in particolare la tromba di Eustachio — conserva per 10 giorni del liquido amniotico. Sicché i due piani, orecchio medio e orecchio interno, restano accordati alle medesime frequenze, quelle dell’ambiente liquido — che, ci si ricordi, sono quelle delle stimolazioni elevate necessarie alla ricarica corticale e al tono generale.
Tale fenomeno assai importante potrebbe spiegare, da un lato, perché per 10 giorni dopo la propria nascita il lattante dia prova di un tono che perderà poi per più settimane nel corso delle quali il proprio orecchio dovrà adattarsi alle impedenze dell’aria; dall’altro, si comprende, alla luce di tali fatti, ciò che significa il notevole «segno del prenome» di André Thomas. Prima che il bambino abbia 10 giorni, lo si fa sedere su un tavolo (ciò che fa assai agevolmente grazie a tale tono iniziale), e si pronuncia il suo prenome. Egli non reagisce, finché non è sua madre a parlare. Ma quando questa si mette a pronunciare il suo prenome, il lattante dirige il proprio corpo verso di essa e cade dal suo lato. Tale è un fatto constatato in modo permanente.
È dire che il bambino ritrova immediatamente, grazie al proprio apparato uditivo ancora adattato alle impedenze dell’acqua, la relazione sonica che aveva con sua madre nel corso della propria vita intrauterina? Il fatto merita in ogni caso d’essere ritenuto.
L’ombra sonora
Dopo il decimo giorno, tutto si spegne, oserò dire. È la grande periodo d’ombra sonora che comincia. La tromba di Eustachio si vuota della propria sostanza liquida, il lattante perde la propria percezione degli acuti, non ode quasi più. Andrà a dover, per settimane — nel corso di un lungo apprendimento — cercare di aumentare il potere di accomodazione del proprio orecchio medio, al fine di ritrovare a poco a poco, attraverso l’aria circostante, il contatto che aveva un tempo con quella voce che lo cullava in fondo al proprio universo uterino quando era ancora nel grembo di sua madre.
Progressivamente, attorno a un asse che ha sede tra 300 e 800 Hz, il diaframma uditivo andrà ad aprirsi al mondo sonoro. Mentre gli «areu, areu!» si fabbricano poi i «mama, papa, dada», i fonemi integrati, ripetuti, scivoleranno verso le frequenze acute. Il bambino ritroverà così a poco a poco una tensione timpanica che gli consentirà di rivivere una percezione ch’egli ha conosciuto durante la sua vita sonora fetale.
Il dislessico è giustamente colui che, per ragioni affettive che lo hanno bloccato nella propria evoluzione, non ha potuto beneficiare di tale cammino ideale. Andremo dunque, grazie all’Orecchio Elettronico, a fargli percorrere il cammino che avrebbe dovuto seguire dalla propria concezione. Lo ritroveremo dunque nell’utero, assisteremo alla sua nascita nel mondo aereo, poi lo condurremo tutto naturalmente verso un linguaggio ben elaborato che gli consentirà allora di incontrare la lettera.
Programmazione della cura educativa
Tali differenti momenti formeranno dunque l’oggetto di una programmazione sonica che potrà inserirsi agevolmente in uno schema che comporta tre stadi distinti: i suoni filtrati, il performing e il training. Mi si voglia perdonare di impiegare così una terminologia che non ha valore che per l’uso che ne fanno gli utilizzatori dell’Orecchio Elettronico — ma è più pratico per la nostra dimostrazione utilizzare il vocabolario da lungo tempo assimilato dai nostri tecnici e dai nostri collaboratori in Francia e all’estero.
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Il periodo dei «suoni filtrati» consentirà una rivivescenza della vita intrauterina.
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Lo stadio seguente, chiamato «performing», stabilirà in presenza dell’educatore la comunicazione con il mondo esterno attraverso il linguaggio.
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Il «training», infine, lascerà il soggetto solo con sé stesso in un universo perfettamente auto-controllato.
Ritmo e durata
La cura educativa verterà su un trimestre nei casi benigni, un anno nei casi severi. Restano beninteso casi di specie che è impossibile dirigere nel tempo con precisione. Tuttavia, le norme che ho or ora enunciato si rivelano valide nella grande maggioranza dei casi.
La soluzione più favorevole consiste nel prevedere una seduta di mezz’ora ogni due giorni, ossia tre volte alla settimana. Essa non può essere applicata che per i bambini che abitano in prossimità del Centro equipaggiato di Orecchi Elettronici. Per coloro che risiedono più lontano (in periferia per esempio), è preferibile considerare di dispensare due sedute di mezz’ora due volte alla settimana. Infine, per i bambini che abitano assai lontano dal Centro, o all’estero, sono previste cure accelerate, intensive, in ragione di quattro sedute al giorno (due al mattino, due al pomeriggio) per periodi che vanno da una a quattro settimane; tale cadenza può essere sostenuta senza inconvenienti.
Qualunque sia la soluzione adottata, è assai importante vegliare a che il ritmo delle sedute sia osservato strettamente. Si tratta in effetti di un allenamento osteo-muscolare dell’orecchio che, per essere efficace, esige una regolarità nello sforzo. Anche è inutile far intraprendere a un dislessico una cura educativa se non gli si possono far seguire le sedute secondo il ritmo precisato alla partenza.
I suoni filtrati
Si chiamano «suoni filtrati» quelli che facciamo passare attraverso filtri elettronici in vista di realizzare un ascolto identico a quello che otterremmo attraverso strati d’acqua.
Grazie ai suoni filtrati, sollecitiamo per memorizzazione di un ascolto anticamente rivelato il risveglio del desiderio della relazione più arcaica: quella con la madre. È sicuramente nell’utero che occorre ricercarla.
I suoni filtrati si fanno in generale a partire dalla voce materna. Possono parimenti avere per base una modulazione musicale avente caratteristiche di cui parleremo ulteriormente.
La voce della madre è registrata per mezz’ora in condizioni che devono consentire, in vista del filtraggio, la conservazione delle frequenze acute. Anche la registrazione deve essere effettuata su un magnetofono di buona prestazione — semi-professionale di preferenza, lineare sino a 15000 Hz, a una velocità di 19 cm/s — e, beninteso, su un nastro magnetico di buona qualità.
Si chiede alla madre di leggere per mezz’ora un racconto che, a suo avviso, farebbe piacere al bambino. Quando la voce materna è troppo aggravata — ciò che accade frequentemente e spiega già in parte le difficoltà del bambino che, per incontrare sua madre, deve diaframmare il proprio ascolto su bande passanti troppo gravi — si effettua la registrazione attraverso l’Orecchio Elettronico al fine di conservare un fascio acuto in vista del lavoro in laboratorio. Questo consiste nel filtrare oltre 8000 Hz i suoni della voce materna e nel realizzare un montaggio sonoro che riproduce un ascolto attraverso strati liquidi che rammentano l’ambiente uterino.
Quando la voce della madre manca
Tale passo educativo in suoni filtrati conserva tutta la propria efficacia quando è realizzato a partire dalla voce della madre. Questa sembra in effetti sola capace di provocare con potenza la risposta specifica della relazione madre-bambino. Un’altra voce femminile dà risultati assai più aleatori.
Tuttavia, nei casi d’adozione che suscitano — lo si sa — tanti problemi affettivi, ci è capitato di registrare la voce adottiva e di provocare la rivivescenza sonora intrauterina a partire da tale voce. Abbiamo ottenuto sovente risultati sorprendenti che ci hanno consentito di far sparire in gran parte le tensioni e i blocchi esistenti tra la madre adottiva e il bambino adottato. Vi è qui, penso, un’apertura assai importante per una ricerca concernente il problema acuto dell’adozione.
Allorché il training materno in suoni filtrati non può essere realizzato — sia perché la madre non esiste più (decesso, divorzio), sia perché il condizionamento si fa in seno a una collettività (a scuola per esempio) — si procede allora a un training in musica filtrata. La scelta di quest’ultima è assai importante ché non tutte le musiche danno i medesimi risultati. Per esperienza, i temi musicali hanno tanto più efficacia in quanto sono ricchi di acuti e si avvicinano ai ritmi mozartiani o ai canti gregoriani.
Venti sedute
Il periodo dei suoni filtrati corrisponde a una ventina di sedute di mezz’ora durante le quali il bambino è invitato a disegnare, a giocare, a fare puzzle, a occuparsi in modo piuttosto ludico — senza grande attenzione da parte sua, al fine di non offrire resistenza a tale sorta di decondizionamento di cui beneficia a sua insaputa.
Sin dall’inizio delle sedute in suoni filtrati, il desiderio di ascoltare si manifesta generalmente in tutto il comportamento del bambino che si desta, si agita, vuole comunicare, è preso da un immenso desiderio di vivere e di esteriorizzarsi, come se tale memorizzazione psicanalitica sensoriale gli consentisse di ritrovare un passato ancora vergine di tutti i condizionamenti della vita.
Il parto sonico
Dopo tali venti sedute, effettuiamo ciò che chiamiamo il parto sonico — vale a dire il passaggio dell’audizione in ambiente acquatico all’audizione in ambiente aereo. Ciò si fa in generale nel corso di una seduta durante la quale la voce della madre è udita differentemente, il filtraggio che scende da 8000 a 100 Hz.
Quando tale nascita è realizzata, prepariamo il bambino a un nuovo modo di comunicazione sonica — attraverso strati d’aria questa volta — affinché egli possa ritrovare la relazione intima che aveva con sua madre nel corso degli ultimi mesi della sua vita fetale. Per alcune sedute soltanto, in uno scorciamento ontogenetico, utilizziamo la voce della madre tenendo conto del vissuto sonico del lattante dopo il 10° giorno della sua nascita. È dapprima un’opacità che percepisce, corrispondente al «buco» in cui è immerso quando l’orecchio medio si vuota del liquido amniotico e si riempie d’aria. Occorrerà allora cominciare il duro cammino che andrà a portare l’orecchio verso una nuova accomodazione. È così che a poco a poco la nebbia si attenua, una luce sonica spunta all’orizzonte, la voce materna si ritrova attraverso un’apertura diaframmatica che si amplifica ogni giorno.
Grazie all’elettronica, il bambino potrà così rivivere, o vivere, in due o tre sedute tale momento cruciale della propria esistenza umana nel corso del quale avrebbe dovuto nascere al mondo mediante la propria relazione materna. Dico ben «vivere» per tutti coloro che giustamente non hanno potuto ritrovare, al momento voluto, all’altra estremità della comunicazione, la voce di propria madre. Una messa in incubatrice per taluni prematuri, un’ospedalizzazione per certi altri la cui nascita ha comportato larghe difficoltà, l’assenza della madre per l’abbandonato, l’allontanamento di essa per altri in circostanze talora involontarie, inevitabili, impediscono tali ritrovi la cui carica affettiva resta l’elemento essenziale del desiderio di vivere.
Performing: l’incontro con l’altro
Dopo tali alcune sedute sotto Orecchio Elettronico — il cui regolamento resterà il medesimo di quello fissato durante il periodo dei suoni filtrati — andrà a cominciare la fase attiva, che condurrà il bambino verso un linguaggio sempre più elaborato. Abbandonando il monologo passivamente assorbito, dirigiamo il giovane prepost alla comunicazione verso la vita sociale.
La relazione materna, che sembrava a senso unico poiché emanante dalla madre soltanto, fa posto presso il bambino al desiderio di elaborare il dialogo. È allora che l’incontro con l’altro — l’altro dalla madre, di regola il padre — andrà a istituirsi attraverso una preparazione che deve condurre l’audizione del bambino verso un ascolto dei suoni acuti, controllati sempre più dall’orecchio destro.
Mentre certi fonemi ricchi di frequenze acute (ciò che chiamiamo le sibilanti troncate) sono indirizzati al bambino in vista di una ripetizione corretta sotto Orecchio Elettronico, la lateralizzazione uditiva destra si effettua in modo progressivo. La dominanza dell’orecchio destro andrà sempre più a precisarsi e a portare il bambino verso un ascolto solidamente auto-controllato da tale lato.
Tali sedute di sibilanti troncate, alternantesi con sedute di musica filtrata destinate a distendere il bambino e a rassicurarlo con un bagno sonoro che lo disangoscia, andranno a preparare l’incontro col padre — portatore del Verbo e significante della destra.
La voce paterna
A partire dalla 40a seduta può essere tentata l’iniezione della voce paterna. Insisto sulla parola «tentata»: ché non è troppo forte dire che la presentazione della voce del padre, per taluni bambini, significa l’incontro con l’orso o l’orco della leggenda, con l’indesiderabile, con l’avversario. Anche le sedute di voce paterna rischiano talora di terminare male. Si assiste a reazioni aggressive assai spettacolari: il bambino si mette in collera, a piangere, gli auricolari volano all’altra estremità della stanza. L’educatrice deve allora intervenire per calmare il giovane candidato. Termina la seduta con musica filtrata che lo distende e lo calma.
È appassionante vedere quanto l’iniezione della voce paterna sia uno dei rivelatori più straordinariamente esplosivi. Il suo valore informazionale è considerevole. Esso riflette l’immagine che il bambino si fa di suo padre. È assai significativa, in particolare presso il bambino mancino che — per definizione — è colui che rifiuta la destra, il padre, il Verbo. Confortevolmente installato nella propria relazione unica con la madre, il bambino rigetta deliberatamente la voce del padre, quel trait d’union con l’ambiente, quella rampa di lancio verso l’esterno che deve portarlo verso una liberazione che rifiuta.
Le contro-reazioni fonatorie
Si tratta dunque, in tale secondo tempo che è quello del performing e che succede al periodo dei suoni filtrati, di trascinare il bambino a entrare in relazione verbale con il proprio ambiente e di acquisire di conseguenza un ascolto di buona qualità, interamente auto-controllato. La partecipazione del soggetto è richiesta nel corso di tale seconda fase, poiché il bambino dovrà ripetere ciò che avrà udito.
Le contro-reazioni fonatorie al livello delle ripetizioni che dovrà fare durante i «bianchi sonori» faranno intervenire numerosi parametri:
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a) le prime, audio-vocali, avranno per scopo di regolare l’intensità;
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b) le altre, audio-foniche, giugulreanno il timbro;
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c) lo stadio seguente farà intervenire il sistema audio-fonetico;
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d) mentre in un’altra tappa, la regolazione audio-fonematica prenderà il passo;
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e) infine, in un ultimo tempo, l’integrazione sarà assicurata quando il controllo audio-psico-fonologico sarà acquisito, consentendo così alla struttura psicolinguistica di elaborarsi.
Ciò che, in altri termini meno dotti, vuol dire che il bambino sarà obbligato a parlare abbastanza forte per essere udito tanto dagli altri che da sé stesso; che deve veder schiudersi il proprio timbro, firma della propria personalità nascente; conoscere lo scorrere del proprio ritmo, traduzione della propria cadenza neuronica che si programma e della propria lateralità che si cristallizza; infine immagazzinare il capitale verbale sino all’utilizzazione controllata dalla coscienza dell’informazione esteriore.
Training: incontrarsi sé stessi
Tale tappa varcata, è al «Training» che chiediamo di perfezionare ciò che è stato intrapreso. Lo scopo essenziale ricercato nel corso di tale periodo è determinare una presa di coscienza più rinforzata degli auto-controlli necessari alla buona esecuzione dell’atto parlato — quello che sbocca allora nella padronanza assoluta della verbalizzazione del pensiero, e che deve portare il bambino a incontrare sé stesso.
Mentre lo stadio precedente lo lasciava atto a incontrare l’altro, a meglio accettarsi, a praticare in certo modo un transfert su di lui, è a trovare sé stesso, ad accettarsi, che desideriamo in tale terza tappa condurre il dislessico. È dopo una proiezione sull’altro che sollecitiamo presso il soggetto un transfert su sé stesso. Sin dall’istante in cui si scopre come parte integrante di un tutto, il lavoro è terminato. L’insegnante può allora istruire tale testa ben pronta a lasciarsi riempire, senza timore di vedere deformarsi il materiale sonoro ch’egli vuole trasmettere.
Tale ultima fase della cura educativa — che si situa in generale a partire dalla 60a seduta — esigerà dunque dal bambino una partecipazione ancora più attiva. È a tale momento soltanto che gli si potrà chiedere di leggere sotto Orecchio Elettronico, di leggersi in certo modo, di parlarsi, di incontrarsi. Grazie agli auto-controlli che avrà acquisito, potrà allora decodificare facilmente e manipolare il linguaggio scritto con il quale potrà ormai giocoliere.
Durante tale periodo, è evidente che la regolazione dell’Orecchio Elettronico dovrà far intervenire principalmente il controllo da parte dell’orecchio destro, che resta l’orecchio all’ascolto del linguaggio nella propria forma posturale la più idealmente adattata. Il che non significa che la sinistra sia abbandonata, trascurata. Essa svolge soltanto un ruolo differente, non intervenendo nelle funzioni attive di controllo del linguaggio.
Leggere ad alta voce
Sarà tuttavia chiesto al bambino — per consolidare i risultati acquisiti — di allenarsi quotidianamente a leggere e a imparare le proprie lezioni a voce alta, informando il proprio corpo destro, rivolgendosi alla propria mano destra. È veramente deplorevole che si sia perduta tale abitudine di leggere ad alta e intelligibile voce, tanto è vero che è lì il modo — il più arcaico senza dubbio, ma anche il più neuro-fisiologico — che consente di integrare l’informazione apportando al contempo alla corteccia l’energia necessaria a tale integrazione.
Ciascun bambino e ciascun adulto dovrebbero potersi esercitare per almeno mezz’ora e sino a quattro ore al giorno a leggere ad alta voce, per far intervenire i circuiti che — attraverso il canale dell’orecchio destro — assicurano la vera memorizzazione delle conoscenze acquisite. Ciò che è stato appreso ad alta voce non si dimentica mai. Un tale processo è forse più lungo di quello che interviene nella lettura degli occhi, ma quanto più efficace. Non sarebbe più giudizioso imparare meno, ma imparare bene?
Risultati ottenuti
Nella progressione della cura educativa, le modificazioni più notevoli vertono sulla voce che si timbra, si modula; su una migliore intelligibilità del discorso grazie a un controllo meglio assicurato.
La lateralità si cristallizza a destra — anche presso il mancino più recalcitrante — testimoniando della dominanza uditiva destra. La mobilità del volto accentua l’asimmetria mediante una maggiore attività motoria da tale lato. Le sincinesi anteriormente segnalate nel bilancio iniziale spariscono; alcuni movimenti sussistono tuttavia al livello della pinza pollice-indice destri.
I risultati ottenuti per altro verso, a seguito di tali differenti prese di coscienza audio-vocali, si manifestano in particolare con:
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una maggiore stabilità di comportamento;
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una perdita dell’aggressività;
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un sonno più calmo, più profondo, senza incubi;
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una normalizzazione dell’appetito;
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l’apparizione di un’euforia sin allora sconosciuta.
Il bambino diviene gioioso, felice di vivere. Liberato di tutti i propri impedimenta, partecipa interamente alle attività che gli danno la nozione di esistere.
Sul piano dell’espressione, si rileva pure una maggiore padronanza delle idee che comporta un miglioramento delle prestazioni di redazione. La recitazione dei testi — prosa e poesia — si fa con agevolezza. La pagella scolastica rivela buoni voti in storia, geografia, scienze naturali. Le nozioni temporo-spaziali che si introducono parallelamente alla cristallizzazione della lateralità destra spiegano l’enorme progresso realizzato dal bambino nel campo del calcolo e delle matematiche.
Ecco dunque insomma un bilancio ben positivo che — pur liberando il bambino del proprio pesante fardello — euforizza al contempo l’ambiente, modifica la struttura familiare, sopprime l’angoscia collettiva, calma il focolare.
Iniziazione parentale
È bene tuttavia chiedere ai genitori — per i quali i soli criteri validi di riuscita sono i risultati scolastici — di dar prova di comprensione e di pazienza per tutta la cura educativa. Anche sarà necessario informarli di tutte le reazioni, talora vive e sovente inattese, che può avere il bambino durante gli alcuni mesi che devono liberarlo della propria dislessia.
Dal lato della madre
Tale iniziazione parentale si rivolgerà dapprima alla madre, che dovrà accettare nel corso del primo periodo — quello dei suoni filtrati — gli assalti del bambino che si faranno ora in modo troppo affettuoso (perché dinamizzati da un rinforzo della coppia madre-bambino), ora in modo aggressivo, vendicativo, sembrando il bambino voler liquidare un passato di cui rende la madre sola responsabile.
Questa dovrà dunque lasciar passare con calma tale periodo critico durante il quale si stabilirà un duo d’amore straordinario, intercalato da scene sovente violente, donde sorgerà l’equilibrio sino allora insospettato. L’atteggiamento che le consigliamo è di sopportare col sorriso tale momento alquanto sgradevole, senza reagire alle repliche e alle stuzzicature ripetute del bambino. Ogni intervento troppo brutale bloccerebbe in effetti, per gran parte, l’evoluzione della cura con nuovi ripiegamenti del bambino colpevolizzato.
Dal lato del padre
Un’informazione presso il padre sarà poi necessaria per metterlo al corrente dei problemi relazionali e dei loro riverberi nella costellazione familiare. Occorrerà parimenti fargli prendere coscienza dell’aiuto considerevole ch’egli sarà in grado di apportare accettando quel ponte linguistico che è il dialogo. L’incontro del bambino con suo padre resta un elemento essenziale della comunicazione sociale. È difficile da realizzare. Esige, da parte del padre, una grande disponibilità, un’apertura, una larga comprensione del psichismo del bambino.
Una parola all’insegnante
Mi capita sovente, su richiesta della famiglia, di prendere contatto con l’insegnante per tenerlo al corrente delle modificazioni che rischiano di sorgere nel proprio allievo, e di sollecitare da parte sua qualche pazienza raddoppiata di indulgenza — segnatamente quando si tratta di un mancino che rischia di trovarsi, per alcuni giorni, in disequilibrio rispetto alla propria lateralità. Il passaggio a destra può comportare in effetti, sul piano della scrittura, difficoltà passeggere nel ritmo (il bambino scrive allora più lentamente degli altri) e nell’apprendimento grafico.
Verso un rilevamento precoce
Le tecniche di educazione audio-vocale che abbiamo or ora studiato sembrano dunque apportare una soluzione assai positiva al raddrizzamento delle carenze pedagogiche e psico-pedagogiche. Esse non sono beninteso che una tappa, che un trampolino per altre ricerche — ma esse conservano, in seno a un problema la cui urgenza non può sfuggire né ai genitori né agli insegnanti, un valore certo per l’efficacia che presentano.
La necessità di venire in aiuto ai bambini in difficoltà scolastica è tanto più imperativa in quanto la dislessia guadagna quotidianamente terreno, tenuto conto delle strutture familiari e sociali che si installano nell’ambito della vita moderna. Gli incontri divengono sempre più rari — sovente persino impossibili — che mettono in presenza il padre e il figlio. La madre lascia sempre più le proprie attività inerenti al focolare per un lavoro professionale esterno. Il bambino è affidato a un terzo sin dai primi mesi della sua vita. L’interpretazione di tali abbandoni giornalieri che avverte il lattante, o il giovanissimo bambino, non ha nulla di paragonabile con ciò che l’adulto finisce con accettare per necessità.
Ciò che è da auspicare, è che si sia ormai più avvertiti della presenza di tale mancanza, che la si sappia ricercare, che la si possa rilevare — non soltanto nel corso della scolarità, ma meglio ancora prima di essa, presso il bambino non ancora introdotto nel ciclo dell’insegnamento, in materna per esempio, che mi pare essere il luogo d’elezione del rilevamento e della correzione da apportare.
Ogni bambino che parla male o che non parla, che si esprime con difficoltà, che presenta disturbi di lateralità, che sembra distratto, tra le nuvole, che non può fissare la propria attenzione, che segna deficienze temporo-spaziali, ecc. — dovrebbe essere rilevato prima ancora che le difficoltà davanti alla lettera appaiano come elemento rivelatore. Tutto il corteo dei segni della dislessia è già installato, e il bilancio che consente di verificarlo non si riferisce, lo si è visto, in alcun momento alla lettura.
È più agevole, beninteso, aiutare un dislessico prescolare che intraprendere di educare un bambino pervenuto al livello di studi secondari. La cura sarà tanto più rapida in quanto il bambino sarà più giovane e in quanto non avrà accumulato i guai di una scolarità mal avviata.
Non è nemmeno vietato sperare che tali tecniche possano essere prossimamente messe a disposizione dei pedagogi, perché sia effettuato sul posto, in seno medesimo alla scuola, il raddrizzamento delle carenze che presenta il bambino sul piano dell’integrazione. In Francia e all’estero, numerose scuole applicano ormai tali metodi che consentono di far sparire in qualche mese tale svantaggio «dislessia» di cui si conoscono ora le conseguenze drammatiche per l’avvenire del bambino.
— Prof. Alfred A. Tomatis. Capitolo tratto da Éducation et Dyslexie*, Éditions ESF, collection «Science de l’Éducation», 1972.*