«L'orecchio destro: il più importante» (SON Magazine n. 39, giugno 1973)
Decimo colloquio della serie Alain Gerber × Alfred Tomatis in SON Magazine. Al n. 39, giugno 1973, Tomatis esplora in profondità la lateralizzazione uditiva e dimostra la superiorità funzionale dell’orecchio destro. L’asimmetria dei due nervi ricorrenti (il sinistro compie un’ansa sotto l’aorta, molto più lunga del destro) impone un ritardo neuronale misurabile da 0,05 a 0,40 secondi — oltre 0,15 s, il soggetto è sempre balbuziente. Tomatis identifica l’orecchio destro come vettore del Padre e del Verbo («Padre = Verbo = Destra»), spiega perché i mancini hanno lunghezze d’onda da 35 a 140 metri che li tengono «in esilio dal proprio stesso verbo», e racconta dell’attore guarito dalla balbuzie in qualche secondo dopo l’estrazione di un tappo di cera nell’orecchio destro.
Rivista «SON» — n. 39 — Giugno 1973
L’orecchio destro: il più importante
Alfred A. TOMATIS
Colloquio raccolto da Alain Gerber
Perché due orecchi?
Alain Gerber: Professore, nel corso dei vari colloqui che abbiamo avuto, lei ha sovente insistito sul fatto che vi fosse una «buona orecchio»: quella destra. Può dirci di più su tale argomento?
Alfred Tomatis: In ogni tempo, ci si è domandati nella storia degli uomini perché vi fossero due orecchi. Il filosofo Zenone diceva, non senza un certo cinismo, che avevamo due orecchi e una sola lingua per poter udire due volte più di quanto parlavamo. Si sbagliava, perché in effetti abbiamo due lingue, saldate nella parte mediana. Così come abbiamo due bocche: osservi attentamente un adulto, si accorgerà che parla o con la parte destra (la bocca destra) o con la parte sinistra (la bocca sinistra) della bocca.
A. G.: Allo stesso modo in cui abbiamo due cervelli, corrispondenti ciascuno a uno dei due emisferi…
A. T.: Esattamente. Abbiamo due occhi, due narici, due braccia, due gambe, due cervelli, ecc. Abbiamo anche e soprattutto due laringi, ed è l’essenziale nella questione che ci occupa.
L’orecchio direttore — osservazione dei cantanti
A. G.: E ogni volta si può osservare una differenza tra gli elementi della coppia?
A. T.: Per le orecchie, ad esempio, ci si è applicati a determinare l’angolo di spostamento del suono rispetto a ciascuna di esse. Ci si è chiesti se tale sistema bipolare non fosse destinato a consentire un ascolto stereofonico, ecc. Fatto sta che, quando ci s’interessa al linguaggio, ci si accorge che in tutto quanto è riproduzione di suoni le due orecchie funzionano differentemente. Taluni dicono oggi che l’orecchio sinistro lascia passare meglio la musica che il destro; altri non sono d’accordo. Sono persuaso da parte mia che dall’istante in cui diveniamo musicisti, solo l’orecchio destro si “accenderà”.
A. G.: Lei se n’è reso conto, credo, a partire da osservazioni su cantanti professionali?
A. T.: In effetti, sono partito dall’esperienza concreta dei vocalisti, poi un po’ più tardi degli strumentisti. Manifestamente, tali persone avevano un orecchio «direttore». Quando imponevo loro un’orecchio sinistro, sperimentavano difficoltà, sovente enormi, nella padronanza della loro arte. Per contro, con un’orecchio destro, tutto andava sempre molto bene. Il soggetto si controllava persino molto meglio. Mi sono accorto poco dopo che quanto era vero per il canto e per la musica era altresì vero per il linguaggio.
L’asimmetria dei due nervi ricorrenti
A. G.: Ma come spiegarsi ciò?
A. T.: Talune ricerche, non le mie, si sono orientate sulla corteccia. Si è cercato di vedere in che cosa potesse mai consistere la differenziazione dei due cervelli. Si è pensato che uno fosse più irrorato dell’altro (il sinistro), che i loro pesi fossero differenti, che non fossero chimicamente identici. Ma gli esami non hanno dato nulla. E non hanno dato nulla, perché non vi è nulla da trovare in tale direzione.
A. G.: Allora?
A. T.: Allora, la soluzione è più semplice di così. Le due orecchie sono differenziate perché le impulsioni che partono dal cervello non possono ripercuotersi, per la produzione di un suono, se non a livello della laringe, della quale l’essere umano ha fatto il proprio strumento di comunicazione privilegiato. Ora, a livello della laringe vi è asimmetria, ed è precisamente per ciò che le due orecchie sono divenute asimmetriche.
A. G.: Ma quell’asimmetria nella laringe, da dove proviene?
A. T.: Semplice questione di anatomia! Il primo punto da considerare è l’asimmetria inerente ai due nervi ricorrenti, in ragione della quale il cammino degli influssi neuronici non beneficia di un tragitto della medesima lunghezza a destra e a sinistra.
A. G.: Cosa sono esattamente i nervi ricorrenti di cui lei parla?
A. T.: Sono le due branche dei nervi vaghi. Hanno una medesima destinazione: la laringe, ma vi pervengono adottando itinerari totalmente differenti. Mentre il ricorrente destro si dirige verso la parete destra laringea dopo aver incrociato dal basso l’arteria succlavia destra, il ricorrente sinistro, più lungo del destro, si immerge nel torace fino al livello dell’aorta, fa un’ansa sotto quest’ultima e parte in direzione verticale ascendente a raggiungere il lato laterale sinistro della laringe.
Il ritardo neuronale misurabile
A. G.: Quali sono le conseguenze di ciò?
A. T.: Il tempo delle impulsioni neuroniche è differente. Nel circuito di auto-ascolto, che lega dunque la laringe all’orecchio, uno dei nostri orecchi è più prossimo agli organi fonatori dell’altro: si dà il caso che sia il destro. Se utilizza il sinistro, interverrà un elemento di ritardo, misurabile. Esso varia evidentemente con gli individui, ma può coprire tra 0,05 e 0,40 secondi. A partire da 0,15, il soggetto è sempre balbuziente.
Nel circuito audiofonatorio normale, vi sono cinque tappe: orecchio destro, centro uditivo del cervello sinistro, centro motore laringeo del cervello sinistro, muscoli della fonazione, tragitto bocca / orecchio destro. Nel circuito che parte dall’orecchio sinistro, ve ne sono sei, perché dall’orecchio sinistro si passa al centro uditivo del cervello destro, e solo allora, per raggiungere il centro motore laringeo del cervello sinistro, è indispensabile un trasferimento al centro cerebrale sinistro. È tale trasferimento a costituire l’elemento di ritardo. In sintesi, l’orecchio destro, per la sua innervazione, è molto più prossimo all’informazione.
Padre = Verbo = Destra
A. G.: Cosa significa questo?
A. T.: Bisognerebbe qui riprendere tutto quanto le ho già detto a proposito della nascita del linguaggio. In breve, il bambino comunica dapprima con sua madre, e ciò sin da prima della nascita. A questo stadio, non vi è ancora vera differenziazione delle orecchie, per la buona ragione che non vi è ancora bisogno di tendere l’orecchio, di «mirare» i suoni in modo preciso. La comunicazione avviene per carezze, sorrisi, sillabe prive di significato, ecc. Ma a un certo momento della sua evoluzione, il bambino incontrerà il padre. Il padre è il vettore del linguaggio socializzato. Per comprenderlo, per integrare quella lingua che egli parla e che è per il bambino, notiamolo di passaggio, la sua prima lingua straniera, bisognerà tendere l’orecchio — e il buono. Il buono è il destro, poiché esso è, per tutte le ragioni viste sopra, quello il cui utilizzo richiede il minor sforzo al soggetto. Grazie a esso, la risposta sarà quasi immediata, e soprattutto molto più precisa. È da lì che si crea l’identificazione simbolica, Padre = Verbo = Destra, così importante per comprendere la vita inconscia degli individui. Investito a destra, il padre rappresenta miticamente il Divenire, mentre la madre è la sinistra, il passato.
Quando il bambino sceglie l’orecchio sinistro
A. G.: Ma se le relazioni tra il bambino e suo padre non sono buone?
A. T.: È precisamente in tal caso che il bambino sceglie l’orecchio sinistro, perché esso pone l’interlocutore a distanza e consente così di proteggersene. Si ha a che fare con un circuito lungo i cui conduttori sono l’orecchio, la bocca e la laringe sinistri.
A. G.: L’orecchio sinistro non è il buono, ma esso svolge tuttavia un ruolo nell’apprensione del linguaggio?
A. T.: Senza dubbio. Quando lei legge, benché non se ne renda conto, vi è soprattutto un occhio che lavora, mentre l’altro non fa che cogliere il volume globale. Lo stesso vale per le nostre orecchie: la destra mira un suono preciso, la sinistra dà un panorama d’insieme dell’ambiente sonoro.
Le lunghezze d’onda del mancino
Vorrei aggiungere qualcosa sulla differenziazione: si è potuto constatare che l’orecchio destro «misurava» le frequenze più gravi. Soltanto, vi è uno iato tra le due. Per i circuiti destri, il soggetto utilizza lunghezze d’onda da 35 a 70 centimetri. Dall’altro lato, tali lunghezze d’onda vanno da 35 a 140 metri! Ciò significa segnatamente che il mancino non solo ha difficoltà a entrare in relazione con l’altro, che il suo orecchio sinistro colloca molto lontano, ma altresì non riesce a toccare il proprio stesso corpo con le lunghezze d’onda che utilizza. La sua mancinità — nel senso questa volta di goffaggine, di disagio — non è che la traduzione di quell’allontanamento che lo tiene come in esilio dal proprio stesso verbo.
Bisogna forzare il passaggio a destra?
A. G.: Bisogna allora costringere i bambini ad ascoltare a destra?
A. T.: Una volta su due almeno, la scelta della sinistra deriva da un rifiuto della destra. Se lei forza il bambino a tornare a destra, lo porterà in effetti a rifiutare entrambi i lati! Si troverà sprovveduto sia a destra sia a sinistra, e lei avrà provocato una regressione.
A. G.: Che può tradursi in che modo?
A. T.: La balbuzie è una conseguenza frequente della regressione, poiché consiste in un ritorno allo stadio del farfugliare in cui si trovava il neonato nel corso delle prime relazioni verbali con la madre.
A. G.: Significa dunque che non bisogna far nulla in presenza di un bambino mal lateralizzato sul piano uditivo?
A. T.: Certamente no! All’inizio, quando mi si presentava un bambino «con tendenza mancina», mi attaccavo al suo orecchio sinistro, e viceversa per un bambino con «tendenza destrimana»: andavo verso la dominante definita dallo psicologo. Quanto era interessante è che il bambino con «tendenza mancina» diveniva immediatamente un mancino omogeneo, il che migliorava i suoi risultati scolastici e gli conferiva, in tutto, un miglior equilibrio. Tuttavia, considerate le sue possibilità, tale rendimento era comunque meno buono rispetto a se fosse stato omogeneo destro. Solo da lì in poi mi sono chiesto se non bisognasse sistematicamente lateralizzare l’audizione a destra. Mi misi dunque ad attaccare l’orecchio destro di tutti i soggetti che mi passavano per le mani. I risultati hanno superato le mie speranze. Ho visto segnatamente soggetti mancini divenire destrimani e, per questo solo fatto, acquisire un equilibrio e un rendimento nettamente superiori. È soprattutto al livello del linguaggio che i progressi registrati erano i più spettacolari.
Dunque, nessun problema: è interesse di ciascuno udire con il proprio orecchio destro. Solo, non si tratta soprattutto di costrizione! Bisogna riequilibrare il soggetto progressivamente e senza mai usare violenza, grazie a un processo educativo del quale ho già avuto occasione di darle tutti i dettagli. L’Orecchio Elettronico consente in qualche mese un raddrizzamento definitivo senza che il soggetto sia traumatizzato. L’interesse profondo del trattamento è che, facendo passare un soggetto dall’orecchio sinistro all’orecchio destro, esso migliora di molto il suo rendimento cerebrale.
Il cervello controllore (destro) e il cervello esecutivo (sinistro)
A. G.: In che modo?
A. T.: È una lunga storia. Bisogna anzitutto che lei sappia che fino a un’epoca molto recente, si è pensato che vi fosse un cervello, il sinistro, che facesse più lavoro dell’altro. Si arrivava persino a dire che il cervello sinistro fosse il cervello maggiore.
A. G.: E lei non è d’accordo?
A. T.: No! Non è in questi termini che bisogna porre il problema. I due emisferi cerebrali hanno un’attività differente, ma altrettanto importante. Vi è asimmetria, ma non vi è veramente gerarchia, per quanto l’emisfero destro abbia per funzione di controllare ciò che fa l’emisfero sinistro. Direi volentieri che l’uno è il cervello controllore, integratore, e l’altro il cervello esecutivo. Quanto va ben precisato è che, contrariamente a quanto si crede in generale, tutto ciò che è dell’ordine della meccanica (eseguire un movimento volontario con la mano, ad esempio) è effettuato dal cervello sinistro, anche se è la mano destra a essere mossa. Per contro, il cervello destro esercita il proprio controllo sia sulla destra sia sulla sinistra. Ma per questo occorre che l’informazione sia ricevuta dall’orecchio destro, poiché se è ricevuta dall’orecchio sinistro, è il cervello destro che si farà carico dell’esecuzione e, così facendo, non potrà più esercitare convenientemente la propria funzione di controllo. In altri termini, ogni emisfero non può svolgere perfettamente la propria funzione se non quando l’ascolto è centrato sull’orecchio destro.
Il tappo di cera che faceva balbettare un attore
A. G.: Il disordine è davvero così importante quando è la sinistra ad ascoltare?
A. T.: Le darò un solo esempio. Ho ricevuto un giorno in consulto un grande attore di cui le tacerò il nome, poiché è ancora in attività. Stava girando un film e improvvisamente aveva cominciato a balbettare. Ha visto un medico; gli si è consigliato il riposo: non vi è stato nulla da fare, balbettava sempre più. Si è dovuto interrompere le riprese. È entrato in clinica e ha seguito una cura del sonno. Al risveglio, balbettava ancora! È venuto allora a bussare alla mia porta, consigliato da amici. L’ho guarito in qualche secondo: semplicemente togliendo un grosso tappo di cera che ostruiva… il suo orecchio destro!
Lei vede quali danni possa cagionare l’ascolto sinistro. Ciò detto, è certo che un gran numero di soggetti pervenga ad adattarsi a tale cattiva lateralizzazione, persino a dar prova di gran brillantezza nelle proprie attività, intellettuali o altre. Ma per quanto possano cavarsela, sarebbero molto più padroni dei propri mezzi se udissero dall’altro lato.
Quando l’orecchio destro è definitivamente perduto
A. G.: Cosa avviene quando, per differenti ragioni, l’orecchio destro è reso definitivamente inutilizzabile?
A. T.: Il dramma è che il soggetto rischia un giorno di sperimentare le maggiori difficoltà a parlare. Qui gli insegniamo a udire non più con l’orecchio destro, ma con il «lato destro».
A. G.: Cosa vuol dire con ciò?
A. T.: L’errore è credere che solo i timpani vibrino. Anche il cranio vibra, e bisogna saperne tener conto. Insegniamo altresì al paziente a utilizzare il lato destro del suo orecchio sinistro, ovvero il lato di quell’orecchio che attacca il cervello sinistro.
A. G.: In che modo?
A. T.: Questione di anatomia, ancora una volta. È a torto che si crede che tutte le fibre nervose siano incrociate, che il rapporto sinistra-destra, o destra-sinistra, sia il solo possibile. Esaminiamo l’orecchio. Se si osserva come si organizza il sistema nervoso a tale livello, ci si accorge che nella parte dell’orecchio detta «primaria» (i due utricoli e i canali semicircolari), tale sistema è costruito all’origine come un apparato bilaterale. Anzi, i fasci non sono neppure incrociati: tutto il lato destro dell’orecchio risponde al lato destro del midollo, ad esempio. Solo in seguito i due nervi primitivi daranno fasci incrociati. Ci si avvicini un po’ più alla corteccia, e si vedrà che tutto è imbricato…
L’unità dell’essere: Yin e Yang
A. G.: Tagliare il corpo in due, come si faceva non molto tempo fa, è dunque un errore?
A. T.: Vuol dire che è un’inverosimile disonestà! Come distinguere in modo così tranchant una destra e una sinistra, poiché, se vi sono tre quinti di fasci incrociati, ve ne sono due quinti che sono diretti?
A. G.: Si può dunque immaginare un punto di fusione: a un dato momento, un individuo si serve della totalità del proprio essere?
A. T.: È precisamente l’idea che tengo a difendere. Dobbiamo liberarci di tale nozione di destra e sinistra che taglia l’essere in due e fa dimenticare quanto è fondamentale, ovvero la sua unità. I due lati sono, direi, «inter-utili»: devono necessariamente esistere in un equilibrio che vuole che vi sia tanta destra quanto sinistra, perché non vi è destra senza sinistra, come in un magnete. Precisamente, è di una bipolarità che si tratta: vi è un più e un meno con una quantità eguale di potenzialità sinistra e potenzialità destra. Il lato sinistro, se vuole, è il materiale, il lato destro è la dinamica che lo organizzerà. Vi si ritrova un poco il gioco dello Yin e dello Yang dei Cinesi. L’ideale d’equilibrio, per un essere umano, è l’armonizzazione funzionale della destra e della sinistra. Ed è precisamente tale armonizzazione che richiede di essere destrimani, non soltanto della mano e del piede, ma altresì della parola e del pensiero, affinché il cervello destro controllore sia lasciato libero di fare il proprio lavoro.
«Essere destri fino alla sinistra»
A. G.: È per questo che lei ha scritto da qualche parte che essere destrimani significava essere «adroits» di sé?
A. T.: Sì, e va molto oltre un semplice gioco di parole. La mancinità è sempre un handicap. È essenziale servirsi della destra, e persino della parte destra della sinistra: è quanto io chiamo «essere destri fino alla sinistra». Molte carenze hanno per origine una cattiva lateralizzazione uditiva — a cominciare dalla dislessia, che fa tanti danni nei bambini, oggi.
A. G.: Un’ultima domanda: la lateralizzazione uditiva è indipendente, secondo lei, dalla lateralizzazione globale. Si può essere destrimani in tutto, e tuttavia udire a sinistra?
A. T.: Assolutamente. E la prova è esattamente il suo caso!
Posto di questo colloquio nella serie
Questo colloquio è il decimo di una serie di quindici. Per il sommario completo, si veda l’articolo-madre della serie.
Fonte: Alain Gerber, «L’oreille droite: la plus importante — Alfred A. Tomatis», SON Magazine n. 39, Parigi, giugno 1973. Digitalizzazione: Christophe Besson, giugno 2010.