Trovare la propria voce
Articolo apparso sulla rivista Psychologie nel 1982, a cura di Catherine Dreyfus.
La voce è il riflesso della nostra personalità. Alla luce di tale constatazione, numerosi psicoterapeuti fanno lavorare gli organi vocali dei propri pazienti, per ritrovare il timbro ideale, il suono che piace. Conclusione logica: quando si sta bene nella propria voce, ci si sente bene nel proprio essere — e viceversa.
Da una decina di minuti, i suoni più sorprendenti escono dalla fine giovane donna bruna e ricciuta che, dinanzi a me, ondeggia e gira come un animale sulla traccia di un odore allettante: grugniti di belva sulla pista, canti di sirena, cinguettii di passero, gemiti di gatti sul sentiero dell’amore, accordi di soprano o di baritono… Passa dal grave all’acuto, dall’energia feroce alla dolcezza estrema, con una facilità sconcertante, intercalando il tutto con gemiti rauchi e urtati come singhiozzi. È da darvi i brividi alla schiena.
Margaret Pikes osa andare sino in fondo a sé stessa. Niente della sua voce le è estraneo. Sono più di quindici anni ch’essa la lavora: può trarne praticamente tutto ciò che vuole. Nessuna nota, nessun grido, nessuna emozione le fanno paura. Margaret appartiene al Roy Hart Théâtre, una comunità teatrale basata nelle Cévennes, per cui il suono della voce, indipendentemente persino dalle parole, è lo strumento d’espressione per eccellenza.
Essa fa parte del numero crescente di ricercatori, di terapeuti e di artisti che esplorano tale utensile. Vi vedono, con un gioco di parole che non deve nulla al caso, una via regia della scoperta di sé stessi. Lavorare la propria voce, stimano, niente di simile per assicurare al massimo il proprio sviluppo personale. È uno dei modi più gratificanti per pervenirvi.
Niente di più personale di una voce. Niente di più rivelatore. Si riconoscono, a occhi chiusi, coloro che ci sono cari. Si sente lo stato in cui sono. «Hai una buona voce oggi!» Oppure: «Tieni, che cosa ti succede, hai una strana voce?» Ma reagiamo anche d’istinto, il più sovente senza saperlo, alla voce della maggior parte dei nostri interlocutori. Un timbro, un’intonazione possono trasformare un incontro in disastro o in colpo di fulmine, in negoziazione lampo o in fiasco. Vi sono voci così insopportabili che non si ode nemmeno più il loro proprietario dire: «Passami il sale!» Altre così seduttrici che si resta malgrado sé sotto il fascino. Voci così esitanti, così inaudibili, ch’esse appellano l’aggressione, la catastrofe. Altre così forzate ch’esse si erodono e fanno male. Altre così posate ch’esse impongono da sole il rispetto. L’effetto è tanto più profondo e brutale in quanto resta generalmente inconscio.
Ora suonare con la voce, ciò si impara. Niente in tale campo è fatale: il peggior svantaggio è superabile. Come dice Louis-Jacques Rondeleux, professore di canto e di dizione al Conservatoire national supérieur d’art dramatique di Parigi: «La voce è come uno strumento di musica. La qualità del suono che se ne trae dipende tanto dallo strumento quanto dal musicista — e ancor più, forse, dalla maniera in cui ci si serve.»
La tecnica, indispensabile, non è che una questione di ginnastica. Una volta appresa o ritrovata, essa diviene semplice quanto il camminare. La difficoltà è di assumersi, di lasciare alla voce dire ciò che si è. Di offrirsi il piacere, di prendere il rischio, attraverso di essa, di esprimersi — e talora persino di scoprirsi.
Per emettere un suono, occorre far «vibrare» le corde vocali proiettando su di esse, all’espirazione, l’aria contenuta nella glottide. La nota emessa — il fondamentale della voce — è più o meno acuta o grave secondo la rapidità, la frequenza del movimento. È legata in buona parte alla lunghezza, allo spessore delle corde vocali: ecco perché le voci evolvono con l’età, in particolare al momento della muta, in cui le corde vocali si sviluppano fortemente presso gli uomini. Ma il ruolo dei muscoli della laringe è altrettanto importante: è da essi che dipendono l’estensione della voce e il registro. E cosa di più sensibile alle emozioni della regione della gola e del collo?
Il timbro, lui, si acquisisce al passaggio dell’onda sonora nelle casse di risonanza che costituiscono il faringe (la parte posteriore della gola), la bocca, il naso. E infine l’articolazione: il movimento della lingua, dei denti e delle labbra trasforma il suono in linguaggio. Là ancora, tutto è dato e malleabile. Il corpo intero è uno strumento vibrante; più è libero, più i suoni divengono ricchi e pieni. Si immaginano senza difficoltà le ripercussioni vocali della minima tensione…
A seguito di un conflitto interiore, si può deteriorare completamente la laringe. Un quadro superiore si era così messo in tale stato che era stato necessario operarlo d’urgenza. A seguito di una «promozione», gli si era domandato, oltre a un lavoro già assorbente, di tenere una serie di corsi per i quali non si sentiva affatto preparato. In poche settimane, si era ritrovato afono.
Inversamente, ritrovando la voce e il piacere di servirsene, si possono far sparire lesioni ben fisiche, come noduli sulle corde vocali. È frequente presso i bambini, presso i quali una voce «spaventosa» non fa sovente che tradurre tensioni, uno squilibrio nelle relazioni familiari. Aiutato, il piccolo paziente ritrova non soltanto un timbro più piacevole, una laringe in buono stato, ma un posto più soddisfacente nella sua famiglia.
Generalmente, tuttavia, la laringe è intatta. Se la voce è cattiva, è che ce ne si serve male. Il timbro può essere troppo povero, troppo metallico; la melodia monotona, il flusso troppo lento o troppo rapido, l’intensità troppo debole o troppo forte, il suono nasale; l’effetto d’insieme in contraddizione completa con l’aspetto fisico, la personalità apparente della persona che parla. Meccanicamente, niente di più facile da sistemare: è una semplice questione di ginnastica. Occorre tuttavia che il mentale segua, che si accetti di modificare la propria immagine sonora. È un’altra storia.
L’ABC: la rieducazione fisica
Si ritrova alla base della maggior parte dei metodi di lavoro sulla voce: per ben servirsi di quest’ultima, occorre avere una respirazione libera, che parte dal diaframma, come quella dei lattanti. E una postura corretta, schiena ben dritta, senza curvatura eccessiva dei reni e della nuca. Il soffio, la schiena? Si ritrova proprio là la sede di predilezione di tutte le tensioni. Niente di simile, per bloccare un’emozione, che «pellare» la propria respirazione. O di richiudersi su sé stessi facendo la schiena rotonda. Liberare il proprio corpo è rimettere lo strumento in stato di funzionare, uscire dalle proprie difese posturali. Sovente ciò basta perché si operino trasformazioni spettacolari.
Yva Barthélémy, professoressa di canto, forma soprattutto professionisti. Ma il suo metodo, assicura, è accessibile a chiunque. Esso libera persino i timidi, le vittime di autocensura persuase d’essere «incapaci d’emettere una nota». Il suo segreto? Prima del minimo vocalizzo, vi fa fare tutta una ginnastica della mascella, della bocca, del collo. L’ha messa a punto lei stessa, alla partenza per rieducarsi: aveva perso la voce. Oggi, il lavoro che propone consente, senza rischi, di sviluppare il proprio registro in modo stupefacente. Si utilizza al massimo il proprio diaframma, si allunga la nuca. Si tira fuori la lingua sino al naso o sino al mento, si fanno smorfie da gargolla, si immagina di avere in bocca una palla da tennis che si gonfia, si gonfia, risalendovi il palato. Insomma, si procede a tutta una serie di «dilatazioni interne» che consentono alla laringe di lavorare nella distensione. E che massaggiano in profondità il plesso solare.
Il risultato è perfettamente euforizzante. Sono arrivata al mio primo corso, sfinita da una giornata stressante. Sono ripartita in piena felicità. «Praticato in tal modo, il canto ha risultati stupefacenti sullo stato generale», constata Yva. Senza dubbio perché la ginnastica che propone tocca punti particolarmente sensibili alle tensioni d’origine psicologica: nuca, mascella inferiore, diaframma, plesso solare? Pervenire a distenderli a fondo è già vedere la vita sotto una nuova luce!
Ritrovare il proprio tono
Numerosi medici e psichiatri le inviano del resto pazienti «a terra»: in un nonnulla di tempo, ha fatto loro ritrovare il loro tono, fisico e mentale. «Non è per caso se la voce è posta dove è: tra la testa e il corpo, dice. Essa non può funzionare correttamente se non quando i due sono in armonia. Che l’uno o l’altro prenda la predominanza, tutto si blocca…»
Messa a punto da un attore australiano che diveniva afono in scena, la tecnica Matthias Alexander è paradossale. Per avere una buona voce, essa insegna a non toccarla — a liberare tutto il resto! La sua base è una «ginnastica dolce» in cui il mentale conta quanto il corpo. Vi si impara essenzialmente a «non fare» — a non contrariare i movimenti istintivi del corpo, naturalmente giusti, mediante tensioni inutili. Per parlare, per esempio, si comincia liberando la nuca, lasciando alla testa ritrovare il proprio posto corretto: vale a dire, quando si è in piedi, ben alta senza puntare il mento, la fontanella il più lontano possibile dal sacro. Si liberano le spalle, si allunga, si allarga la schiena al massimo — e tutto si mette a funzionare senza problema, senza sforzo, ivi inclusa la voce.
Per parlare, si ha bisogno di soffio. Si ha tendenza a prenderlo avidamente, a riempirsi i polmoni troppo presto, brutalmente, bloccandosi le spalle e le costole. Il risultato non si fa attendere: la laringe si contrae, la voce si falsa. Nella tecnica Matthias Alexander, si comincia con l’adottare una postura corretta. Ben distesa. Si lascia entrare l’aria tranquillamente, senza fretta, senza forzare il minimo del mondo, senza intervenire. Per esempio, si sta facendo una lettura ad alta voce. Ogni volta che si ha bisogno d’aria, ci si ferma, si attende che i polmoni si riempiano da sé, e si riparte. Ci si distacca completamente dal testo. Assai presto, si scopre di avere abbastanza aria per finire la frase.
Si fanno degli «a» sussurrati, amplificando il suono dell’aria senza dare voce. Il metodo è radicale per vedere tutto ciò che si blocca al di sotto della laringe! Si riprendono tali esercizi in tutte le posizioni: in piedi, ginocchia leggermente piegate, spalle flessibili, dita leggermente poste, senza contrarsi, senza appoggiare, sullo schienale di una sedia. La schiena si allarga allora al massimo, la respirazione si amplifica nella parte bassa delle costole, la voce ritrova la propria piena sonorità risuonando nel torace intero. Si ricomincia a quattro zampe, o sdraiati sulla schiena, gambe piegate… Si fanno pochi vocalizzi: il lavoro è orientato anzitutto sulla vita pratica. Si impara a parlare con agevolezza, a farsi udire. Il segreto? Prima di aprire la bocca, essere pienamente coscienti di sé, del proprio corpo, e di ciò che si può esprimere.
«Quando la mia voce cominciava a erodersi, quando il brusio diveniva intollerabile, racconta Alain Jacques, insegnante, mi sono messo a cessare ogni attività, subitamente, in pieno corso. Mi distendevo, respiravo, lasciavo la mia testa risalire al suo posto… e ritrovavo l’uditorio muto, attento, reso subitamente silenzioso dalla sorpresa! Potevo riprendere con una voce calma, tranquilla…»
Ma i problemi di voce sono sovente complessi, troppo perché un semplice lavoro del corpo, della laringe, della fonazione, basti a risolverli. La voce è allora malata di ciò che si vuole dire e che non si osa esprimere. O di ciò che si rifiuta in sé. Migliorarla è far risorgere il conflitto nascosto con una forza accresciuta. La voce, allora, non può sistemarsi che con un lavoro psicologico in profondità.
Una nuova nascita dall’orecchio
L’orecchio svolge in particolare un ruolo fondamentale nella rieducazione della voce. Alfred Tomatis sostiene che i disturbi della parola si correggono come si creano: dall’orecchio. Secondo tale ricercatore che lavora sulla questione dal 1954, la maggior parte sono di origine psicologica e devono superarsi mediante una «nuova nascita», una «nuova educazione» acustica. Per parlare correttamente, avere un linguaggio ben articolato, un timbro piacevole, occorre una netta predominanza dell’orecchio destro, ch’egli chiama «direttore».
Tali ultimi punti, lo si sospetta, non fanno l’unanimità. Tomatis afferma di averli dimostrati mediante esperienze pittoresche. Egli ha chiesto a un cantante, a un attore professionista, di presentare una parte del proprio repertorio in cui erano particolarmente a loro agio, davanti a un apparecchio che consente di rimandare loro alle orecchie il suono della propria voce, filtrato. Quando i due auricolari funzionano normalmente, nessun problema. Quando il suono perviene soltanto all’orecchio destro, la sonorità, il fraseggio divengono ancora migliori. Le cavie notano esse stesse una facilità accresciuta. Che si lasci loro soltanto l’orecchio sinistro, e patatrac! Perdono tutti i loro mezzi. La voce diviene pesante, grossolana, il ritmo si rallenta considerevolmente, il virtuoso comincia a cantare falso…
L’ascolto, assicura Tomatis, comincia prima della nascita, nel ventre materno. Il buon uso dell’orecchio dipende dalle nostre prime relazioni coi nostri genitori. Un conflitto col padre può produrre un «mancino» uditivo, con tutti i disturbi che ne conseguono: balbuzie, dislessia, cattiva voce e cattiva integrazione al mondo. Un rifiuto della voce materna è peggio ancora: è tutta la comunicazione con l’esterno a essere rimessa in causa, talora sino all’autismo o ai disturbi mentali più gravi. Persino presso i «normali», l’orecchio è estremamente sensibile agli shock psicologici diversi.
Felicemente, esso può ricondizionarsi, ritrovare la propria sensibilità, la propria flessibilità mediante un trattamento adeguato: una sorta di ginnastica sotto cuffia grazie a un apparecchio speciale, l’orecchio elettronico, capace di combattere la pigrizia uditiva senza il minimo intervento della volontà, giocando su tutto un sistema di filtri e di variazioni d’intensità. Vantaggio: si sono così eliminati tutti i «parassiti» che sono progressivamente venuti ad aggiungersi alla voce sotto l’effetto degli inquinamenti sonori ambientali. Ci si ricentra, ci si ritrova, si afferma la propria personalità. Il risultato è probante: il C.E.S.D.E.L. annovera tra la propria clientela numerosi professionisti della voce — avvocati, insegnanti, quadri — che vi acquistano non soltanto un timbro più soddisfacente, ma una nuova sicurezza.
Il «profilo» una volta fissato, si può passare a una fase più creativa: suonare con l’orecchio per trovare, nella propria voce, un’ispirazione nuova. Contrariamente a Tomatis, il C.E.S.D.E.L. non condanna l’orecchio sinistro. Quando esso conduce il gioco, assicurano i suoi animatori, esso mette la nostra immaginazione, la nostra sensibilità ai comandi. L’orecchio destro, lui, è quello della ragione, dell’intelletto: parlargli preferenzialmente è sviluppare, e utilizzare a fondo, tutte le proprie facoltà logiche. Ma cosa fare se si ha la voce tagliata, deformata dall’emozione, una falsa immagine di sé? Non appena un progresso si manifesta, si rischia di rifiutarlo, di rifugiarsi più profondamente in un difetto. La voce non è che un sistema sofisticato di difesa.
Un crocevia tra sé e l’altro
«La voce è un crocevia tra il corpo e il linguaggio, tra il conscio e l’inconscio, tra sé e l’altro», spiega da parte sua Marie-Claude Pfauwadel. Foniatra e medico, ha appena dedicato tutto un libro alla voce, ai suoi disturbi e alla sua rieducazione: Respirer, parler, chanter (Le Hameau). Essa è, per i casi della propria storia personale, di formazione psicanalitica. Ciò non è affatto obbligatorio nel suo mestiere, ma di un’utilità essenziale nella sua pratica. Non comincia tuttavia tutti i «bilanci foniatrici» — gli esami che servono di base alla sua diagnosi — meno mediante un’osservazione attenta della laringe del paziente. Le corde vocali possono essere in tale cattivo stato che un intervento chirurgico s’impone. È raro: la voce è il campo per eccellenza delle affezioni psicosomatiche, dei disturbi funzionali.
Il dott. Pfauwadel ricevette un giorno un’insegnante dotata di una voce di bambina perfettamente insopportabile, acuta, nasale. La paziente non veniva di propria iniziativa, ma su ordine della propria direttrice di istituto. Fa progressi rapidi… e sparisce. Gli appuntamenti erano presi in anticipo: Pfauwadel decide di attendere. La paziente finisce col ritornare, sconsolata: «Giungevo alla vostra porta, non ho potuto entrare. Credo di preferire di tenere la mia voce com’è…» Parlare come una bambina aveva per essa un vantaggio: ciò consentiva di fare l’impasse sulla sessualità. Senza che se lo confessasse, perdere tale difesa le faceva paura.
Affrontare un conflitto, modificare l’idea che ci si è fatta del proprio «destino», a partire dalle proprie esperienze infantili… Lavorando su di essa, si può risalire assai presto al passato. Il ritmo esprime la maniera di situarsi rispetto al mondo: ci si sente o no integrati? L’intensità è collegata al livello di energia. Ricordi assai forti possono sorgere quando vi si domanda di parlare più forte o meno forte di quanto abbiate l’abitudine. La respirazione è assai legata ai comportamenti emotivi. Quanto ai rumori non vocali (raschiamenti di gola, schiocchi di labbra), essi traducono le pulsioni.
Mediante una via differente, Henri Chédorge è imbarcato in un’esplorazione emotiva del medesimo ordine di quella di Magnabosco. La voce umana, dice, è fatta per esprimere la gamma completa dei sentimenti. Gli Antichi non soltanto lo sapevano, ma lo facevano. Esistevano canti, voci per tutte le circostanze della vita. Ciascuno, uomo e donna, utilizzava la totalità dei propri registri: la voce di petto, detta anche «registro virile» (è la più grave), e la voce di testa, denominata per derisione «la voce di falsetto» dal XIXe secolo, quando ci si è messi a rimproverare ai cantanti di non potervi accedere in timbro virile.
Con la rivoluzione industriale e lo sviluppo del potere maschile nella società, tale confusione sonora dei sessi è bruscamente divenuta «tabù», tanto in scena quanto al focolare.
Il canto primordiale
È tale censura che Chédorge si propone di rimuovere, nei propri stage di «canto primordiale», in cui si sforza di rimettere i propri allievi in contatto con le energie primitive, la gioia pura, senza causa, le forze della natura che sono in ciascuno di noi. Come le scuole di canto antico, di cui ha ritrovato i metodi mediante una lunga ricerca documentaria, egli concentra il proprio lavoro sulle zone in cui i registri si incrociano. Ritrovarsi vocalmente bisessuale rappresenta, per numerosi partecipanti, uno shock salutare. Quando l’emozione diviene troppo forte, si passa a un registro più disincarnato, più elevato: un volo verso la più alta delle voci di testa. Si crederebbe d’udire angeli in una cattedrale. Poi si ripiomba in un gioioso concerto di gracidamenti di rane.
«Ricordatevi, dice Chédorge, per salire occorre appoggiare il proprio soffio il più basso possibile; per scendere, non dimenticare di far risuonare la voce in testa.» A esplorare tutti tali estremi, si ritrova il proprio centro. E la stabilità, la sicurezza di sé che consente di lasciar passare tutto nella propria voce, di dire tutto… Taluni si bloccano, hanno paura: Chédorge non forza mai nessuno, non impone alcuna progressione. Ciascuno avanza al proprio ritmo.
Si può infine cercare nella propria voce il piacere puro. Lavorarla per, e mediante, il suo semplice effetto vibratorio. Essa diviene allora l’equivalente sonoro di una sorta di agopuntura, la cui azione è forte sul fisico, sul mentale, sullo spirituale e sul livello di energia. È il caso, tra gli altri, della psicofonia, messa a punto da un’antica cantante, Marie-Louise Aucher, e utilizzata da quasi trent’anni in psicoterapia, in pedagogia e in sviluppo personale.
Alla maternità di Pithiviers, nel servizio del dott. Odent, Marie-Louise Aucher ne estende persino i benefici ai bambini a nascere. Nell’ambito di una preparazione alla «nascita senza violenza», che pone l’accento sull’accoglienza del bebè in dolcezza, organizza corali di futuri genitori. Ciò consentirebbe al feto di godere, nel ventre di sua madre, di una sorta di massaggio sonoro, eccellente per lo sviluppo del proprio sistema nervoso. Ciò rende, in ogni caso, l’ambientazione dell’ospedale particolarmente distesa e calorosa.
Il corpo intero è uno strumento vibrante, dice Marie-Louise Aucher. Ciascuna nota della voce umana, sia che la si emetta o che la si riceva, risuona in un punto particolare che si scaglia, dal grave all’acuto, tra la pianta dei piedi e la sommità della testa. Tali punti sono i medesimi di quelli utilizzati in agopuntura.
Ricevuta, la voce può cullare o aggredire, provocando accumuli di tensione nervosa di cui non ci si può liberare se non esprimendosi a propria volta. Si può gridare, ma meglio cantare! Facendo ciò, ci si «vibra» sé stessi, dall’interno. L’effetto è tanto più benefico in quanto la voce è meglio piazzata. Pervenuti all’ottimo, ci si sentirebbe come avvolti di un bozzolo, totalmente in sicurezza, euforici…
Per ottenere un tale risultato, la psicofonia propone una progressione precisa. Essa presuppone al preliminare una distensione, fisica e mentale, una postura corretta, un lavoro approfondito sulla respirazione. Quanto al lavoro vocale propriamente detto, esso affronta sette «piani d’espressione», dalla semplice posa di voce al canto sacro: «Si sia credenti o no, assicura Marie-Louise Aucher, non vi è nulla che consenta allo spirito di planare più in alto.»
Come spiega un altro pratico del canto sacro, Iegor Reznikoff, i luoghi in cui risuona la voce (testa, gola, petto) sono, nel corpo, gli spazi medesimi della preghiera: per le sue armonie elevate, la voce agisce direttamente sulla coscienza. Cantare rappresenta uno dei mezzi più sicuri, più rapidi per entrare in meditazione, penetrare nel «mondo invisibile» dell’anima, dello spirito.
Si ritrova così la «vibrazione naturale» del corpo, perduta da anni di inquinamento sonoro. Per Reznikoff, dall’invenzione del pianoforte e dei suoi intervalli regolari, tutta la musica è divenuta «falsa». Per anni, si è «lavato l’orecchio» ascoltando soltanto musiche orientali, africane o primitive. Poi ha ricostituito i canti gregoriani quali dovevano essere all’origine. I suoi gruppi di canto sacro, in cui il sanscrito convive con la liturgia cristiana e con la nostra più bella musica di chiesa, attirano fedeli appassionati. «Tale lavoro è per me un complemento essenziale dello yoga», dice uno dei suoi allievi. «Vi trovo lo slancio interiore che mi manca nelle corali ordinarie», dice un’altra. Assistere a un corso, fosse anche solo come uditore, dà in ogni caso una straordinaria sensazione di pace e di distensione. Si è avvolti di vibrazioni, si perde ogni senso dello spazio e del tempo, si plana…
Si può andare ancora oltre, perdersi — o trovarsi? — nei «mantra» che propone lo Yoga del Suono. Non vi sono più che suoni puri, prima del linguaggio, senza salmodia, senza melodia. Niente che le vocali: u (pronunciato ou), a, o, e, e l’infinito dell’«om» che vi trascina non si sa troppo dove, ma in una felicità totale. Sotto la guida di Pierre Molinari, professore d’aikido e di shiatsu (agopuntura senza aghi) formatosi in Giappone, siamo là, seduti in cerchio, a gambe incrociate o sui talloni, schiena ben dritta, occhi chiusi, in postura di meditazione. Il suono ci inghiotte, ci trascina fuori di noi stessi, in un «qui e ora» assoluto.
La semiofonia: occorre intendersi…
Siete installati in un laboratorio di fisiologia davanti a un microfono. Avete una cuffia sulla testa e parlate. La vostra voce passa in un amplificatore e, per i bisogni dell’esperienza, vi ritorna alle orecchie soltanto con un tempo di ritardo. Capo di qualche istante, cominciate a balbettare; presto, non potrete più parlare per nulla, diverrete momentaneamente afoni.
Tale esperienza, tra molte altre, ha messo in evidenza il ruolo dell’orecchio nell’emissione della parola. In termini tecnici, è ciò che si chiama l’anello audio-fonatorio. Per parlare, per emettere suoni, per utilizzare la propria voce, occorre intendersi. È sulla base di tali constatazioni che il dott. Isi Beller ha messo a punto nel 1969 un metodo di rieducazione dei disturbi del linguaggio.
La semiofonia prende il male alla sua radice, al di qua della lettura e della scrittura, della parola e del linguaggio: alla nascita della voce. La questione di base è in effetti: come controllare la propria voce? Beninteso, utilizziamo la sensazione interna che ci trasmettono le corde vocali, la glottide, il faringe, ecc. Ma è soprattutto grazie all’orecchio che possiamo conoscere il timbro, l’intonazione e la potenza della nostra voce.
Nella vita corrente, tale controllo è assai meno raffinato, si fa inconsciamente, quasi a livello riflesso. Abbiamo imparato ad ascoltarci parlare, dapprima imitando l’altro, la madre, il padre; poi realizzando che siamo capaci di produrre suoni identici. Quando disturbi del linguaggio — o della lettura e della scrittura — si manifestano presso un bambino, è il segno che tale controllo primordiale non è stato acquisito in modo soddisfacente. Il metodo semiofonico, invece di cercare, come i metodi classici, di elevare, di far crescere il bambino mediante una pedagogia che consentirebbe malgrado tutto di costruire su fondamenta lesionate, si impiega ad aggirare il sintomo, ad aiutare il soggetto a riapprendere a controllare la propria voce, a intendersi sé stesso, ad ascoltarsi. Una delle tecniche utilizzate consiste nell’aumentare, grazie a un semiofono — una sorta di magnetofono specializzato collegato ad auricolari — la quantità di acuti nella voce. Si è in effetti potuto dimostrare che gli acuti stimolano il centro del linguaggio del cervello.
La semiofonia, utilizzata principalmente per la rieducazione dei disturbi del linguaggio presso il bambino — con una percentuale importante di riuscita —, può aiutare gli attori e i cantanti a trarre il massimo del proprio strumento. Essa consente parimenti a coloro che imparano una lingua straniera di acquisire un buon accento, di entrare nel corpo della lingua.
— Constance Morsi
Cfr. La Sémiophonie, les troubles du langage, la dyslexie, la rééducation sémiophonique, Maloine, 1973.
Vibrazioni sonore e facoltà mentali
Se si trovano «doni di predilezione» corrispondenti a ciascuna cultura europea, sarebbe forse a causa della regione della testa in cui vibrano i fonemi dei linguaggi nazionali, assicura Marie-Louise Aucher.
L’Olandese vibra soprattutto verso l’occipite, dietro la testa, nella parte bassa dell’area visiva. È per questo che vi sono tanti grandi pittori nei Paesi Bassi? Il Tedesco vibra anch’egli dietro il cranio, ma un poco più in alto: alla sommità dell’area visiva. Ciò favorirebbe piuttosto la visione interiore. Donde il grande sviluppo della filosofia concettuale in tale Paese.
L’Italiano sale dritto alla sommità della testa, nella zona della corteccia in cui si situa la coscienza dei piedi. Donde le qualità d’equilibrio, di facilità naturale, di naturale perfetto senza complicazioni mentali di tale popolo?
Quanto al Francese, egli sbocca presso il naso nella zona prefrontale, quella dell’intelligenza, delle scelte logiche e razionalizzate. Per gli Inglesi infine, né problema né doni particolari: sono i soli Europei a inviare il suono direttamente alle labbra, senza la minima risonanza nel cranio, senza il minimo massaggio vibratorio del cervello.
Per saperne di più
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Les plans d’expression: schéma des psychophonie e L’Homme sonore, di Marie-Louise Aucher (Epi, 1982).
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Chansons pour l’enfant à naître (cassette), O.C.L., Atelier de Livry, 14241 Caumont l’Éventé.
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Je me chante, 30 chansons pour la découverte du corps et l’éveil de la personnalité (UNI-DISC UD30 1387).
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Respirer, parler, chanter, di Marie-Claude Pfauwadel (Le Hameau, 1981).
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Trouver la voix, petit guide pratique du travail vocal, di Louis-Jacques Rondeleux (Le Seuil, 1982).
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Alfred Tomatis ha pubblicato tre libri: L’oreille et le langage (Le Seuil, 1963), L’oreille et la vie (Laffont, 1982), La nuit utérine (Stock, 1981).
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La voix, di E. Garde (PUF, Que sais-je?, n. 954).
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L’ombilic et la voix, di Denis Vasse (Le Seuil, 1974). Punto di vista psicanalitico.
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La voix, l’écoute, rivista Traverses n. 24 (1980).
— Catherine Dreyfus, rivista Psychologie*, 1982.*