Come precisa il titolo, il presente volume non ha la pretesa di esporre tutte le risultanti dell’Effetto Tomatis. Soltanto le conseguenze relative all’integrazione delle lingue moderne saranno qui evocate.

Per le applicazioni la cui importanza si rivela sempre più considerevole nel campo della psicopedagogia, è consigliato di consultare in fondo la bibliografia.

Léna TOMATIS, Parigi 1965

Introduzione

La necessità sempre più vivamente sentita a scala internazionale dell’apprendimento delle lingue straniere ha suscitato il fiorire di un assai gran numero di sistemi, pressoché tutti qualificati più o meno enfaticamente di audiovisivi.

Si è immediatamente colpiti, all’esame di tali «metodi miracolosi», dalla carenza di tali sistemi di cui molti non si poggiano su alcuna base scientifica, ignorando le leggi elementari della psicofisiologia del linguaggio e più specialmente le relazioni che esistono tra l’audizione e la fonazione, vale a dire tra le possibilità di udire una lingua e quelle di riprodurla.

Si sono troppo a lungo affrontate le lingue moderne come lingue morte facendo salmodiare parole talora sparite dalla lingua parlata e distribuendo a getto regole di grammatica antiquate.

Dall’ultima guerra, a seguito dello sviluppo straordinario delle facilità di comunicazione, lo slancio del turismo e del commercio internazionale ha generalizzato il bisogno di rivolgersi ad altri popoli in modo agevole e diretto. Sono allora nati i metodi detti «audiovisivi». Ma questi sono stati troppo sovente soltanto la trasposizione parlata o visualizzata di un sistema d’insegnamento antico.

È tempo ora di passare alla velocità superiore utilizzando le ultime scoperte della relazione audizione-fonazione e oltrepassando la nozione di apprendere una lingua per giungere allo stadio dell’integrazione di tale lingua, atto assai più completo e paradossalmente assai più agevole.

Il ruolo primordiale che svolge l’orecchio all’atto dell’apprendimento linguistico — sia che si tratti della lingua materna o di una lingua straniera — non saprebbe sfuggire a tutti coloro che si interessano al problema dell’integrazione verbale. Non si può ignorare in effetti oggi che la grande porta aperta sul linguaggio è l’orecchio. Si apprende una lingua moderna udendola e udendola correttamente.

La chiave di tale apprendimento consiste dunque nell’assicurare all’allievo un’audizione di qualità. Per ciò medesimo, l’udibilità della lingua studiata diviene più efficiente, essendo allora tutte le sfumature acustiche di tale idioma costantemente percepite. È dunque necessario conoscere da un lato le possibilità uditive del soggetto e di consentirgli dall’altro di entrare nell’universo sonoro dell’insieme etnico di cui desidera padroneggiare il linguaggio.

Non sapremmo troppo insistere su tale punto. Non serve a nulla far apprendere una lingua a un soggetto che non la ode o che la ode confusamente. I più bei laboratori di lingue restano inefficaci quando non tengono conto di tale fattore essenziale. Ecco perché parleremo nel corso di tale volume assai più di integrare che di apprendere. Tale differenza è per noi del tutto primordiale.

Gli apparecchi detti «Orecchi elettronici a Effetto Tomatis» consentono all’allievo di udire alla maniera di un Inglese per esempio, o di un Tedesco o di un Slavo e di conseguenza, secondo le leggi di Tomatis che studieremo nel corso di tale volume, di parlare, di riprodurre correttamente la lingua studiata.

Lo scopo di tale opuscolo non è di preconizzare un metodo piuttosto di un altro, ma semplicemente di cercare di stabilire i principi essenziali che devono obbligatoriamente reggere ogni studio serio di una lingua moderna.

Le leggi che sono alla base di tale presentazione saranno evocate nel loro contesto generale e nella loro applicazione tutta particolare all’insegnamento delle lingue moderne. Esse metteranno in luce il ruolo primordiale dell’orecchio nell’acquisizione verbale, ciò che ha fatto dire a Tomatis sotto una formula lapidaria: «Si parla con il proprio orecchio».

Così, in una prima parte, esamineremo i principi della relazione «audizione-fonazione». Il nostro secondo capitolo studierà come tali leggi possano applicarsi all’integrazione di una lingua moderna. Il capitolo III determinerà le «curve d’inviluppo» di alcune lingue europee visualizzando così le principali differenze che esistono tra tali idiomi. Il quarto capitolo sarà dedicato alla descrizione e al funzionamento dell’Orecchio elettronico.

Gli ultimi tre capitoli tratteranno soprattutto dell’impiego di tali nuovi apparecchi nei metodi attuali e delle condizioni preliminari di tale impiego (test audio-vocale).

La nostra conclusione cercherà di determinare assai brevemente ciò che l’integrazione di una lingua può apportare sul piano psicologico.

I - Le leggi di Tomatis

È nell’esercizio della Medicina del Lavoro che il dottor Tomatis è stato condotto a emettere ipotesi che ormai portano il nome di «Leggi di Tomatis» e concernono i rapporti esistenti tra l’audizione e la fonazione. Tali scoperte d’importanza considerevole hanno consentito di considerare la modificazione di entrambe tali due funzioni essenziali, in una larga prospettiva terapeutica e pedagogica.

Prima legge

Esaminando operai colpiti da sordità professionale a seguito di lunghi soggiorni presso macchine rumorose, il dottor Tomatis ha potuto osservare che i traumatismi dell’orecchio erano sempre accompagnati da una carenza vocale. Egli si è allora domandato se l’audizione difettosa non fosse la causa dell’alterazione della voce.

Un’analisi più fine dei meccanismi che avevano determinato una diminuzione sensibile della percezione uditiva nei confronti di certe frequenze gli ha consentito di constatare che le frequenze non integrate dall’orecchio erano giustamente quelle che erano assenti dallo spettro vocale del soggetto. Era la prima scoperta fondamentale, la prima legge di Tomatis enunciata nel modo seguente.

«La voce non contiene se non ciò che l’orecchio ode» o, in un linguaggio più specifico, «la laringe non emette se non le armoniche che l’orecchio può udire».

È a tale curioso e interessante fenomeno che Raoul Husson, notevole specialista della psicofisiologia della voce, ha dato il nome di Effetto Tomatis in una comunicazione all’Académie des Sciences in data del 25 marzo 1957 (1).

Sotto l’impulso del sig. professor Monnier, R. Husson ha potuto verificare al Laboratoire de Physiologie della Sorbonne il fatto segnalato da Tomatis nel 1952 (2) poi nel 1954 (3) ed esprimerlo così:

«Se un soggetto emette una vocale tenuta in un microfono la cui tensione passa in un sistema di filtri che ne sopprima una banda di frequenze prima del suo ritorno negli auricolari posti sulle orecchie, la banda soppressa sparisce dallo spettro della vocale emessa dal soggetto. Parimenti, presso ogni soggetto che presenta uno scotoma uditivo, le armoniche comprese nell’isolotto uditivo colpito sono assenti nella voce del soggetto.»

Raoul Husson, in una comunicazione all’Académie Nationale de Médecine in seduta del 4 giugno 1957, ha ripreso tale studio, sotto il titolo «Modificazioni fonatorie d’origine uditiva e applicazioni fisiologiche e cliniche». (4)

Tale prima legge di Tomatis mette dunque in luce il parallelismo afferrante che esiste tra le curve d’audizione e le curve d’emissione vocale dei soggetti lesi naturalmente o sperimentalmente.

Seconda legge

La seconda legge di Tomatis è in realtà il corollario della prima. Essa si enuncia così:

«Se si rende all’Orecchio leso la possibilità di udire correttamente le frequenze perse o compromesse, esse sono istantaneamente e inconsciamente restituite nell’emissione vocale.»

Il paragone delle curve d’emissione prima e dopo l’applicazione dell’apparecchio a «Effetto Tomatis» — avendo questo per ruolo di ristabilire l’audizione nelle zone di frequenze lese — consente di dimostrare agevolmente il recupero concomitante dello schema corporeo vocale.

Raoul Husson, nella sua comunicazione del 4 giugno 1957 all’Académie Nationale de Médecine, segnala tale seconda legge in quanto «conseguenza di fisiologia e di fisiopatologia fonatoria dell’Effetto Tomatis».

Egli precisa in particolare che l’apporto eccitotonico risultante da stimolazioni uditive della banda 2500-3000 hertz consente al soggetto di recuperare il suo schema corporeo vocale abituale.

Terza legge

La terza legge di Tomatis, detta «legge di rimanenza», mette in luce la possibilità di un condizionamento dell’auto-ascolto che comporta, per riflessoterapia educativa, la modificazione della fonazione.

La si può enunciare così:

«La stimolazione uditiva intrattenuta per un tempo determinato modifica, mediante fenomeno di rimanenza, la postura di auto-ascolto del soggetto, e per via di conseguenza, la sua fonazione».

Da un lato il funzionamento dell’orecchio mette in azione i muscoli modificatori della posizione osteo-muscolare dell’orecchio medio. Il sistema fonatorio agisce, dall’altro, sotto l’effetto di tutta una serie di muscoli che comandano la laringe, la cavità buccale, la lingua e le labbra. Tali muscoli dell’audizione e della fonazione sono essi stessi comandati da un dispositivo di innervazione che appartiene al medesimo regno neuronico. Presso l’adulto, tale insieme neuro-muscolare è perfettamente rodato per l’audizione etnica corrispondente alla sua lingua materna. Per contro, se si modifica tale audizione, introducendo nel circuito di autocontrollo un’«Orecchia elettronica» accordata su un altro modo di parlare, su una lingua straniera per esempio, è tutto il circuito neuro-muscolare del soggetto a mettersi a lavorare su tale ritmo straniero, ed è così che si crea a poco a poco una rimanenza per memorizzazione cerebrale di tale nuova attività e per allenamento muscolare.

Tale terza legge trova un’ampia applicazione nel campo dell’integrazione accelerata delle lingue moderne. Essa fa appello al condizionamento dell’auto-ascolto necessario all’apprendimento di una lingua moderna, in tutti i suoi parametri fonetici e semantici.

Lateralizzazione uditiva

Una delle scoperte fondamentali di Tomatis è consistita nel mettere in luce la preponderanza di un’orecchia sull’altra nei processi d’integrazione del linguaggio. Egli ha potuto così definire il ruolo primordiale che svolge l’Orecchio direttore nella mira del suono, nel controllo della catena parlata (5).

La teoria sulla lateralizzazione uditiva da lui emessa sin dal 1951 e verificata da una lunga sperimentazione costituisce uno dei fondamenti essenziali dell’apprendimento linguistico, sia che si tratti della lingua materna o di una lingua straniera.

Proseguendo le sue ricerche in tale via, Tomatis ha potuto dimostrare in seguito che la regolazione del linguaggio si faceva unicamente mediante l’orecchio destro (6), detenendo questo sempre il ruolo di orecchio direttore per il controllo dei differenti parametri del linguaggio: intensità, timbro, intonazione, inflessione, semantica.

Si tratta di un apporto considerevole nel campo dell’integrazione di una lingua.

Selettività uditiva

Citiamo infine la selettività uditiva che introduce la nozione di qualità, di analisi, di finezza uditiva all’interno delle bande passanti specifiche di ciascuna lingua.

Tomatis, dopo aver constatato che «se è vero che un individuo non riproduce più i suoni che non ode più, non riproduce per ciò tutti quelli che ode», ha emesso sin dal 1954 (7) l’ipotesi dell’esistenza di una certa facoltà dell’orecchio di percepire una variazione di frequenza all’interno dello spettro sonoro e di situare il senso di tale variazione.

Egli ha potuto pure dimostrare, in un processo di ricerca divenuto classico, mediante l’analisi delle curve d’inviluppo degli spettri acustici di ciascuna lingua, che le differenti orecchie etniche (8) hanno bande di selettività assai differenti, in cui si agglutinano le affinità frequenziali proprie a ciascuna di esse.

È così per esempio che l’orecchio italiano inscrive la propria selettività tra 2000 e 4000 hertz mentre l’orecchio francese dispone di una selettività situata tra 1000 e 2000 hertz.

I Russi per contro beneficiano di una banda passante assai distesa che va dai suoni più gravi ai suoni più acuti. Avremo a riprendere tale questione nel capitolo III, in occasione dello studio delle curve d’inviluppo di ciascuna lingua.

Le differenti leggi e teorie di Tomatis che abbiamo or ora brevemente evocato e che presuppongono un vero condizionamento dell’emissione vocale mediante l’audizione sono utilizzate da numerosi anni in altri campi, in particolare per il trattamento di diverse affezioni quali:

I disturbi della fonazione e della voce parlata e cantata:

  • Disturbi del timbro: afonia, disfonia

  • disturbi dell’articolazione: zezeo, sibilazione, schlintamento

  • disturbi del ritmo: dislalia, intoppo, blocco, balbuzie.

I disturbi del linguaggio parlato e scritto:

  • Ritardo di linguaggio, assenza di linguaggio

  • dislessia

  • disortografia

I disturbi dell’espressione e del comportamento

I disturbi d’integrazione scolastica

I disturbi dell’audizione:

  • Sordità professionale

  • sordità psichica.

Tale opuscolo, ci teniamo a rammentarlo, non ha la pretesa di studiare tutte le applicazioni dell’Effetto Tomatis, ma soltanto di far conoscere l’utilizzazione di tali leggi nel campo dell’integrazione delle lingue moderne. Limiteremo dunque il nostro proposito mostrando come, in aggiunta e non in concorrenza con i metodi classici d’insegnamento delle lingue, l’Effetto Tomatis, mediante il canale di un apparecchio chiamato «Orecchio elettronico», consenta una migliore integrazione delle lingue straniere suscitando un’acquisizione rapida di ciò che si è chiamato l’orecchio etnico.

Gli esercizi fonetici effettuati per mezzo dell’apparecchio a Effetto Tomatis assicurano un condizionamento dell’orecchio tale che esso conduce il soggetto a udire correttamente e a pronunciare con un’intonazione esatta i fonemi stranieri.

Grazie a tale allenamento, lo studente prende spontaneamente la postura fonetica e, per via di conseguenza, psicologica, necessaria all’apprendimento della lingua che desidera acquisire, e ciò, qualunque sia il metodo impiegato.

II - L’integrazione delle lingue e l’effetto Tomatis

E anzitutto, cos’è integrare una lingua? Integrare una lingua è essere atti a restituirla «ad integrum». Non si tratta, lo si concepisce, di riprodurne soltanto la lettera, ma anche lo spirito. In altri termini, possedere una lingua che si decide di assorbire è usarne sino al punto di esistere attraverso di essa. Ché una lingua viva non è, come si è creduto per lungo tempo, un assemblaggio di parole secondo regole, bensì una combinazione di segnali, di gruppi di suoni destinati a comunicare ad altri i pensieri, i sentimenti e le volontà di ciascuno.

Una lingua, per essere significante, vale a dire compresa da colui o coloro con cui si vuole comunicare, non può utilizzare che segni che rinviano alle realtà che designano. E al grammatico il più cortese e il più amabile del mondo che si rivolge a noi in un linguaggio tanto castigato quanto incomprensibile, diremo, come Pantagruel a Panurge: «Amico mio, non ho dubbio alcuno che voi sappiate ben parlare diverse lingue, ma diteci ciò che vorrete in qualche lingua che possiamo intendere».

Tali segnali, per essere compresi e integrati immediatamente, senza sforzo, senza analisi, senza decomposizione, devono essere anzitutto uditi correttamente. Ma occorre anche che l’allievo sia in grado di riprodurli, di pronunciarli con la più grande esattezza sul piano dei suoni, dei ritmi, del timbro e dell’articolazione.

Parimenti che il pianista deve esercitarsi a riprodurre un tratto musicale globalmente, automaticamente, come un tutto che non si decompone più, parimenti lo studente in lingua moderna deve pervenire a udire e a riprodurre globalmente e inconsciamente, senza analizzarli o decomporli, con il loro ritmo e le loro intonazioni, i gruppi sonori che gli sono all’inizio estranei e sovente in opposizione con i propri riflessi linguistici.

Si tratta qui, lo si sospetta, di un processo ideale d’integrazione, raramente raggiunto d’emblée se non presso i soggetti dotati di un orecchio particolarmente adattato, aperto alle differenti frequenze della lingua da studiare. Ma nella maggior parte dei casi, l’esperienza linguistica offre sin dalla partenza tali difficoltà che la cosa più semplice in apparenza che è l’apprendimento di una lingua diviene una vera avventura. Ostacoli d’ogni sorta si ergono, insormontabili, e del sogno iniziale intrattenuto in fondo all’essere, non resta che un segreto desiderio evanescente di comunicare, che si attenua a poco a poco dinanzi alla molteplicità degli sforzi sempre vani.

Per molti allievi, il babelismo sorge così, confinandoli irrimediabilmente nel recinto invarcabile della propria lingua materna, mentre emergono da tale gran marea alcuni eletti dotati di possibilità eccezionali che consentono loro di evolvere a piacere nel linguaggio degli altri. Come se una misteriosa facoltà sciogliesse loro la lingua.

Tuttavia, a tutto ben considerare, apprendere una lingua straniera dovrebbe essere cosa facile, e l’entusiasmo del bambino, all’atto del suo ingresso in sesta, mentre andrà finalmente a immergersi nello studio di un’altra lingua dalla propria, mostra quante buone volontà sono mobilizzate sin dalla partenza. Ahimè! quante delusioni, che resteranno il più sovente l’appannaggio dello studio delle lingue!

Donde viene dunque tale rottura che fa volatilizzare in poche settimane la dolce speranza della scoperta linguistica? L’intelligenza non è da invocare. Parrebbe assurdo esserne sprovvisti essenzialmente per una materia quale quella delle lingue moderne. Essa verrà, certo, in soccorso dello sventurato allievo che tenterà disperatamente di accumulare attraverso una nebbia spessa, inestricabile, i rudimenti necessari all’ottenimento a fine scolarità di un voto limite, non eliminatorio, sovente compensato dai successi in altre materie. Per saturazione, per osmosi, alcuni frammenti passeranno in un’atmosfera di costrizione e di fallimento.

Ma cosa resterà all’uscire da tale iniziazione? Un incubo, un’indicibile ripugnanza raddoppiata da una cattiva coscienza d’aver mancato qualche insegnamento prezioso e una segreta apprensione d’essere obbligato a tornarvi più tardi.

Anche pare opportuno riconsiderare il problema dell’apprendimento delle lingue moderne cercando di elucidare ciò che può essere l’integrazione, l’informazione verbalizzata, nel senso più generale. Sia che si riferisca a una lingua materna o a una lingua straniera, il processo del meccanismo in profondità resta in effetti il medesimo.

Non vi è più dubbio che una lingua moderna vede la propria integrazione farsi mediante l’orecchio. Tale acquisizione uditiva, sebbene aiutata dal testo e dall’immagine, è essenziale e primordiale. È udendola che si apprende una lingua e udendola correttamente.

Ma cosa vuol dire udire correttamente? Non si è sordi, sembra, perché si è inatti ad apprendere l’inglese. Tuttavia, occorre ben rassegnarsi ad ammettere che, in tal caso, si è sordi elettivamente all’inglese.

Per comprendere tale nozione nuova che può sembrare sconcertante di primo acchito, è bene ricordarsi che l’orecchio non è stato condizionato che secondariamente al linguaggio. «Il linguaggio è apparso come l’ultimo stadio di una trascendente adattazione che ha saputo condizionare a fini acustici un insieme neuro-muscolare destinato alla deglutizione e alla respirazione» (9).

Le possibilità acustiche dell’ambiente hanno consentito all’uomo di maneggiare con finezza e agilità la gamma sonora propria della propria lingua. Ma quale mondo acustico differente da quello di un’altra lingua!

Non vi è tanto tempo, l’autore di un articolo intitolato «Dei Cinesi a Parigi» faceva stato della necessità di una correzione uditiva «su misura» per i Cinesi particolarmente refrattari al francese. Egli dava per ragione di tale necessità «che a forza di udire esclusivamente i suoni propri alla nostra lingua materna, non soltanto il nostro orecchio, ma i centri uditivi del nostro cervello sono condizionati».

Tale proposizione, senza dubbio esatta, richiede alcune spiegazioni: essendo il nostro sistema uditivo condizionato dall’ambiente etnico, restiamo insensibili alle intonazioni, alle variazioni sonore che non abbiamo l’abitudine d’udire.

Il nostro linguaggio si vede privato delle consonanze straniere che il nostro orecchio non può captare, traducendosi la carenza uditiva obbligatoriamente in una carenza vocale. È ciò che riassume l’Effetto Tomatis mediante la formulazione: «La voce non contiene se non le armoniche che l’orecchio può udire».

«Le impressioni che riceviamo udendo una lingua straniera, persino senza comprenderla» notava già il sig. Charles Bailly, alcuni anni or sono (10), «provengono in gran parte, da un paragone fatto inconsciamente con il sistema fonologico della nostra propria lingua, e i sentimenti gradevoli o sgradevoli che ne traiamo derivano da tale causa; colui che parla tale altra lingua non prova in generale niente di simile e le sue impressioni acustiche sono di tutt’altra natura.

Un Francese che studia il russo sarà colpito dalla frequenza dei suoni palatali e sibilanti, dal loro contrasto con i suoni velari, dalla musica particolare delle intonazioni, tutto ciò perché percepisce inconsciamente una differenza considerevole tra tale pronuncia e la propria. Ma il Russo che, parlando, produce tali impressioni su un Francese non prova nulla di simile, perché tali cose gli sono abituali.

E un altro fonetista eminente, il signor Pierre Fouché (11) rilevava anch’egli con felicità che «la rappresentazione che ci facciamo d’ordinario di una lingua moderna è una rappresentazione acustica. Tratteniamo ciò che si chiama comunemente il suo «accento», le attribuiamo un certo «colore». Diciamo anche che è sonora, dolce, monotona, ecc.».

Ciascuno di noi si trova dunque così condizionato a udire in un certo modo, e il sistema fonatorio, piegandosi alle medesime esigenze dell’ambiente, obbliga il soggetto a pronunciare in un certo modo. «Così, scrive Wilder Penfield (12), tutti gli Svedesi parlano inglese con un accento svedese e i Francesi, i Tedeschi e i Cinesi parlano col loro accento proprio. Ciò è di constatazione comune. Anche se percorrono il mondo, i Cockneys, gli Scozzesi e gli Irlandesi, per non dire dei Canadesi e degli Americani, tradiscono, per tutta la loro vita, la propria origine, mediante una «giravolta di lingua» appresa nell’infanzia.

Ci troviamo dunque proprio, in effetti, in presenza di una legge generale e che del resto non concerne soltanto certi popoli. Avendo l’orecchio della nostra etnia, siamo tutti per natura più o meno refrattari, secondo la nostra razza, all’apprendimento delle lingue straniere e nella misura giustamente, come vedremo più oltre nel dettaglio, in cui esse sono più lontane dalla nostra curva d’audizione.

A tale riguardo, siamo tutti, in certo modo, «male-udenti» ed è per questo che siamo giustiziabili dei procedimenti impiegati dai fonetisti per rieducare l’audizione dei soggetti colpiti da disturbi uditivi. L’unica risorsa pare proprio essere di «forzare» l’orecchio a udire ciò che non ode naturalmente, ciò che non si può effettuare se non mediante dispositivi artificiali.

Può sembrare strano, di primo acchito, far appello a procedimenti elettronici là dove si vede il più sovente solo un problema pedagogico che allea la buona volontà (e la volontà tout court) a tecniche d’insegnamento sempre più perfezionate, senza parlare beninteso di tali metodi «miracolosi» presentati per il tramite di una pubblicità abile e allettante, che lusinga la pigrizia e culla l’allievo in un’illusione insidiosa che gli fa credere che sia possibile apprendere senza sforzo.

Certo, alcuna acquisizione si fa senza sforzo. Ma non basta nemmeno, come Rimbaud, rinchiudersi in uno sgabuzzino, munito di una grammatica, bardato d’una volontà di ferro, e giurare che non se ne uscirà se non dopo aver padroneggiato la lingua che si desidera apprendere.

Per integrare una lingua straniera, occorre «volerla» studiare seriamente, è vero. Ma occorre parimenti «poterla» — e ciò nel senso più fisico della parola — apprendere, vale a dire «udirla e riprodurla», poi ascoltare e ripetere, infine udire e ascoltarsi ripetere o riprodurre (13).

Udire e riprodurre, tali sono i due elementi essenziali che fa intervenire l’Effetto Tomatis nel suo principio di regolazione dell’audizione e della fonazione. Applicando tale principio al livello dell’apprendimento di una lingua, si sbocca nella messa in atto di un circuito di autocontrollo che consente all’allievo linguista di beneficiare al massimo del messaggio sonoro che gli è trasmesso e di riprodurlo «ad integrum».

Modificando l’audizione del soggetto, insegnandogli a udire in un altro modo da quello cui è abituato dalla propria lingua materna, si innesca un altro modo di parlare, un altro modo d’espressione caratteristico della lingua da studiare.

Tale effetto audio-vocale comporta modificazioni che vertono sul timbro, sull’organizzazione dell’apparato fonatorio, sull’uso delle cavità risonanti laringee sovra e sottostanti, sul tono laringeo, sulla respirazione, sulla mimica, altrettante modificazioni che reagiscono a catena per accensione riflessa che si estende di prossimità in prossimità a tutta la struttura morfologica del soggetto.

Tali modificazioni mettono dunque in evidenza, all’atto dell’integrazione di una lingua, l’influenza capitale del captatore uditivo nei confronti al contempo del comportamento corporeo e gestuale, dell’investimento psicologico, dell’innesco poi dell’elaborazione di circuiti d’induzione d’origine psicosomatica.

È agevole, a partire da tali dati, valutare le importanti conseguenze di un tale processo.

III - Curve d’inviluppo e lingue moderne

Come abbiamo detto nel capitolo I, Tomatis ha dimostrato sperimentalmente, grazie alle contro-reazioni audio-vocali che sono i fondamenti delle sue leggi, che ogni modificazione dello schema corporeo uditivo comportava senza eccezione una modificazione del gesto vocale. Sicché si può concluderne che ogni gesto vocale risponde, sicuramente, a un gesto uditivo determinato.

A partire da tale principio, Tomatis ha potuto isolare audizioni etniche rispondenti a caratteristiche ben precise che andremo a evocare in tale capitolo.

Un’analisi dettagliata dei differenti elementi della catena parlata ha potuto essere realizzata grazie alle immagini raccolte per mezzo di analizzatori panoramici e di sonografi capaci di decomporre i suoni, come il prisma perviene a disperdere la luce in un arcobaleno spettrale. Per mezzo di tali apparecchi, è stato possibile visualizzare differenti frequenze di suoni rispettando quantitativamente i valori relativi di ciascuna di esse e individualizzando i differenti elementi di una frase, in frequenze, in intensità e in durata. Sui fonogrammi e sonagrammi così ottenuti, si sono potute ritrovare le curve d’inviluppo (Fig. 1) dei valori medi delle frequenze sovente incontrate nell’analisi delle frasi raccolte nei medesimi gruppi etnici.

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Fig. 1. - Esempio di fonogramma con apparizione della curva d’inviluppo.

Per esempio, il luogo d’elezione della maggiore agglutinazione frequenziale per il francese si incontra nei dintorni di 800-1800 hertz, mentre per l’inglese si estende da 2000 a 12000 hertz. E tale semplice constatazione scientifica consente già di pre-sentire che tutto si svolge come se un Francese divenisse praticamente sordo quando ode l’inglese.

Parimenti, lo studio storico delle lingue ci mostra come l’evoluzione dei gruppi umani nel corso delle epoche ha condotto ciascuno di essi ad adottare in modo totalmente involontario un certo meccanismo vocale composto di vocali e di consonanti, la cui pronuncia e il cui timbro sono nettamente differenziati da un gruppo all’altro.

Sin dall’infanzia, l’orecchio modella la propria sensibilità sui suoni che ode e si può presto rilevare, mediante lo studio audiometrico, che la curva di sensibilità uditiva si imparenta strettamente alla curva di emissione fonatoria del gruppo etnico.

In altri termini, per percepire correttamente tali ammassi di frequenze, senza rischio di introdurvi distorsioni mediante il captatore uditivo che funziona da allora come un filtro, ci occorre accomodare, o meglio condizionarci a percepire in modo tale che la nostra selettività ottimale raggiunga quella delle frequenze auspicate all’atto della nostra emissione. Così mediante il gioco dell’autocontrollo «audizione-fonazione», l’orecchio etnico del soggetto gli impone la sua fonazione etnica. A un modo di parlare corrisponde, rammentiamolo, un modo di udire.

Tomatis ha dimostrato e verificato in seguito che agendo sul modo di udire si poteva modificare il modo di parlare.

Prima di esporre tale processo di modificazione, andremo a cercare di precisare quale è tale «modo di udire».

Quest’ultimo è caratterizzato sul piano scientifico dalla curva di sensibilità dell’orecchio nei confronti delle differenti frequenze che questo può udire. Tale curva è da noi chiamata «etnogramma». Riproduciamo qui di seguito, a titolo d’esempio, gli etnogrammi caratteristici di alcuni gruppi etnici.

La figura 2 rappresenta la curva d’audizione specifica del francese; essa è sovrapponibile, nel suo insieme, al fonogramma di tale lingua, al linguo-gramma in certo modo. Si ottiene integrando il più gran numero possibile di curve di risposta uditive in una data etnia.

Lingua francese

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Fig. 2 - Curva francese

Il francese, qui in causa, si profila tipicamente con due punte — in effetti due plaghe con punti culminanti — l’una che ha sede a 250 hertz nei gravi (g), l’altra a 1500 hertz in una zona acuta (a) compresa tra 1000 e 2000 hertz. La differenza di intensità sonora tra tali due livelli essendo di circa 20 decibel. Tale ultima emergenza a 1500 hertz giustifica, mediante la caduta relativa che comporta verso gli acuti, l’apparizione delle nasali nella lingua francese. Per contro-reazione, la presenza di tale nasalizzazione nell’idioma parlato comporta ipso facto l’apparizione nell’etnogramma corrispondente di una punta caratteristica a 1500 hertz.

Lingua inglese

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Fig. 3 - Curva inglese

Per la lingua inglese, si può constatare sul profilo che la caratteristica essenziale di tale tipo d’audizione è la grande sensibilità ai suoni acuti. Effettivamente, sin dai 2000 hertz, la curva segna una netta progressione dell’ordine di 6 decibel per ottava, che andrà a prolungarsi oltre 10000 hertz, ciò che conferisce a una tale audizione una curva di risposta che richiama quella dei montaggi di amplificazione di alta fedeltà.

Le conseguenze fanno sì che la percezione degli acuti oltre 2000 hertz raggiunga una sensibilità così eccezionale che le modulazioni a tale livello si trovano più particolarmente affinate. La ricchezza di sibilanti nella lingua inglese ne è la conseguenza. In sovrappiù, nella lingua medesima, l’attrazione verso gli acuti di tutto lo schema vocale per contro-reazione uditiva spiega la dittongazione sistematica delle vocali. Queste, sebbene esistenti nello spettro iniziale, scivolano dal suono fondamentale verso la banda frequenziale che ha sede oltre 2000 hertz.

In effetti, la banda passante degli acuti, che percepisce l’orecchio inglese, impone alla fornitura bucco-faringea, per contro-reazione audio-vocale, una struttura tale che il suono fondamentale che si trova necessariamente nei gravi — per via delle possibilità limitate della laringe (300 hertz) — non può essere mantenuto nella propria emissione iniziale poiché l’orecchio non lo «seleziona». Si assiste così a una vera scivolata verso gli acuti, fenomeno all’origine della dittongazione (14). Se, per altro verso, si tenta di accostare tale banda uditiva alla precedente, vale a dire se si vuole paragonare l’orecchio inglese all’orecchio francese, cade da allora sotto il senso che il loro incontro è malagevole. Non è un segreto per nessuno, in effetti, che per l’orecchio francese l’inglese sia difficile da percepire.

È da notare che la lingua americana che offre una banda più bassa dell’inglese con una punta culminante a 1500 hertz è meglio percepita dall’orecchio francese di quanto lo sia l’inglese d’Oxford. Si percepisce in ciascuna delle due lingue — francese e americana — una nasalizzazione che marca una selettività accresciuta al livello della medesima banda passante.

Lingua tedesca

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Fig. 4 - Curva tedesca

La figura 4 è quella della curva media dell’audizione tedesca. Vi si rileva la larga banda passante che parte dai gravi e si scaglia sino a 3000 hertz. La sensibilità si trova soprattutto accentuata sin dai 250 hertz per raggiungere i 2000 hertz con ampiezza più importante tra 500 e 1000 hertz. La larghezza della banda passante tedesca le consente di integrare con agevolezza i fonemi appartenenti ad altre lingue, purché tali fonemi si iscrivano nella propria banda di registrazione.

A tale larga banda passante si aggiunge una assai importante caratteristica dell’orecchio tedesco: un tempo di latenza relativamente lungo (15). Tali due parametri — larghezza di banda e tempo di latenza — implicano nell’emissione vocale una spinta faringea propria al tedesco.

Tale spinta faringea è del resto per noi associata al riflesso posturale osservato in tale etnia.

Tale riflesso audio-posturale non è del resto osservabile soltanto presso i Tedeschi. Si può dire che ciascuna etnia ha la postura del proprio linguaggio, conseguenza, rammentiamolo, del proprio modo di udire.

Lingua spagnola

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Fig. 5 - Curva spagnola

Il diagramma della figura 5 è quello dell’audizione spagnola. Vi si scopre la grande sensibilità di tale audizione all’interno di una larga banda grave (g) che si dispiega sino a 500 hertz e a un livello d’intensità meno elevato, in una stretta banda che va da 1500 a 2500 hertz, accusando una sommità verso 1800 hertz. La sensibilità si trova assai ridotta negli acuti. La sommità a 250 hertz introduce, nella reazione audio-vocale, la «Jota», mentre l’assenza di permeabilità negli acuti oltre 2500 hertz fa comprendere la pesantezza delle sibilanti spagnole: lo scivolamento dei f in h aspirato. Le difficoltà che incontra uno Spagnolo a integrare certe lingue straniere si trovano qui giustificate dalla semplice lettura di tale diagramma.

Abbiamo esposto nel capitolo uno la teoria della selettività uditiva. Se si spinge più oltre sperimentalmente lo studio di tali differenti lingue, ci si accorge che esistono parimenti differenze assai grandi per quanto concerne la selettività propria a ciascuna orecchia etnica. Taluni popoli hanno una selettività assai ristretta, altri al contrario una selettività assai distesa. Ecco per esempio, figure 6 e 6 bis, un paragone dell’orecchio italiano e dell’orecchio francese sul piano della loro selettività rispettiva.

Come si può constatare, l’orecchio italiano vede la propria selettività iscriversi tra 2000 e 4000 hertz. È nulla tra 1000 e 2000 hertz, mentre l’orecchio francese al contrario è ricco tra 1000 e 2000 hertz e può spiegare l’apparizione, già segnalata, delle nasali nella lingua francese.

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Fig. 6 - Selettività di un orecchio italiano: la banda passante si iscrive tra 2000 e 4000 hertz

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Fig. 6 bis - Banda di selettività di un orecchio tipo francese limitata tra 1000 e 2000 Hertz

Gli Slavi al contrario hanno una selettività assai distesa con un’affinità maggiore verso i gravi. La loro voce è larga e calda. La loro ricchezza selettiva assai estesa, contrariamente a quella dei Francesi e degli Italiani, consente loro di percepire tutte le consonanze. Per convincersene, basta esaminare la figura che rappresenta il campo selettivo di un orecchio russo, che si estende dai suoni gravi ai suoni estremamente acuti (figura 7).

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Fig. 7 - Campo selettivo di un orecchio slavo che si estende dai suoni gravi ai suoni estremamente acuti.

È tale facoltà a consentire agli Slavi di registrare tutta la gamma dei suoni linguistici. Si sa del resto con quale facilità essi apprendano le lingue straniere. Tale fenomeno, che può lasciarci sovente ammirativi e leggermente disorientati, è dovuto semplicemente alla loro grande permeabilità uditiva.

Per non appesantire tale volume, è volontariamente che ci limitiamo a citare alcuni esempi. È evidentemente indispensabile studiare, sul piano audio-psico-fonologico, tutti gli idiomi impiegati dall’essere umano. Le nostre ricerche che vertono sin’ora su centinaia di lingue ci hanno consentito di rilevare soltanto 12 maniere differenti di udire, presentando ciascun gruppo una combinazione differente dei due parametri: banda passante e tempo di latenza.

Così per esempio, la lingua araba si caratterizza per una banda passante del tipo spagnolo e un tempo di latenza del tipo tedesco. La lingua portoghese ha le caratteristiche della lingua slava (banda passante e tempo di latenza), sicché risuona come dello spagnolo auto-controllato da un orecchio slavo.

Sperimentalmente, è divertente verificare tale fatto facendo passare una frase portoghese attraverso filtri la cui curva di risposta è quella di un orecchio spagnolo. Per chi comprende lo spagnolo, la frase portoghese diviene allora assai agevolmente comprensibile.

Tale analisi rapida di alcuni etnogrammi consente di concepire le differenze fondamentali che esistono tra i diversi modi di udire presso soggetti che parlano lingue differenti.

A partire da tali diagrammi, tecniche di condizionamento uditivo sono state messe a punto tenendo conto da un lato delle curve specifiche di ciascuna lingua e dall’altro del tempo di accomodazione più o meno rapido e complesso, caratteristico della lingua studiata. Ciascuna lingua possiede in effetti un tempo medio di emissione di ciascuna sillaba chiamato «tempo di latenza» che condiziona la risposta dell’adattamento laringo-risonanziale, origine dell’intonazione.

IV - L’orecchio elettronico a effetto Tomatis

Sin dal 1950, come prova e applicazione delle proprie teorie, il dottor Tomatis concentrò i propri sforzi di ricerche sulla messa a punto di un apparecchio suscettibile di modificare la maniera di udire e, per via di conseguenza, il modo di parlare di un soggetto.

Il suo pensiero fu parimenti di creare un vero condizionamento audio-vocale che obbliga l’orecchio a utilizzare un modo di accomodazione che determina una maniera di udire tipica di una lingua e che comporta il gesto vocale corrispondente.

Alfred Tomatis in una comunicazione all’Académie Nationale de Médecine (16) ha esposto nel 1960 i principi fondamentali del condizionamento audio-vocale innescato per mezzo di tale apparecchio. Riproduciamo qui di seguito un riassunto di tale comunicazione.

«Sia un gesto vocale G1 corrispondente a un’emissione E1 e rispondente a un’audizione globale A1. Per sostituire all’emissione E1 e dunque al gesto vocale G1 un gesto vocale G2 e un’emissione E2, vi è luogo di condizionare l’audizione a un nuovo modo di accomodazione che determina la maniera di udire A2.

Per realizzare tale condizionamento, è stato realizzato il seguente montaggio (figura 8).

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Figura 8

  • Un microfono M attacca un amplificatore donde emanano due circuiti differenti, realizzando tali due circuiti due canali che non funzionano simultaneamente.

  • Per una data intensità, modificabile a volontà, il canale C1 resta solo aperto. È regolato in modo tale che mette l’orecchio in stato di rilassamento completo. Il timpano è allora al suo minimo di tensione, in uno stato di non-accomodazione. Si può dire allora, procedendo per analogia con la visione, che è al suo «punctum remotum». Esso raggiunge così una posizione di rilassamento totale prima di tendersi all’ascolto determinato dalla regolazione del canale superiore. In effetti, sin dall’emissione di un suono da parte del soggetto o di un’altra fonte sonora proveniente per esempio da un magnetofono, non appena si aggiunge al rumore ambiente preesistente un’intensità complementare, il canale C1 si chiude e soltanto il canale C2 si apre. Tale secondo canale elettronico costringerà l’orecchio a un altro modo di controllo scelto preliminarmente e rispondente all’emissione della lingua da studiare.

L’apertura del canale C2 si fa mediante un sistema detto «di bascula», che consente di passare automaticamente dalla maniera A1 di udire, inerente al gesto G1, alla maniera di udire A2, propria al gesto G2 ricercato.

Terminata l’emissione sonora, l’intensità ridotta d’altrettanto fa bascolare il sistema in senso inverso e C1 si apre mentre C2 si attenua. Tale ciclo ricomincia ogniqualvolta il soggetto vuole parlare e il condizionamento appare assai presto. Sin dai primi giorni, dopo una seduta di mezz’ora, sussiste una rimanenza di mezz’ora circa. Capo di due settimane, essa resta permanente.

Del resto, tale gioco di bascula può divenire rapidamente un fenomeno conscio e determinare a piacere la possibilità di udire ciò che si vuole.

Allo scopo di modificare poi il ritmo e l’intonazione della lingua scelta, sono stati determinati tempi di innesco della bascula corrispondenti al tempo di latenza caratteristico della lingua. Ciascuna lingua possiede in effetti, rammentiamolo, un tempo medio d’emissione di ciascuna sillaba: 0,15 secondi per il francese, 0,20 per l’inglese, ecc.

Per coloro che tale esposizione assai austera avrebbe scoraggiato, si può dire meno scientificamente che l’Orecchio elettronico a Effetto Tomatis consente di sovrapporre a ogni soggetto, persino refrattario, un’audizione predeterminata, obbligandolo così a udire secondo un’accomodazione desiderata.

Come si realizza tale «educazione»?

L’Orecchio elettronico è essenzialmente un apparecchio di educazione uditiva. Ora si sa che l’audizione umana non è che il risultato di una larga utilizzazione della VIII coppia di nervi cranici. Questa, che prende nascita al livello dell’organo sensoriale dell’orecchio, ha sede nell’orecchio interno e si proietta sul telencefalo al livello dei centri di acquisizione del linguaggio.

Tale organo sensoriale per eccellenza si comporta del resto come un pezzo di pelle differenziata, altamente specializzata per la rilevazione delle variazioni di pressioni acustiche. Ma non vale che per l’uso che si sa farne. Parimenti, una vista eccellente non servirebbe a nulla se le palpebre restassero chiuse; meglio ancora, una retina impeccabile renderebbe ben poco servizio se il cristallino corrispondente non consentisse la concentrazione dell’immagine. In altri termini, il nervo ottico — la retina nella circostanza — non vale che perché sappiamo servirci di esso.

È così per il captatore uditivo che deve adattarsi all’ambiente sonoro che lo circonda. È all’orecchio medio che spetta tale possibilità di accomodazione ed è a esso che ci rivolgiamo utilizzando l’Orecchio elettronico.

L’adattamento dell’orecchio medio si fa mediante il gioco delle contrazioni del muscolo del martello e del muscolo della staffa, agendo il primo sulla convessità imposta al timpano, che si comporta allora come una lente acustica, sorta di cristallino uditivo, il secondo, quello della staffa, che regola il gioco dell’orecchio interno che sa, alla maniera di un prisma il cui angolo alla sommità è di 2-3 giri di spire, dispiegare la gamma dei suoni in uno spettro acustico, in un arcobaleno sonoro.

Tale accomodazione più o meno rapida, più o meno complessa, determina la posizione spaziale della catena ossiculare e consente di aprire tale o tal altra banda passante uditiva, di ingrandire secondo i bisogni il diaframma d’apertura.

L’Orecchio elettronico impone tale gioco all’orecchio umano. Modificando a volontà la banda passante, si «apre» — la parola non è troppo forte — l’orecchio ai suoni elettivi di una lingua. Del resto, sia che si tratti dell’assimilazione di una lingua materna o dell’integrazione di una lingua straniera, il processo resta il medesimo. Aprirsi al linguaggio è anzitutto collegarsi sulle lunghezze d’onda di tale linguaggio. Ma per essere integrato poi riprodotto correttamente, il messaggio orale deve, essere anzitutto ben udito, ed è ciò che consente l’Orecchio elettronico.

Mediante un gioco di filtri, tale apparecchio offre in primo luogo la possibilità di un’apertura diaframmatica uditiva su tale o tal altra banda passante, semplice fatto che determina già una risposta laringo-risonanziale adattata all’uso dei filtri imposti. In secondo luogo, esso fa apparire il tempo di latenza inerente all’accomodazione scelta, che condiziona il tempo di risposta dell’adattamento laringo-risonanziale, origine dell’intonazione, come abbiamo già segnalato capitolo III, in fondo.

L’Orecchio elettronico consente dunque di sovrapporre a ogni soggetto, persino refrattario, tale maniera di udire, obbligandolo così a percepire i suoni secondo un’accomodazione desiderata, funzione dell’apertura diaframmatica dell’audizione sulla banda passante elettiva e del tempo di latenza inerente a tale accomodazione.

Tale preparazione è essenziale nell’apprendimento di una lingua straniera. Non appena il messaggio è percepito correttamente, l’integrazione è immediata e la riproduzione perfetta poiché la fonazione è strettamente legata al modo di percezione uditiva e poiché ogni modificazione dell’audizione comporta ipso facto una modificazione della fonazione nei suoi differenti parametri: ritmo, timbro, intensità, melodia, ecc.

Le strutture acustiche di tali parametri imprimono nell’orecchio la propria penetrazione in funzione della codificazione che esse pervengono a determinare. Esse destano i condizionamenti che preparano le cellule sensoriali a essere eccitate elettivamente a tale o tal altra frequenza.

Se dunque si introduce nel circuito di autocontrollo dell’audizione un’Orecchia elettronica accordata su un altro modo di parlare, su una lingua straniera nella circostanza, tutto il circuito neuro-muscolare del soggetto si mette a lavorare su tale ritmo straniero. È tale ginnastica, ché è una in definitiva, che ci rende atti a udire e a parlare «in un certo modo».

Lo schema seguente mostra come l’autocontrollo «audizione-fonazione» si trovi ingaggiato dall’intervento dell’Orecchio elettronico in un mimetismo inconscio (fig. 9).

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Figura 9

Colui che giunge a tale «automatismo uditivo» è definitivamente condizionato. Tutto il suo circuito neuro-muscolare che ha lavorato su un ritmo straniero andrà a stabilirsi a poco a poco in uno stato di rimanenza, mediante la memorizzazione cerebrale di tale nuova attività e mediante l’allenamento muscolare. Ormai, il soggetto sarà per così dire costretto a udire perfettamente e a pronunciare con una correzione totale e un’intonazione esatta i fonemi e i semantemi stranieri, sia che gli si propongano come modelli da imitare, sia ch’egli abbia a parlare la lingua straniera senza altra guida dell’immagine sonora che gli fornisce la sua memoria uditiva.

In sintesi, è come se gli fosse stato dato ciò che altri amano chiamare il dono delle lingue. Ma tale dono di parlare le lingue, che è il dono ben noto e il privilegio degli Slavi e che abbiamo letto in chiaro sull’etnogramma dell’orecchio russo, non è in definitiva che il fatto di un’audizione particolarmente estesa il cui diaframma, largamente aperto, consente di includere senza difficoltà le bande passanti delle altre lingue. Dal dono delle lingue, aureolato del proprio mistero, perveniamo all’attitudine, innata o acquisita, che si può chiamare il dono di udire le lingue.

Ormai, l’Americano di Brooklyn o il «Cockney» di Londra, dotato degli auricolari e collocato davanti al microfono dell’Orecchio elettronico, finirà col parlare l’inglese «del Re» con il più puro accento d’Oxford, non appena il sistema di filtri gli avrà imposto tale modo di udire.

È del resto ciò che dovrebbe accadere, ma con un’intensità ben minore, nello studio tradizionale delle lingue. Si sa quanto sia profittevole, se non sempre efficace, apprendere la lingua nel paese d’origine: è che l’orecchio è allora immerso nell’ambientazione etnica voluta. Ma non si vede che eccezionalmente un Francese trasportato a Londra prendere istantaneamente l’accento inglese, mentre tale fenomeno è rapidamente accusato mediante l’impiego dell’Orecchio elettronico e ciò pur restando in Francia.

Non appena il soggetto parla, non appena innesca la catena parlata, la sua audizione si trova modificata in modo tale che tutti i suoni passano obbligatoriamente in un canale selettivo che s’accorda in modo predeterminato sulle caratteristiche della lingua da studiare. La macchina ha per scopo di imporre al sistema uditivo di un soggetto un’audizione conforme a quella degli autoctoni del paese di cui studia la lingua e a tal fine di aprire il suo orecchio alle bande di frequenze che non udiva prima. L’Effetto Tomatis spiega che l’iniziazione fonetica si trova per ciò stesso istantaneamente realizzata, e ciò senza che sia richiesto all’allievo linguista uno sforzo qualsiasi per riprodurre i suoni e i gruppi sonori che sino allora gli erano estranei. Tutto si svolge come se gli organi del suo sistema audio-vocale e tutte le zone cerebrali interessate fossero immediatamente adattate, esercitate e rinforzate.

È una delle esperienze più spettacolari cui sia dato di assistere. Una frase inglese, per esempio, emessa dal professore attraverso tali tecniche, si trova quasi d’emblée riprodotta dall’allievo con una fedeltà stupefacente. Il fenomeno più afferrante che vi si associa è la liberazione psichica che fa apparire un tale procedimento.

Nei sistemi antichi d’apprendimento delle lingue, si rimorchiava in effetti presso l’individuo in condizionamento, un’inibizione per timore del ridicolo che proveniva dalla sua incapacità di riprodurre «ad integrum» i suoni proposti. L’impiego dell’Orecchio elettronico consente oggi non soltanto di evitare tale disagio supplementare ma ancora di euforizzare lo studente.

Tale condizionamento cui l’orecchio è sottoposto nel corso del periodo d’integrazione della lingua moderna scelta può operarsi in due modi:

  • O bene il soggetto, dotato di una cuffia collegata a un insieme «Orecchio elettronico e dispositivo d’insegnamento» che assicura un’audizione corretta, ripete ciò che il professore gli trasmette, operandosi l’integrazione uditiva parallelamente allo studio propriamente detto della lingua.

  • O bene egli lavora solo ad acquisire tale condizionamento, trasmettendogli l’apparecchio direttamente elementi fonici provenienti da un magnetofono e aprendo l’orecchio all’audizione corretta della lingua straniera.

L’esperienza mostra che basta, per un soggetto normale, da cinquanta a cento mezz’ore di lavoro con l’Orecchio elettronico perché, mediante la memorizzazione cerebrale e mediante l’allenamento muscolare innescato, si crei una rimanenza definitiva, e che si possa considerare che tale attitudine — tale «dono» — sia ormai permanente rispetto alla lingua studiata.

Da ciò discendono più conseguenze:

  1. Poiché l’espressione orale è legata, senza contraddizione possibile, a un certo comportamento fisico e a una certa mimica, si può, a buon diritto pensare che al contempo del potere d’espressione, il soggetto condizionato abbia più o meno acquisito il comportamento fisico di coloro di cui apprende la lingua.

  2. Per altro verso, la formazione intellettuale, sensibile, morale e sociale di un individuo è, per gran parte, il risultato di abitudini linguistiche che rappresentano l’acquisito dei secoli passati, all’immagine del carattere nazionale. Allo stesso modo, tale comportamento fisico, conseguenza ed espressione di un atteggiamento mentale particolare, predispone l’allievo linguista ad adattarsi progressivamente al comportamento degli stranieri di cui assimila il linguaggio, in attesa che la comprensione profonda e riflessa dei semantemi lo faccia penetrare più avanti nella conoscenza della loro anima e lo conduca a comprendere intimamente il loro modo di pensare, di sentire e di agire.

  3. Mediante l’agevolezza medesima che, grazie all’impiego dell’Orecchio elettronico, ciascuno prova a ben pronunciare, ne consegue un miglioramento della memoria uditiva, qualità essenziale e indispensabile allo studio di una lingua. È evidente che non occorre minimizzare il contributo che il soggetto deve apportare sotto forma di sforzo personale. Ma restando la sua motivazione incontestabilmente un elemento maggiore, deve essere sostenuta dalla soppressione delle inibizioni iniziali. Tali inibizioni provengono dall’inintelligibilità della lingua parlata, studiata e, per via di conseguenza, dall’incapacità fondamentale in cui il soggetto si trova di riprodurla.

Senza tale condizionamento, l’intelligibilità medesima rende l’allievo inerte dinanzi a ogni tentativo di emissione articolata che si sa incapace di controllare correttamente. Gli pare vano, in effetti, sfinirsi a ripetere suoni senza poterne determinare e regolare la riproduzione agevole.

In conclusione, se occorresse riassumere i meriti dell’Orecchio elettronico nel suo ruolo di prolegomeni indispensabile a ogni studio di lingua straniera, riprenderemmo i termini di cui si servì il dottor Tomatis dinanzi all’uditorio avvertito del Palais de l’UNESCO nel 1960 (17):

L’Orecchio elettronico consente di creare il clima d’ambientazione così indispensabile all’imbibizione psicologica di una lingua straniera. In surplus, la sua influenza è assai euforizzante mediante:

  • La facilità d’elocuzione che procura,

  • l’innesco automatico che suscita al livello del meccanismo degli organi della fonazione, che si adattano immediatamente all’uso della lingua scelta,

  • la rapidità d’integrazione che comporta e che si rivela sovente sconcertante.

In certo modo, concludeva Tomatis, ricreiamo le condizioni uditive d’integrazione di partenza, quelle che ci hanno consentito l’assimilazione della nostra lingua materna.

V - L’orecchio elettronico e audio-visivo

Non si saprebbe troppo insistere sul valore pedagogico delle nuove tecniche audio-visive messe al servizio dell’integrazione delle lingue moderne.

Come indica precisamente il termine «audio-visivo», tale insegnamento fa appello ai due principali organi sensoriali della conoscenza: l’audizione e la visione. Ma, mentre, sul piano visivo lo scopo è raggiunto consentendo all’allievo di controllare mediante l’immagine ciò che rappresenta l’oggetto da studiare, sussiste, sul piano uditivo, una grande incertezza quanto all’integrazione del messaggio orale. Non è che verificare le distorsioni straordinarie ottenute nella bocca del soggetto che ripete, per rendersi conto a quale punto, in virtù delle leggi che reggono le relazioni dirette audizione-fonazione, il messaggio non sia stato ben udito.

È precisamente per mitigare tale inconveniente che l’impiego dell’Orecchio elettronico è stato introdotto in seno a tali nuove tecniche. Ché se è vero che certe iniziative in materia linguistica sono fallite nel corso di tali ultimi dieci anni e che numerosi laboratori di lingue si sono visti partire all’abbandono, resta nondimeno che possiamo considerare oggi tali metodi d’apprendimento come mezzi attivi d’acquisizione di un linguaggio ben strutturato, ben articolato, ben integrato.

Senza voler elevare tali tecniche al livello di una panacea, pensiamo che sia necessario fare il punto ed evocare le condizioni in cui deve essere realizzata tale iniziazione linguistica. Andremo a sforzarci di mettere in evidenza i differenti aspetti della vera integrazione affinché le tecniche audio-visive possano trovare, agli occhi e soprattutto alle orecchie dei nostri lettori, l’eco favorevole che esse hanno diritto di ottenere in seno alla pedagogia moderna.

La riuscita di una tale impresa esige l’analisi dettagliata dei processi psico-fisiologici messi in causa in tale passo che è l’acquisizione di una lingua straniera.

Il laboratorio di lingue costituisce, ai nostri giorni, un aiuto prezioso per l’insegnante e l’insegnato per i condizionamenti che provoca al livello dei centri uditivi e visivi. È volontariamente che abbiamo posto l’audizione prima della visione ché ci piace rammentare che, per apprendere una lingua, occorre anzitutto udirla.

L’introduzione, all’interno di tale pedagogia attiva dell’Orecchio elettronico a Effetto Tomatis, resta assai importante per l’apporto sensoriale considerevole che realizza nel campo della trasmissione del messaggio sonoro e della sua riproduzione integrale. Essa assicura un ascolto perfetto di tutti gli elementi della catena parlata specifica della lingua da studiare e, per via di contro-reazione, consente all’allievo linguista di riprodurre esattamente ciò che ha perfettamente udito. Così, grazie al montaggio magnetofono-Orecchio Elettronico, l’acquisizione di una lingua diviene cosa agevole.

Andremo ora ad affrontare le condizioni in cui devono praticarsi le tecniche audio-visive che hanno per scopo, rammentiamolo, di apportare all’allievo, non soltanto un richiamo del corso fondamentale del maestro, ma anche esercizi di lingua corrente sotto forma di lavori pratici.

Il soggetto, lasciato a sé stesso davanti all’apparecchiatura, segue con gli occhi l’immagine che gli è proiettata mentre il testo che vi si riferisce gli è iniettato nelle orecchie mediante una cuffia d’ascolto collegata a un magnetofono. È bene far notare qui l’interesse di tale insegnamento individuale che consente all’allievo di disporre della macchina secondo il proprio ritmo personale, senza intervento esterno, in una progressione determinata dalla propria velocità d’integrazione.

Si stabilisce così un gioco di ripetizioni volontarie, agevole, gradevole, divertente. Ogni acquisizione linguistica non resta forse il gioco umano più appassionante, per poco che sia ben condotto? Ma la fragilità che si incontra presso il lattante all’atto della costituzione del suo circuito audio-vocale si trova ancora accresciuta presso l’adulto. E ciò perché le inibizioni sono presso di lui più grandi, più forti ancora: la sua posizione sociale lo invita a irrigidirsi, il suo timore del ridicolo lo allontana da tale gioco di costruzione linguistica. L’abitudine ch’egli ha di mettere in opera in ogni momento la propria intelligenza per assimilare una cosa nuova, non soltanto non gli rende alcun servizio, ma ostacola la sua progressione.

Ora, ciò che importa alla partenza, è la messa in atto di tale binario, di tale rete che devono a poco a poco installare le differenti linee e i diagrammi di scorrimento verbali. La cristallizzazione semantica si effettuerà in seguito, senza confusione né strapazzo. Non serve a nulla, in effetti, voler comprendere tutto al primo colpo. Non è così che l’uomo ha cominciato l’apprendimento della propria lingua materna. Senza dubbio il bisogno di andare in fretta perturba tale primo stadio, ma a che pro affrettarsi? È ben evidente che il sistema fonatorio dell’adulto, sottoposto da lunghi anni all’uso della lingua materna, non ha più bisogno di un tempo tanto lungo quanto quello necessario al lattante per elaborare le sue strutture uditive e verbali. La maturazione di cui beneficia l’adulto gli consentirà di bruciare le tappe, ma non lo dispenserà dall’attraversarle.

Tra tali tappe, quella dell’integrazione uditiva resta essenziale. Poco importa sapere se l’allievo fa dell’immagine visiva che gli è presentata sullo schermo un’immagine mentale alquanto differente da quella del suo vicino. La struttura sintetica della visione dispensa a ciascuno un valore globale pressoché identico.

Non è così per l’audizione. Nello stato attuale delle tecniche correnti, non si sa, in effetti, come funzioni e analizzi il captatore uditivo, apparecchio essenziale del circuito audio-fonatorio. Dalla sua regolazione, e da essa soltanto, dipende tutto il gioco di acquisizione volontaria dei movimenti articolatori che non fanno appello che assai da lontano ai movimenti automatici normali.

Il linguaggio non è fatto — lo si deve incessantemente avere presente allo spirito — che di movimenti secondariamente organizzati, altamente elaborati, che non sono il proprio dell’uomo se non in quanto quest’ultimo gode pienamente delle proprie facoltà.

Se il captatore uditivo è difettoso, o soltanto fissato in una posizione e una soltanto, senza che gli sia possibile modificare inconsciamente la sua posizione cinestesica, tutti i mezzi pratici esercitati saranno senza effetto. Tutte le registrazioni, per quanto perfezionate siano, si ammassano, come tante altre cose, in fondo a uno sgabuzzino, in attesa, sotto una pellicola di polvere, di qualche nuova spinta velleitaria.

Sarà meno il metodo nella circostanza che occorrerà incriminare quanto i fattori d’integrazione uditiva. Tutta l’ingegnosità messa al servizio della pedagogia non servirà a nulla se la porta d’entrata, vale a dire l’orecchio, resta chiuso al messaggio linguistico. Occorre anzitutto assicurarsi che la porta sia perfettamente aperta, che l’audizione sia pronta a ricevere i suoni particolari della lingua che deve assimilare. Senza ciò, gli sforzi saranno vani.

Ecco perché l’Orecchio elettronico deve essere associato al magnetofono del laboratorio di lingue. Consentendo ai fattori d’integrazione uditiva di modificarsi per mezzo della bascula elettronica che esso contiene, l’apparecchio innesca la sovrimposizione di un’altra maniera d’udire, comportando un altro modo d’ascolto e determinando, per ciò, una variante nel modo di controllo da cui dipende la rimessa in moto del fenomeno iniziale.

I risultati così stupefacenti che ci apportano tali nuove tecniche audio-vocali, provengono semplicemente dal fatto che esse creano elettronicamente l’ambiente d’imbibizione acustica indispensabile alla rimessa in atto del dispositivo d’autocontrollo. Il resto, la fonazione, non può che derivarne naturalmente.

È certo che gli effetti dell’utilizzazione dell’Orecchio Elettronico saranno tanto più efficaci quanto saranno coniugati con l’impiego di un metodo logico di insegnamento delle lingue, fondato sull’acquisizione progressiva e coordinata dei gruppi che portano senso. Il problema pedagogico resta intero e non si saprebbe troppo insistere sulla necessità di aggiungere a tali tecniche un metodo d’apprendimento che tenga conto dei meccanismi profondi dell’integrazione di una lingua.

Il laboratorio di lingue ha giustamente per scopo di promuovere tali tecniche in una larga prospettiva d’integrazione sensoriale, senza la quale ogni apprendimento di una lingua si rivela inutile.

Come è stato detto più sopra una lingua moderna si apprende ascoltandola: il ruolo dell’orecchio, nell’atto fonatorio, ha acquisito ai nostri giorni una forza d’evidenza. L’orecchio deve, non soltanto captare il suono, malassarlo, trasformarlo, pesarlo, analizzarlo, deve anche distribuirlo al livello della tastiera dei neuroni sensoriali la cui eccitazione per induzione di numerosi circuiti determina l’immagine sonora definitiva. L’orecchio è il direttore d’orchestra della parola sotto tutti i suoi aspetti: volume della voce, tono, ritmo del flusso dipendono da esso.

Importa dunque assicurarsi del perfetto comportamento dell’orecchio dinanzi all’informazione inabituale della lingua da studiare che fa appello a una postura uditiva differente in tutti i punti da quella in cui la lingua iniziale, materna, l’ha fissata. Il laboratorio deve consentire all’orecchio di aprire largamente il proprio padiglione all’informazione linguistica e di regolare automaticamente la propria apertura sulla banda informatrice di emissione. Deve pure dare la possibilità di giugulare l’emissione delle ripetizioni fatte dall’allievo. Ogni atto fonetico deve, in effetti, essere controllato dal captatore uditivo che guida lo svolgimento articolatorio sino alla restituzione integrale.

Così l’allievo deve intendersi a sua volta. Parlare, lo abbiamo già segnalato a più riprese, è intendersi, e parlare in un certo modo è intendersi in un certo modo. All’atto dell’emissione, l’orecchio tiene nel proprio potere di giocare il «pilota»; di regolare ciberneticamente l’intensità, il timbro, l’intonazione, le inflessioni, di assicurare il controllo semantico (18).

Parlare una lingua è adattare il proprio ascolto alle frequenze acustiche di tale lingua. L’orecchio adotta, per pervenirvi, una postura specifica per ciascuna lingua, ciò che gli consente di modificare a piacere le contro-reazioni articolatorie che fanno variare l’emissione e per ciò, la colata verbale, testimonianza di una nuova codificazione neuronica.

Così, l’orecchio profila la propria audizione sulla banda passante specifica della lingua da integrare. Ne risulta una maniera d’udire che si modella sulla curva d’inviluppo di tale nuovo idioma. I suoni emessi in una lingua comportano in effetti molteplici «oggetti sonori» che hanno un andamento, una taglia, una morfologia specifici della lingua.

L’Orecchio elettronico ha giustamente per scopo di far entrare l’allievo linguista nel mondo sonoro di colui di cui vuole adottare il linguaggio.

L’esperienza ci ha consentito di dispiegare alcune regole che è essenziale conoscere per ottenere l’efficacia desiderata:

  1. L’Orecchio elettronico dovrà essere utilizzato durante un periodo preliminare anteriore alle prime lezioni d’insegnamento della lingua propriamente detta, allo scopo esclusivo di condizionare l’apparato uditivo e fonatorio.

  2. Se si ha a che fare con allievi che hanno già cominciato da un tempo più o meno lungo lo studio della lingua e che hanno una pronuncia e un’audizione deficitarie, il miglior metodo sarà di ripartire da zero e di non riprendere lo studio della lingua propriamente detta che dopo un periodo di utilizzazione dell’Orecchio elettronico che mira unicamente al condizionamento dell’apparato audio-fonatorio.

  3. Se, per una ragione qualsiasi, si desidera non interrompere lo studio della lingua, vi è luogo di dedicare dieci minuti o un quarto d’ora di ciascuna lezione a esercizi puramente fonetici sotto Orecchio elettronico.

  4. Qualunque sia la durata dell’utilizzazione dell’Orecchio elettronico, tale utilizzazione dovrà avere per scopo essenziale l’integrazione progressiva e metodica di tutti i suoni, ritmi o intonazioni specifici della lingua studiata, vale a dire degli elementi della catena parlata più difficili da acquisire presso un allievo di un’altra nazionalità. Il suo impiego sarà tanto più efficace in quanto il programma e la progressione saranno adattati alle carenze particolari di ciascun allievo, segnatamente per mezzo del test audio-vocale preliminare di cui sarà parlato più oltre.

  5. Se si tiene a che gli esercizi fonetici effettuati per mezzo dell’apparecchio preparino più efficacemente lo studio della lingua propriamente detta, i gruppi di suoni scelti per tali esercizi potranno costituire i meccanismi essenziali dell’apprendimento di partenza. Anche se l’allievo non li comprende e se non vede nella loro ripetizione che un puro esercizio fonetico, è nondimeno collocato in una situazione identica a quella del bambino assai giovane che, al contempo che acquisisce progressivamente i suoni e il comportamento della propria lingua materna, fissa a poco a poco nei propri riflessi il senso e l’impiego dei gruppi di suoni, fonemi o semantemi che ode attorno a sé. Non sarebbe dunque inutile utilizzare parallelamente all’esercizio fonetico una proiezione sincrona di viste o di immagini fisse destinate a dare una prima nozione più o meno precisa del senso.

  6. Sebbene in generale una sola ripetizione di gruppi di suoni sia sufficiente, il professore o il monitore dovrà tuttavia chiedere all’allievo di fare lo sforzo di ripetere ciascun gruppo, al bisogno più volte, sino a che abbia acquisito una pronuncia intelligibile e se possibile perfetta, rispondente a un condizionamento audio-vocale di buona qualità.

  7. Poiché l’allievo, grazie all’Orecchio elettronico, ode perfettamente la propria voce, l’impiego coniugato di un magnetofono a doppia pista che consente l’autocontrollo è particolarmente raccomandato.

  8. Infine, non si saprebbe passare sotto silenzio l’imperiosa necessità di utilizzare nei laboratori di lingue un materiale le cui caratteristiche rispondano a norme di assai alta qualità. Ogni elemento difettoso nella catena di montaggio del sistema verbale rischia di compromettere non soltanto la buona trasmissione del messaggio che si vuol far udire, ma altresì la sua integrazione, che può essere resa tanto più difficile in quanto le alterazioni sopraggiunte in corso di strada ne modificano interamente l’andamento iniziale.

Quali sono dunque le precauzioni da prendere e le principali imperfezioni da evitare?

Queste ultime possono incontrarsi in tutti gli elementi del montaggio. Anche la registrazione dovrà essere d’eccellente qualità. I tempi lasciati per le ripetizioni, detti «bianchi sonori», saranno giudiziosamente ripartiti. I magnetofoni tradurranno fedelmente ciò che il nastro contiene, senza alcuna distorsione. La linearità che occorre esigere è assolutamente necessaria sino a 12000 hertz, per esempio per l’inglese. Ci è stato dato a più riprese di vedere laboratori interi partire all’abbandono, stancare gli allievi, a causa dei magnetofoni le cui curve, tutte differenti le une dalle altre, introducevano distorsioni che rendevano irriconoscibile il segnale acustico di partenza.

Se è chiesto all’allievo in postura d’ascolto di correggere o di afferrare in ogni momento, al prezzo di grandi sforzi, il messaggio sonoro che gli è trasmesso, gli diviene allora impossibile raggiungere l’integrazione ricercata. L’abuso dei magnetofoni a buon mercato ha creato, in tale campo, ammassi di giocattoli nefasti. Si è visto in effetti (cap. III), la plasticità di una curva uditiva che sa modellarsi sulla curva imposta e sul messaggio che si è voluto affidare alla plaga sonora, si comprenderà allora che un apparecchio la cui curva sia troncata a partire da 3000 o 4000 hertz può generare un condizionamento uditivo inverso di quello ricercato.

Ci è anche stato dato di effettuare verifiche su magnetofoni — la cui destinazione era tuttavia di educare l’orecchio — per i quali tutto cominciava ad attenuarsi sin da 500 hertz o persino 300 hertz. Le norme attualmente ammesse che consentono una caduta sin dai 5000 hertz non possono essere difese che a fini commerciali; ma esse non sono senza pericolo e restano nel campo dell’inefficacia.

Senza voler dilungarci smisuratamente su tali questioni tecniche, possiamo tuttavia affermare che, nel campo dell’audio-visivo, il pressappoco in materia d’apparecchiatura porta ineluttabilmente a un fallimento totale.

Inoltre, dobbiamo insistere sul fatto che l’allievo deve partecipare attivamente a tale iniziazione linguistica mediante un apporto di volontà e di sforzo.

Se è ormai verificato che il rendimento dei metodi di pedagogia attiva è decuplicato dall’utilizzazione dell’Orecchio elettronico, resta nondimeno vero che una volta l’apparato uditivo e fonatorio condizionato, resta da apprendere la lingua con la sua grammatica e il suo vocabolario.

Non occorre dunque minimizzare lo sforzo da fornire da parte dello studente. Tuttavia, è bene parimenti precisare che la sua motivazione, che resta senza contestazione un elemento maggiore, si trova largamente facilitata dall’abolizione delle inibizioni di partenza che risiedono nell’inintelligibilità della lingua parlata e, per via di conseguenza, nell’impossibilità di riprodurla.

Le tecniche audio-visive di cui abbiamo or ora evocato i principi devono così — e sarà la conclusione di tale capitolo — poter rendere largamente servizio al professore consentendo ai suoi allievi di aprire perfettamente le proprie orecchie all’insegnamento che è loro prodigato. Non si tratta più allora di un «dialogo di sordi», bensì di uno scambio fruttuoso tra individui capaci di comunicare per il tramite di un medesimo linguaggio correttamente trasmesso.

Il professore, sollevato da un compito singolarmente pesante, è allora in grado di far integrare ai suoi allievi tutte le sottigliezze, tutti gli elementi specifici della lingua di cui è il «portavoce». Su un terreno perfettamente condizionato, potrà trasmettere con agevolezza la cultura e la psicologia che emanano dall’etnia che rappresenta.

Come abbiamo segnalato all’inizio di tale capitolo, non è nelle nostre intenzioni presentare tali tecniche come una panacea. Esse devono certo restare mezzi al servizio della pedagogia, ma esse costituiscono un aiuto indispensabile al professore di lingue moderne.

VI - Il test audio-vocale

Le leggi fondamentali di Tomatis nonché i corollari studiati più sopra fanno apparire la necessità di una conoscenza precisa delle possibilità uditive di ogni persona che desideri studiare una lingua straniera.

Tale misura dell’audizione può effettuarsi agevolmente per mezzo di una batteria di test che fanno appello al contempo direttamente alle facoltà uditive del soggetto e indirettamente, mediante contro-reazione basata sul principio dell’Effetto Tomatis, alle sue possibilità vocali.

Si possono distinguere due sorta d’esami:

  1. - L’esame uditivo

Questo si effettua per mezzo di un apparecchio chiamato «audiometro» (19). Quest’ultimo comprende generatori di suoni, sorta di «diapason elettronici» a frequenze pure, stabili, senza armoniche, e d’intensità misurabile.

I suoni emessi dall’audiometro vanno da 125 Hz (20) a 8000 Hz, di ottava in ottava. Ciascuna delle frequenze presenta un’intensità variabile che può estendersi da -10 dB a +100 dB (21), andando di 5 in 5 dB.

L’esame si effettua per mezzo di una cuffia d’ascolto e di un vibratore. Si procede facendo udire successivamente ciascuna frequenza e notando, per ciascuna di esse, la soglia di acutezza uditiva. Si ottengono così 4 curve, 2 per ciascun orecchio (la conduzione aerea e la conduzione ossea).

Il test così realizzato consente di ottenere una curva di soglie, vale a dire delle soglie minime o, meglio ancora, delle soglie di minimo udibile.

Quando si è così ottenuto un diagramma che mette in evidenza la sensibilità dell’orecchio del soggetto alle frequenze pure, si procede a uno studio della selettività uditiva. Tale test ha per scopo di far conoscere le zone, le bande passanti in cui il soggetto sa effettuare un’analisi perfetta dei suoni ricevuti. Si può sapere così se egli è più sensibile ai suoni gravi, ai suoni intermedi o ai suoni acuti o all’insieme delle frequenze.

Il test di spazializzazione succede in terzo luogo alla ricerca della selettività. Esso consiste nello stabilire da quale lato (destra o sinistra) pervengono i suoni inviati per conduzione ossea. Accade sovente, per le persone che hanno una cattiva spazializzazione, che certe frequenze emesse a sinistra siano udite a destra e viceversa. Gli errori sono allora notati sul diagramma al livello di ciascuna frequenza. I risultati ottenuti indicano la capacità «stereofonica» dell’esaminato.

Infine, uno studio della lateralità uditiva fatto per mezzo di un apparecchio specialmente concepito per tale prova (l’audio-laterometro) consente di determinare l’orecchio dominante del soggetto, quello che assicura il controllo della colata verbale.

Per mezzo dei risultati ottenuti mediante tali differenti esami dell’audizione, si possono allora valutare le predisposizioni dell’individuo nei confronti di una o di più lingue straniere:

    • L’esame vocale

Esso consente di completare la misura delle capacità uditive del soggetto. Effettivamente, secondo il principio della contro-reazione audio-vocale (Effetto Tomatis), l’analisi della voce indica con precisione la maniera di udire corrispondente.

Per un orecchio particolarmente esercitato, l’ascolto della voce parlata può già dare indicazioni assai preziose che possono essere confermate poi mediante analisi strumentali. L’esaminatore può apprezzare il timbro della voce, l’intensità, la modulazione, la lateralità facciale (giudicando se la persona parli a destra o a sinistra), altrettanti elementi che gli indicano le capacità di analisi acustica del soggetto in prova. Una voce ben timbrata, per esempio, emessa con un’intensità sufficiente e che mobilizza il volto destro, indica possibilità importanti di analisi e di controllo del linguaggio.

Come è stato indicato più sopra tali prime indagini concernenti la voce possono essere approfondite mediante esami strumentali fatti su analizzatori panoramici, sonagrafi o per mezzo di un nuovo apparecchio chiamato «fono-integratore». La voce del soggetto registrata è allora decomposta secondo differenti processi che consentono di individualizzare ciascuno degli elementi caratteristici in frequenze, intensità, durata e di ottenere così le caratteristiche spettrali della voce corrispondente, ci si ricorda, a quelle dell’audizione del soggetto.

Tali ultime ricerche non si fanno in realtà che in laboratorio. Test più semplici sono stati messi a punto, quali quelli effettuati per mezzo dell’audiometro e che consentono di avere un’idea precisa delle possibilità d’integrazione uditiva di un individuo nei confronti dell’apprendimento di una lingua straniera.

Ci sia permesso di insistere sull’utilità di tali esami che consentono di evitare spiacevoli errori d’orientamento e per ciò stesso una perdita di tempo considerevole, tanto per il bambino quanto per l’adulto.

Tali test audio-vocali, a nostro avviso, dovrebbero essere applicati sistematicamente prima di ogni apprendimento di una lingua moderna. Risparmierebbero molte mésaventure al futuro candidato linguista dispensandolo dall’ingaggiarsi nello studio di una lingua che non è atto a udire, vale a dire a integrare.

In verità, grazie all’Orecchio elettronico a Effetto Tomatis, gran parte di tali difficoltà si appianano. Effettivamente, non udire una lingua è non possedere la banda passante della lingua che si vuole integrare. Ora, l’Orecchio Elettronico, mediante una preparazione uditiva, comporta una modificazione della curva, un allargamento della banda passante e rende così l’allievo capace di prendere tale o tal altra postura uditiva che deve provocare ipso facto tale o tal altra postura di tutto l’apparato bucco-faringeo.

Il test audio-vocale ha giustamente per scopo di far conoscere come si debba condizionare il bambino perché egli possa poi accedere alla lingua scelta.

In caso di difetto di selettività o di spazializzazione o di lateralizzazione, un trattamento preliminare sotto Orecchio elettronico dovrà essere considerato al fine di levare la barriera costituita dal difetto iniziale. La ripetizione degli esercizi comportando per di più una modificazione profonda e durevole del modo d’ascolto del soggetto lo libera dalla propria inadattabilità uditiva di partenza.

L’agevolezza apportata allo studio si raddoppia di una percezione delle minime sfumature fonetiche della lingua e procura una maggiore perfezione dell’accento.

Test successivi, a intervalli regolari, consentono al soggetto di misurare obiettivamente i propri progressi e all’educatore di correggere le regolazioni dell’apparecchio sino all’ottenimento di una curva uditiva che comporti una pronuncia perfetta.

L’apporto di tali indagini per l’orientamento degli studi di lingue straniere costituisce una delle applicazioni pratiche più spettacolari e anche, occorre ben dirlo, delle più insospettate dell’Effetto Tomatis. È soltanto all’ora attuale che si realizza quanto una misura uditiva sia necessaria prima dello studio di una lingua, allo stesso titolo di un esame della visione prima del pilotaggio di un aereo.

Ci sia permesso, a tale riguardo, di auspicare che l’Orientamento scolastico, di cui nessuno oggi pensa più a discutere la necessità né i benefici, voglia prendere in considerazione l’importanza di far passare agli allievi dei nostri istituti scolastici test audio-vocali preliminarmente allo studio di ogni lingua straniera.

VII – Conclusione

Pervenuti al termine di tale esposizione, o piuttosto di tale esposizione di studi concernenti l’Effetto Tomatis e le sue applicazioni nel campo dell’integrazione linguistica, il nostro vœu il più caro è che il lettore che ha voluto seguirci sino al termine, sia profondamente convinto «che udire» e ben udire sia situato al centro dei problemi del linguaggio e più particolarmente, qui dello studio delle lingue straniere. Crediamo aver sufficientemente insistito su tale punto per non ritornarvi.

Altresì è su una nota di speranza che vorremmo terminare tali pagine, non vi è tanto tempo ancora, si poteva scrivere, parlando della facilità che provano i giovani bambini ad apprendere le lingue straniere: «Tale meravigliosa attitudine decresce abbastanza rapidamente nei dintorni del decimo anno e la maggior parte dei pedagogi o degli psichiatri si accordano per affermare che a partire da 14 anni, un vero bilinguismo non è più possibile». Tale impossibilità, l’Effetto Tomatis ci consente di farne arretrare i limiti.

Non è dunque più escluso, oggi, per un adulto pensare di apprendere un’altra lingua dalla propria al punto di integrarla come la propria lingua materna, tale affermazione, che si poggia su teorie scientificamente stabilite e verificate da una lunga sperimentazione, mette in evidenza il ruolo essenziale dell’audizione nello studio linguistico. Modificando l’audizione di un soggetto, abbiamo detto e ripetuto per tutto tale opuscolo, e imponendogli la curva uditiva tipica «etnica» della lingua che ha scelto di studiare, gliene si assicura, per ciò stesso, l’integrazione.

Se si ammette — e chi ai nostri giorni non comprende ciò — che al di là delle parole di una lingua straniera, vi è tutto un processo di pensiero, tutto un insieme di concetti psico-filosofici che soltanto una padronanza di tale linguaggio altro dal proprio consente di acquisire, si converrà che, assai più che allo studio banale di una lingua, è a una vera entrata in un universo sonoro e psicologico nuovo che invitiamo i nostri lettori.

Léna TOMATIS, Parigi 1965.

Lessico

(1) R. Husson: «Étude expérimentale des modifications éventuelles de la fourniture vocalique sous l’influence de fournitures auditives stimulatrices concomitantes».

Nota presentata dal sig. Pierre P. Grassé.

(2) Alfred Tomatis: «Incidences observées dans les lésions auriculaires constatées chez le personnel de bancs d’essai et les professionnels de la voix».

Bulletin du Centre d’Études et de Recherches médicales de SFECMAS (Nord-Aviation) settembre 1952.

(3) Alfred Tomatis: «Rôle directeur de l’oreille dans le déterminisme des qualités de la voix normale (parlée et chantée) et dans la genèse de ses troubles».

Actualités Oto-rhino-laryngologistes Masson, Parigi 1954, p. 264.

(4) Nota presentata dal sig. Moulonguet.

Estratti dal Bulletin de l’Académie Nationale de Médecine, tomo 141, n. 19 e 20.

(5) Alfred Tomatis: «L’Oreille directrice».

Bulletin du Centre d’Études et de Recherches médicales de la SFECMAS luglio 1953.

(6) Alfred Tomatis: «La dyslexie».

Editions du Centre du Langage, pp. 46-49.

(7) Alfred Tomatis: «Études sur la sélectivité auditive».

Bulletin du Centre d’Études et de Recherches médicales de la SFECMAS - ottobre 1954.

(8) Tale parola è impiegata qui nel suo senso più banale: non significa alcuna adesione a tale o tal altra dottrina etnologica; designa semplicemente l’appartenenza a una collettività linguistica determinata. È possibile che l’orecchio inglese sia congenito presso gli Inglesi come una certa carnagione o un certo comportamento; è possibile pure che esso sia stato «appreso» sotto l’effetto di costrizione d’ordine socio-storico. In André Le Gall - Inspecteur général de l’Instruction publique: «Le redressement de certaines déficiences psychologiques et psycho-pédagogiques, par l’appareil à Effet Tomatis».

(9) Alfred Tomatis: «L’oreille et le langage».

Éditions du Seuil. Collection «Le Rayon de la Science», n. 17-1963.

(10) Charles Bailly: «Le langage et la vie», pp. 94-95.

(11) Pierre Fouché: «L’état actuel du phonétisme français».

Revue des Cours et Conférences. 15 aprile 1937, p. 38.

(12) Wilder Penfield et Lamar Roberts: «Langage et mécanismes cérébraux». P.U.F. 1963, p. 270.

(13) Alfred Tomatis: «L’oreille et le langage».

Nota bibliografica

(14) Nota importante: la distanza che esiste tra il suono fondamentale — inizialmente lo stesso in tutte le lingue e sempre grave — e la banda passante selettiva di una data lingua spiega la differenza più o meno grande tra la riproduzione scritta di una lingua e la sua pronuncia. Tale modificazione è tanto più grande quanto la differenza è più importante: per esempio lo spagnolo, fissato principalmente nei suoni gravi (come vedremo più oltre), si scrive praticamente come si pronuncia, mentre l’inglese presenta un massimo di distorsioni tra il linguaggio parlato e la sua riproduzione scritta.

(15) Nota importante: svilupperemo più oltre cosa s’intenda per «tempo di latenza». Possiamo dire semplicemente qui che si tratta del tempo che impiega un soggetto ad auto-ascoltarsi.

(16) Alfred Tomatis: «Conditionnement audiovocal».

Bulletin de l’Académie de Médecine. Tomo 144, n. 11 e n. 12. 1960, pp. 197-200. Presentazione del professor A. Moulonguet.

(17) Congrès des Professeurs de Langues vivantes «L’électronique au service des langues vivantes».

Conferenza tenuta all’UNESCO l'11 marzo 1960 dinanzi all’Association des Professeurs de Langues vivantes (APLV).

Apparsa nel bollettino dell’Union des Associations des Anciens Élèves des Lycées et Collèges français. Marzo 1960.

(18) E persino modulare le cariche affettive extralinguistiche. Lo studio di tale ultimo punto deborderebbe l’ambito del presente volume.

(19) Apparecchio di test conformato alle norme Tomatis.

(20) Hz = Hertz = ciclo/secondo = unità di frequenza.

(21) dB = decibel = unità d’intensità.

Nota bibliografica

Bailly Charles

  • «Le langage et la vie». pp. 94/95

Fouché Pierre

  • «L’état actuel du phonétisme français – II» Revue des Cours et Conférences - 75 aprile 1937 p. 38

Husson Raoul

  • «Étude expérimentale des modifications éventuelles de la fourniture vocalique sous l’influence de fournitures auditives stimulatrices concomitantes». Nota presentata dal sig. Pierre Grassé Académie des Sciences, seduta del 25 marzo 1957

  • «Modifications phonatoires d’origine auditive et applications physiologiques et cliniques». Comunicazione presentata da A. Moulonguet all’Académie Nationale de Médecine, Bulletin de l’Académie Nationale de Médecine 121° anno, 3° serie, 141, n. 19-20 Seduta del 28 maggio e del 4 giugno 1957.

Le Gall André

  • «Le redressement de certaines déficiences psychologiques et psycho-pédagogiques par l’appareil à Effet Tomatis». Marzo 1961

Penfield Wilder e Roberts Lamar

  • «Langage et mécanismes cérébraux». P.U.F. 1963 p. 270

Alfred Tomatis

  • «Incidences observées dans les lésions articulaires constatées chez le personnel des bancs d’essai et les professionnels de la voix». Bulletin du Centre d’Études et de Recherches médicales de la SFECMAS (Nord-Aviation) settembre 1952.

  • «L’oreille directrice». Bulletin du Centre d’Études et de Recherches médicales de la SFECMAS (Nord-Aviation) luglio 1953.

  • «Rôle directeur de l’oreille dans le déterminisme des qualités de la voix normale (parlée ou chantée) et dans la genèse de ses troubles». Actualités Oto-rhino-laryngologiques - Masson, Parigi 1954.

  • «La sélectivité auditive». Bulletin du Centre d’Études et de Recherches médicales de la SFECMAS (Nord-Aviation) ottobre 1954.

  • «Relations entre l’audition et la phonation». Annales des Télécommunications, tomo I, n. 7-8 Cahiers d’Acoustique, luglio-agosto 1956.

  • «Audiométrie objective: résultats des contre-réactions phonation-audition». Journal français d’Oto-rhino-laryngologie, n. 3 pp. 379-391, Imprimerie R. Gauthier: Lione, maggio-giugno 1957.

  • «Rééducation automatique». École Polytechnique de l’Université de Lausanne, settembre 1958. Annales du GALF (Groupement des Acousticiens de Langue française).

  • «L’électronique au service des langues vivantes». Conferenza tenuta all’UNESCO l'11 marzo 1960. Apparsa nel bollettino dell’Union des Associations des Anciens Élèves des Lycées et Collèges français, marzo 1960.

  • «Conditionnement audiovocal». Bulletin de l’Académie Nationale de Médecine, tomo 44, n. 11 e 12, 1960, pp. 197-200. Presentazione del professor A. Moulonguet.

  • «La voix». Revue musicale - edizione speciale dedicata a «Médecine et Musique» (1962).

  • «L’oreille et le langage». Collection Microcosme - Le Rayon de la Science n. 17 Éditions du Seuil (1963), 192 pagine illustrate.