«Come curare i disturbi del linguaggio»
«Come curare i disturbi del linguaggio» — L'educazione audio-psicofonologica (SON Magazine n. 34, gennaio 1973)
Quinto colloquio della serie Alain Gerber × Alfred Tomatis in SON Magazine. Al n. 34, gennaio 1973, Tomatis dettaglia concretamente il protocollo clinico della cura audio-psico-fonologica per curare dislessia, balbuzie, schizofrenia e disturbi del linguaggio. Cinque tappe: ritorno sonico, suoni filtrati (a partire dalla voce materna registrata), parto sonico, prelinguaggio, linguaggio. Posologia: tre mesi per i casi benigni, un anno per i casi severi, da sessanta a novanta sedute per un dislessico lieve. Tomatis insiste sul termine «educazione» piuttosto che «trattamento», dettaglia la pedagogia della voce materna filtrata a 8.000 Hz, il passaggio progressivo al filtraggio discendente per il parto sonico, l’introduzione prudente della voce paterna (percepita come «violenza» e come «orco della leggenda»), e conclude sulla necessità di coinvolgere tutta la famiglia — compreso il padre, «animale assai difficile da avvicinare» ma sovente portatore egli stesso di una «voce mancina» che bisogna trattare per fissare i progressi dei figli.
Rivista «SON» — n. 34 — Gennaio 1973
L’educazione audio-psicofonologica
Alfred A. TOMATIS: «Come curare i disturbi del linguaggio»
Colloquio raccolto da Alain Gerber
Presentazione
Disturbi dell’audizione, della fonazione, della scrittura, del comportamento: altrettanti incidenti di percorso che possono affliggere un bambino. A tali squilibri, il Professor Tomatis propone un certo numero di rimedi che Alain Gerber espone qui.
Il «cammino sonico ideale»
Secondo Alfred Tomatis, che ha potuto constatare che l’audizione di un essere umano pervenuto a maturità era il frutto di un’evoluzione dalle molteplici tappe, esiste un «cammino sonico ideale» dal quale dipendono strettamente non soltanto il nostro modo di udire, ma il nostro modo di parlare e il nostro modo di leggere.
Dalla comunicazione carnale del feto con l’utero materno agli scambi verbali più fecondi, la pista è ininterrotta, ma è lunga e seminata di insidie. È così ardua, in verità, che, salvo un miracolo, non vi si può procedere senza essere vittima di uno o più incidenti di percorso. L’idea di una maturazione perfetta, senza intoppi né sbavature, è precisamente solo un’idea. Nei fatti, le cose si svolgono sempre altrimenti.
In effetti, la relazione del soggetto con l’ambiente è in ogni periodo della sua evoluzione, e quasi in ogni istante di ciascuno di tali periodi, minacciata di essere turbata, o persino recisa di netto. Sin da prima della nascita, ad esempio, la comunicazione con la madre può essere difettosa. Dopo la nascita, i rischi sono ancora maggiori. La stessa educazione, che pure si fissa lo scopo opposto, contribuisce in larga parte a moltiplicarli.
Qualunque cosa facciate, diceva all’incirca Sigmund Freud ai genitori e agli educatori, è male. Ogni caso pone problemi nuovi per i quali occorre, a tentoni, inventare soluzioni nuove. Questo per parlare solo dei conflitti consci, perché vi sono anche — vi sono soprattutto — conflitti inconsci, tanto più temibili quanto, per definizione, non si lasciano scorgere, se non, certamente, dagli specialisti.
Non occorre tuttavia essere esageratamente pessimisti. Per la maggioranza degli individui, un equilibrio finisce ciò non di meno per stabilirsi attraverso le peggiori difficoltà. Peraltro, con i progressi compiuti dalla medicina e dalla psicologia da un secolo a questa parte, è ormai possibile ridurre taluni disturbi occasionati da relazioni difettose del soggetto con il proprio ambiente.
Il campo d’azione dell’Audio-Psico-Fonologia
Il Professor Tomatis, da parte sua, si è attaccato a quelli che colpiscono il circuito dell’audizione e della fonazione: certi tipi di sordità, taluni disturbi del linguaggio (la balbuzie tra gli altri) e della lettura, poiché, secondo lui, la dislessia trova la propria origine in una cattiva audizione (a sua volta determinata da una comunicazione deficitaria con l’ambiente, il padre in particolare). Tutti questi incidenti, evidentemente, sono essenzialmente psicologici, ed è ciò che consente di porvi rimedio senza alcun intervento medicamentoso o chirurgico.
Pedagogia piuttosto che trattamento
Il trattamento proposto da Alfred Tomatis consiste nel far percorrere al paziente il cammino ideale che avrebbe dovuto seguire dalla propria concezione. Egli utilizza a tal fine l’Orecchio Elettronico, che abbiamo presentato nel nostro numero 30. «Sono restio dinanzi al termine “trattamento”, precisa. Preferisco che si parli di pedagogia. Lo è, poiché si tratta di venire in aiuto a un soggetto prigioniero di una certa immaturazione e che, in un certo qual modo, è rimasto in panne nella propria evoluzione. Non vi è nulla da “curare”, occorre soltanto risvegliare un certo numero di potenzialità che non sono state ancora sfruttate. Non si può dunque neppure parlare di rieducazione: è proprio di “educazione” che si tratta — per quanto si possa considerare l’esistenza come un’educazione permanente. Aiutiamo l’individuo a raggiungere il livello al quale potrà vivere al massimo delle proprie possibilità.»
Le cinque tappe del metodo
L’apparecchiatura elettronica di cui dispone, nonché i numerosi montaggi che essa consente, danno al Dottor Tomatis la possibilità di far rivivere alla propria giovane clientela l’evoluzione sonica ideale di cui i suoi lavori hanno permesso di determinare la traiettoria.
Brevemente, il metodo consiste, prendendo appoggio sul fatto che esiste già una comunicazione tra il feto e la madre, nel suscitare nel soggetto il desiderio che tale comunicazione si prolunghi dopo la nascita, prima con la madre, poi con il padre, e infine con la società tutta. L’itinerario comincia nel «dialogo» dell’embrione con l’utero (dialogo che, nei fatti, può esso stesso essere indigente, il che obbligherà il praticante a riprendere tutto da zero) e si conclude sull’inserimento del soggetto nel contesto sociale (inserimento che, a sua volta, è all’origine di un itinerario, molto più personale questo).
Le differenti tappe che lo caratterizzano possono essere ricreate in laboratorio, grazie all’Orecchio Elettronico. Si distinguono così cinque stadi principali nel metodo che utilizzano tutti i centri che, in Francia o all’estero, si richiamano a Tomatis. Per facilitare il proprio compito, nonché quello dei propri collaboratori, egli ha conferito loro dei nomi:
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Ritorno sonico
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Suoni filtrati
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Parto sonico
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Prelinguaggio
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Linguaggio
Ma ha cura di sottolineare che tale terminologia «non ha valore se non per l’uso che ne fanno gli utilizzatori dell’Orecchio Elettronico».
Posologia e organizzazione delle sedute
Secondo la natura dei disturbi, si insiste più particolarmente su tale o talaltro episodio dell’educazione audio-vocale, ma in tutti i casi è una stessa tecnica a servire da base al percorso intrapreso. Quest’ultimo, precisa Tomatis, «verterà su un trimestre nei casi benigni, su un anno nei casi severi. Restano, beninteso, casi particolari che è impossibile dirigere nel tempo con precisione. Tuttavia le norme che ho appena enunciato si rivelano valide nella grande maggioranza dei casi. La soluzione più favorevole consiste nel prevedere quattro sedute di mezz’ora al giorno, per quindici giorni, poi una o più impulsioni di 32 sedute (4 sedute di mezz’ora per 8 giorni) distanziate di 3 o 4 settimane.»
Per i bambini che risiedono lontano dal centro, è preferibile prevedere di restare sul posto per il tempo dell’educazione. D’altra parte, per quanto concerne gli istituti scolastici dotati di laboratori d’espressione che applicano queste tecniche, le sedute sono quotidiane, con un’interruzione di uno o due giorni a fine settimana. Qualunque sia la soluzione adottata, è molto importante vegliare a che il ritmo delle sedute sia osservato rigorosamente.
I suoni filtrati a partire dalla voce materna
Lo si è detto a più riprese, per Tomatis il bisogno di comunicare si elabora quando il bambino è ancora nel ventre di sua madre. A quell’epoca, il suo ascolto è caratterizzato dal fatto che esso si esercita in ambiente acquatico, poiché egli stesso è immerso nel liquido amniotico.
Ora, è possibile, facendo passare il suono attraverso filtri elettronici, realizzare artificialmente un’audizione simile a quella percepita nel liquido amniotico. I «suoni filtrati» sono un’applicazione diretta di tale principio. Essi ricollocano il soggetto che li ode nelle condizioni della propria vita intra-uterina e risvegliano in lui il desiderio «della relazione più arcaica, quella con la madre».
In generale, tali suoni filtrati si fabbricano a partire dalla voce materna, che è uno dei principali «rumori» che l’embrione percepisce. Come si procede? Si comincia chiedendo alla madre di leggere, per mezz’ora, un racconto che, secondo lei, sia suscettibile di far piacere al soggetto. La si registra allora in condizioni che devono consentire, in vista del filtraggio, la conservazione delle frequenze acute. È essenziale effettuare tale operazione su un apparecchio di buona qualità, professionale o semi-professionale per quanto possibile, lineare fino a 15.000 hertz. Successivamente, in laboratorio, si filtrano oltre gli 8.000 hertz i suoni della voce materna e si fa un montaggio che consentirà, precisa l’inventore del sistema, «di reimmergere l’orecchio nelle condizioni di un vissuto lontano, il più antico che gli sia stato possibile percepire».
L’uso della voce della propria madre del bambino in trattamento è indispensabile alla riuscita di quest’ultimo. «Tuttavia, nota Tomatis, nei casi di adozione che suscitano, come è noto, tanti problemi affettivi, ci è accaduto di registrare la voce adottiva e di provocare la rievocazione sonora intra-uterina a partire da tale voce. Abbiamo sovente ottenuto risultati sorprendenti che ci hanno permesso di far scomparire in gran parte le tensioni e i blocchi esistenti tra la madre adottiva e il bambino adottato.»
Cosa avviene tuttavia, allorché, a seguito di un divorzio o di un decesso, è impossibile ottenere la collaborazione della madre o di chi la sostituisca? Si ricorre allora alla musica filtrata, ma tale sostituzione pone un certo numero di problemi, perché l’esperienza mostra che non tutte le musiche comportano le medesime reazioni. Alfred A. Tomatis ha constatato, ad esempio, che «i temi musicali sono tanto più efficaci quanto più sono ricchi di acuti e si avvicinano ai ritmi mozartiani o ai canti gregoriani», ma riconosce altresì «che vi sarebbe molto da dire e molto da fare sulla scelta delle modulazioni da filtrare»: musicologi e psicologi sono cordialmente invitati a mettersi all’opera.
Dal fastidio alla beatitudine
Il numero di sedute dipende in larga parte dal caso trattato. Possono bastare da sessanta a novanta sedute di mezz’ora per un dislessico lieve. Per un schizofrenico, per contro, occorre prevedere una serie di 60 sedute, seguita da più serie di 30 sedute, ripartite su almeno un anno.
Il periodo dei suoni filtrati prosegue sino a che il soggetto accetti con piacere la comunicazione. Durante le sedute, il bambino è invitato a giocare; gli si propone di disegnare, di ricostituire dei puzzle. Perché incoraggiarlo a un’attitudine ludica? Affinché egli non opponga resistenza a quella sorta di decondizionamento del quale sta beneficiando a sua insaputa.
Taluni soggetti, all’inizio, rifiutano sistematicamente l’ascolto dei suoni materni. Pretendono che tale voce li infastidisca, o la paragonano a un’ape sempre lì vicino al loro orecchio, pronta a pungere… Poi viene il tempo della beatitudine: «il desiderio di ascoltare si manifesta in tutto il comportamento del bambino che si risveglia, si agita, vuole comunicare, è preso da un immenso desiderio di vivere e di esteriorizzarsi, come se quella memorizzazione sensoriale gli consentisse di ritrovare un passato ancora vergine di tutti i condizionamenti della vita, di tutti gli affanni vissuti. Si potrebbe così credere che tutto si dissolva, come se vi fosse cancellazione dei blocchi che hanno confinato il bambino nella scomoda situazione in cui si trova da allora».
Il parto sonico
È dopo un certo numero di sedute di suoni filtrati che l’operatore effettua il «parto sonico» al quale abbiamo fatto allusione a diverse riprese nei nostri numeri precedenti. Si tratta, come è noto, di far passare il soggetto dall’audizione in ambiente acquatico all’audizione in ambiente aereo. A tal fine, nel corso di una seduta, si fa discendere il filtraggio della voce materna da 8.000 a 100 hertz.
Tale fase consente segnatamente di riequilibrare «tutti coloro che non hanno potuto ritrovare nel momento voluto, all’altro capo della comunicazione, la voce della loro madre», taluni prematuri, ad esempio, o bambini che sono stati ospedalizzati quando erano ancora neonati. Grazie ad essa, il soggetto potrà «rivivere o vivere in qualche seduta quel momento cruciale della propria esistenza umana nel corso del quale avrebbe dovuto nascere al mondo per mezzo della propria relazione materna».
Il prelinguaggio e l’incontro con il padre
Sino a qui, il bambino è rimasto passivo. Dopo il parto sonico, comincerà la fase attiva. Questa volta, ci si attaccherà a poco a poco al disturbo stesso. Nel caso di un disturbo del linguaggio, ci si sforza di far nascere e poi di eccitare nel soggetto il desiderio di entrare in comunicazione verbale con l’ambiente. «Abbandonando il monologo passivamente assorbito nelle condizioni precisate sopra, scrive Tomatis, dirigiamo il giovane preposto alla comunicazione verso la vita sociale. La relazione materna che sembrava a senso unico, poiché emanata dalla sola madre, lascia il posto nel bambino al desiderio di elaborare il dialogo.»
Tale dialogo, il bambino cercherà soprattutto di stabilirlo con il padre, il quale, per il bambino, è l’altro — «si intenda, precisa Tomatis, l’altro rispetto alla madre». Poiché tale è la regola: a livello inconscio, il bambino non si distingue mai del tutto da colei che lo ha portato in seno e lo ha messo al mondo, mentre incontra immediatamente il padre come un terzo, come il più prossimo degli stranieri. Alfred Tomatis ha recepito tali lezioni della psicoanalisi più attuale, e ha tentato di metterle in pratica.
All’inizio, faceva udire direttamente al soggetto la voce paterna, ma tale metodo provocava reazioni negative estremamente marcate nei suoi giovani pazienti. «Non si passa così facilmente dal linguaggio della madre, che è un linguaggio davvero specifico, al linguaggio degli altri. Tale penetrazione del terzo è risentita come una vera violenza dal bambino. Non è troppo dire che la presentazione della voce del padre, per taluni bambini, significhi l’incontro con l’orco della leggenda, con l’indesiderabile, con l’avversario. Anche le sedute di voce paterna rischiano talora di finire male. Si assiste a reazioni aggressive molto spettacolari; il bambino si arrabbia, piange, gli auricolari volano all’altro capo della stanza!»
«È appassionante vedere come l’iniezione della voce paterna sia uno dei rivelatori più straordinariamente esplosivi. Il suo valore informazionale è considerevole. Essa riflette l’immagine che il bambino si fa del proprio padre. È molto significativa in particolare nel bambino mancino, che, per definizione, è quello che rifiuta la destra, il padre, il Verbo. Comodamente installato nella sua relazione unica con la madre, il bambino rigetta deliberatamente la voce del padre, quel trait d’union con l’ambiente, quella rampa di lancio verso l’esterno che deve condurlo verso una liberazione che egli rifiuta.»
Per evitare tale genere di resistenza al trattamento, si inizierà questa fase con un certo numero di sedute di musica filtrata che, immergendo il bambino in un bagno sonoro che lo lava delle proprie angosce, lo prepara a un incontro acustico più sereno con il padre.
Il linguaggio e l’incontro con sé
La fase successiva consente che si compia l’ultima tappa del cammino sonico ideale. Allo stadio precedente, il soggetto è stato preparato a incontrare l’altro (l’universo sociale), il padre. Questa volta si tratta di portarlo a incontrare sé stesso, ovvero ad accettarsi. Con differenti mezzi (tra cui ancora una volta l’audizione di musica filtrata), si rafforzeranno gli autocontrolli che garantiscono un buon adattamento dell’individuo alle proprie realtà e alle condizioni di esistenza imposte dall’ambiente.
Come si può immaginare, quest’ultima fase esige, ancor più della precedente, una partecipazione attiva del bambino. Al dislessico, ad esempio, si chiederà di leggere ad alta voce.
I risultati osservati
Allorché il programma giunge a termine, i disturbi (dell’audizione, della fonazione, della scrittura, del comportamento, ecc.) sono scomparsi, o quanto meno sono stati ridotti in proporzioni considerevoli. Peraltro, lo stato generale migliora sensibilmente, soprattutto sul piano psicologico. I risultati ottenuti, nota Alfred Tomatis, «si manifestano in particolare con una maggiore stabilità del comportamento, una perdita dell’aggressività, un sonno più calmo, più profondo, senza incubi, una normalizzazione dell’appetito, l’apparizione di un’euforia sino ad allora sconosciuta.»
«Il bambino diviene gioioso, felice di vivere. Sul piano scolastico, l’organizzazione del lavoro diviene più agevole. Si nota un migliore rendimento globale per aumento dell’attenzione, del potere di concentrazione e per un’ampliazione della memoria.»
Nei dislessici tutto particolarmente, ma anche in altri tipi di bambini, «la lettura è più fluida, condotta con voce tonica e sostenuta da una buona intelligibilità del testo. Gli errori d’ortografia scompaiono a balzi successivi. Sul piano dell’espressione, si nota altresì una maggiore padronanza delle idee, che comporta un miglioramento delle prestazioni di redazione. La recitazione dei testi, prosa e poesia, si compie con scioltezza. La pagella scolastica rivela buoni voti in storia, geografia, scienze naturali. Le nozioni temporo-spaziali che si introducono parallelamente alla cristallizzazione della lateralità destra spiegano l’enorme progresso realizzato dal bambino nel dominio del calcolo e della matematica.»
Di colpo, è l’ambiente a trovare di riflesso un beneficio da tale percorso audio-vocale. A sua volta, la cellula familiare è euforizzata, la sua angoscia collettiva scompare e lascia il posto al calmo. «La tempesta, scrive Tomatis, è ormai allontanata, e mentre il bambino si apre, fiorisce, diviene chiacchierone, si interessa a ciò che lo circonda, fa parte della propria presenza, della propria esistenza, l’equilibrio familiare si ristabilisce.»
La partecipazione dei genitori
Alfred Tomatis non nasconde di aver bisogno dei genitori — della loro comprensione e persino della loro collaborazione diretta — per condurre a buon fine la propria impresa educativa. Per cominciare, chiederà loro di dar prova di pazienza, di non tentare di forzare il bambino, di non misurare i suoi progressi soltanto, come si fa sovente nelle famiglie dei dislessici, alla stregua dei risultati scolastici. Poi cerca di farli intervenire in maniera più attiva.
Durante il periodo dei suoni filtrati, ad esempio, la madre non deve accontentarsi di prestarsi alla registrazione della propria voce, indispensabile al trattamento. Ella deve esercitare con il proprio atteggiamento verso il bambino una funzione di regolazione sull’affettività e sul comportamento di quest’ultimo. Tale fase del trattamento, in effetti, è critica: poiché il duo d’amore, che si stabilisce o si ristabilisce tra il soggetto e sua madre, è intercalato da scene sovente violente, a causa delle reazioni eccessive del bambino, che ora si mostra troppo affettuoso ora esageratamente vendicativo, come se volesse «liquidare un passato di cui rende la madre l’unica responsabile».
Da tutti questi turbamenti, tuttavia, sorgerà la serenità, se la madre ha l’intelligenza e la forza di controllare le proprie reazioni. «L’atteggiamento che le consigliamo, precisa Tomatis, è di sopportare con il sorriso quel momento un po’ sgradevole, senza reagire alle battute e alle provocazioni ripetute del bambino. Ogni intervento troppo brutale bloccherebbe in effetti, in larga parte, l’evoluzione del bambino, con nuovi ripiegamenti di quest’ultimo, che si trova colpevolizzato. L’esperienza ci ha dimostrato che tutte le scariche affettive che si esprimono durante questo periodo sono lasciate cadere inconsciamente. Esse sono anzi sovente necessarie al buon andamento dell’educazione intrapresa. Esse sembrano, nelle loro manifestazioni, proporzionate all’importanza che il bambino ha attribuito nel proprio inconscio alle cause stesse dei propri blocchi.»
«Successivamente, occorrerà convocare il padre, al fine di metterlo al corrente dei problemi relazionali e delle loro ripercussioni nella costellazione familiare.» Occorrerà altresì «fargli prendere coscienza dell’aiuto considerevole che sarà in grado di apportare accettando quel ponte linguistico che è il dialogo». In effetti, «l’incontro del bambino con il proprio padre rimane un elemento essenziale della comunicazione sociale. Esso è difficile da realizzare. Esige, da parte del padre, una grandissima disponibilità, un’apertura, un’ampia comprensione dello psichismo del bambino».
Quando è la famiglia a resistere
Se Tomatis è giunto a tali conclusioni, è perché ha avuto bisogno di comprendere un certo numero di eventi che si producevano durante le sedute. Così, egli registrava in numerosi casi, da parte dei bambini trattati, resistenze che si manifestavano soprattutto a livello del comportamento alimentare: il soggetto rifiutava di mangiare o divorava tutto quanto si presentasse. All’inizio, credette che si trattasse di reazioni ostili emananti dal bambino stesso. Ma ben presto si accorse che in realtà era la famiglia a resistere, e non il bambino.
Naturalmente, tali resistenze sono il più delle volte inconsce, ma non per questo sono meno efficaci, al contrario! È così che il praticante è portato a vedere in consulto madri che gli conducono il loro bambino e che tuttavia, nel più profondo, nel più oscuro di sé stesse, non desiderano che egli guarisca, perché il loro inconscio trova un interesse nello stato che il loro conscio deplora. In tal caso, non si può pervenire a un risultato se non trattando dapprima la madre o parallelamente al bambino.
«Inoltre, osserva Alfred A. Tomatis, viviamo fenomeni di empatia. L’individuo angosciato semina l’angoscia intorno a sé. Un bambino non può conquistare il proprio equilibrio se vive con persone che non sono esse stesse perfettamente equilibrate. D’altra parte, ho potuto constatare che le tensioni che nascevano da tali squilibri formavano esse stesse ostacoli alla comunicazione: mai un bambino parla a un adulto angosciato. Guardate intorno a voi: a tavola, in una famiglia, quando il padre ha importanti preoccupazioni, tutti vorrebbero che qualcuno aprisse bocca, ma nessuno riesce a parlare. Ecco perché non ci basta incontrare le madri: ci occorre altresì la cooperazione del padre.»
Il padre, «animale assai difficile da avvicinare»
«Il guaio è che non lo si sposta facilmente! Il padre è un animale assai difficile da avvicinare», dice Tomatis. Perché? Nel caso preciso, perché egli sa confusamente, a livello inconscio ancora una volta, di essere coinvolto al primo stadio nei disturbi del proprio figlio, in particolare se si tratta di disturbi del linguaggio. «È lui, osserva Tomatis, ad essere portatore del Linguaggio. È lui ad essere investito del Verbo. Sa di essere in causa, sia perché non ha voluto dare il linguaggio, sia perché si sente incapace di farlo, sia — ed è il caso più frequente — perché è oscuramente geloso del proprio figlio e non tiene a fornire armi a un rivale favorendo il trattamento delle sue insufficienze.»
Per ottenere il concorso dei padri, Tomatis e i suoi collaboratori usano sotterfugi: fanno loro comprendere che è arrivato il momento in cui la loro collaborazione è divenuta assolutamente indispensabile. Se ciò non basta, ricorrono allora ad argomenti meno nobili, ma sovente più decisivi: spiegano loro che senza di essi il trattamento durerà molto più a lungo e che la parcella aumenterà di conseguenza!
«Ne conosco pochi, osserva Tomatis sorridendo, che resistono a tali argomenti! Per facilitare loro il compito, abbiamo organizzato sedute il sabato e la domenica. Allorché accettano sinceramente di collaborare con noi, si raggiunge lo scopo prefissato molto rapidamente. La riuscita dell’impresa è assicurata.»
La famiglia «modello» dai quattro figli a pezzi
«Talvolta ci accorgiamo che i disturbi registrati nei bambini sono conseguenza di disturbi di cui soffre il padre. Conviene dunque persuadere quest’ultimo a farsi seguire a sua volta. Le citerò il caso assai significativo di una famiglia di quattro figli. La coppia formata dai genitori era un vero modello: intesa, intelligenza, ecc. E tuttavia, i quattro figli erano tutti a pezzi. Tutti erano mancini. Uno era affetto da una balbuzie straordinaria, un altro era bloccato in maniera tale da passare per debole mentale, e via dicendo… Tutti e quattro presentavano gravi disturbi del linguaggio o del comportamento; tutti e quattro, peraltro, erano estremamente dotati. Mi è occorso moltissimo tempo per tirarli fuori. Vi sono infine riuscito, dopo ogni sorta di peripezie, ma tutti gli anni ero obbligato a impartire un trattamento globale a questi bambini per fissare i vantaggi ottenuti dal percorso educativo. E ciò finché non ho preso il padre stesso in trattamento!»
«Quell’uomo era ragguardevole: aveva stupefacenti qualità. Ma nel contempo aveva quella che io chiamo una “voce mancina”, ovvero una voce mal collocata. Servendo da modello alla propria progenie, aveva “sinistrato” tutti: di qui i disturbi presentati dalla famiglia, poiché, come lei sa, per essere in perfetta salute fisica e mentale, bisogna essere destri… fino alla sinistra! Da quando lo seguo, i miei interventi annuali sono divenuti inutili. Ciò mostra abbastanza quale responsabilità possa avere il padre, persino un padre modello come questo, in certe deficienze che affliggono i propri figli.»
L’individuo è malato «con» e soprattutto «per» mezzo degli altri
Ciò mostra altresì che un gran numero di persone è segretamente coinvolto nella malattia di una sola. Bisogna chieder conto non soltanto al padre e alla madre, ma ai parenti più lontani, agli amici, ai vicini, alla scuola, allo Stato, alle istituzioni in generale. L’ambiente, in effetti, è tutto ciò, ed è l’ambiente nella sua totalità che bisognerebbe trattare per far le cose come si deve. Non appena si tratta di psicologia, non si può più parlare di malattia individuale. L’individuo è malato con e soprattutto per mezzo degli altri. In un certo modo, si può dire che è malato della società. Il terapeuta è dunque posto dinanzi a un compito infinito che, per di più, gli vale l’ostilità di una collettività poco frettolosa di riconoscere i propri torti. Deve egli per questo soccombere allo scoraggiamento?
Certo no, e l’avventura di Alfred Tomatis è lì a testimoniarlo. A poco a poco, egli ha prolungato il proprio raggio d’azione, esteso la propria influenza, assicurato la penetrazione del proprio bisturi d’idee nuove nel corpo sociale. L’altro ieri faceva accettare alle madri l’idea rebarbativa che esse erano coinvolte nei disturbi dei propri figli; ieri era la volta dei padri; oggi si attacca ai medici e agli insegnanti. La strada è ancora lunga, perché non ha fine, «ma, dice egli, non ho fretta. Se vi è una cosa che questo mestiere mi ha insegnato, è proprio la pazienza. La pazienza e la speranza.»
Posto di questo colloquio nella serie
Questo colloquio è il quinto di una serie di quindici pubblicata mensilmente da Alain Gerber sulla rivista SON Magazine dal settembre 1972 al dicembre 1977. Per il sommario completo e l’accesso agli altri colloqui, si veda l’articolo-madre della serie.
Fonte: Alain Gerber, «L’éducation audio-psychophonologique — Alfred A. Tomatis: Comment soigner les troubles du langage», SON Magazine n. 34, Parigi, gennaio 1973. Digitalizzazione: Christophe Besson, giugno 2010.