Tredicesimo colloquio della serie Alain Gerber × Alfred Tomatis in SON Magazine. Al n. 72, giugno 1976, Tomatis smantella la concezione meccanicistica dell’audizione nata negli anni Trenta — quando si collocavano collettori sul nervo uditivo di animali morti e si osservavano reazioni «microfoniche». Egli difende che l’orecchio non è un sensore passivo bensì un organo di ascolto intenzionale dotato di uno stato «previsionale»: per parlare, occorre auto-ascoltare ciò che non è stato ancora detto (il balbuziente è sordo a sé stesso perché non riesce a previsionare). L’orecchio sinistro ascolta «da dilettante» l’orchestra globale, l’orecchio destro «mira» come un tiratore scelto. Tomatis identifica due punti di bascula universali (~800 Hz e ~3.000 Hz) e lancia la sfida ai fabbricanti di microfoni: «val meglio possedere un cattivo orecchio desideroso d’ascoltare, che uno ottimo che non vuole udire nulla».

Rivista «SON» — n. 72 — Giugno 1976
L’orecchio è forse un microfono naturale?
Alfred A. TOMATIS
Colloquio raccolto da Alain Gerber


Presentazione

Nel precedente numero di SON Magazine, il Professor Tomatis ci parlava della voce umana che è, per lui, il più bello strumento del mondo. Questo mese egli s’interroga per noi sulla somiglianza tra l’orecchio umano e il microfono, e ci consegna il frutto delle sue ricerche.

Un’analogia seducente ma semplicistica

Alain Gerber: Professor Tomatis, l’industria umana ha messo a punto uno strumento di ascolto che è il microfono. Esiste una relazione tra la struttura di tale apparecchio e quella dell’orecchio? In altri termini, si può dire, rovesciando il problema, che l’orecchio sia una sorta di microfono naturale?

Alfred Tomatis: È una questione abbastanza complessa quella che lei pone, perché non vi si può rispondere se non dopo aver esaminato un certo numero di teorie proposte dai ricercatori da oltre mezzo secolo. La prima tendenza è stata, precisamente, di rappresentarsi l’orecchio come un microfono che integrerebbe tutto il messaggio destinatogli. È molto tentante vedere le cose in tale maniera. L’inconveniente è che è altresì molto semplicistico! Se numerosi scienziati hanno ceduto alla tentazione, ciò è dovuto al fatto che l’orecchio, nella nostra civiltà per lo meno, è stato solo tardivamente elevato alla dignità di oggetto di studio.

Pensi che soltanto 400 anni fa s’ignorava persino che vi fossero degli ossicini nell’orecchio! La scoperta di tali elementi essenziali è stata, per giunta, solo il frutto del caso… Insomma, in tale dominio ci si è a lungo accontentati di approssimazioni. È bastato che si osservasse una vaga somiglianza tra, da un lato, l’organo munito del proprio padiglione e dall’altro un collettore, perché si stabilisse un’analogia orecchio-microfono.

L’esperimento degli anni 1930 sull’animale morto

Aggiunga a ciò che verso il 1930 ricerche più approfondite hanno permesso di stabilire che l’orecchio rispondeva realmente alle stimolazioni come un microfono. Collocando collettori sul nervo uditivo, dopo il labirinto, si è stati in grado di constatare che l’orecchio reagiva alla parola, ad esempio, esattamente nella medesima maniera di un microfono. Quanto è più curioso è che tale reazione si produceva persino in un animale già morto. Beninteso, il microfono naturale si spegneva a mano a mano che la cellula periva, ma non per questo si era meno fondati a pensare che esistesse un’analogia di struttura con la macchina, e che, nell’essere vivente, il funzionamento di tale struttura microfonica fosse relativamente indipendente dai processi superiori. In altri termini, l’orecchio era una sorta di macchina, come lo stesso microfono.

L’oblio capitale: la corteccia e il corpo

A. G.: E ci si sbagliava?

A. T.: Qui ancora, non è così semplice risponderle. Da un lato, è esatto che l’orecchio agisca secondo tale schema. Ma dall’altro è falso! Diciamo, per essere più precisi, che tale modo di concepire le cose, accettabile in sé, suppone e suggerisce altre implicazioni teoriche che, esse, sono erronee. Cosa avverrà, infatti, se si applica troppo strettamente tale concezione meccanicistica?

Inviando un’impulsione sonica in un’orecchio, si penserà di trovare dall’altro lato una risposta identica a quella che si potrebbe misurare su un microfono in un laboratorio d’acustica. Ebbene, si rischia fortemente di essere delusi! Poiché si dimentica una cosa in tutta questa faccenda, ovvero che l’orecchio non è solo un padiglione e un sistema interno (di cui la maggior parte dei ricercatori, bisogna ben dirlo, non hanno mai troppo ben saputo come funzioni!).

Occorre estendere la nozione di orecchio alla corteccia se si vuole comprendervi qualcosa. L’apparato uditivo comporta una dimensione cerebrale che non è possibile ignorare. Da parte mia, vado persino oltre. Più avanzo nei miei lavori, più inclino a pensare che non sia soltanto il cervello, bensì il corpo tutto intero a entrare in gioco nel processo dell’ascolto.

Un microfono dalle risposte psicologiche

A. G.: L’orecchio umano sarebbe dunque un microfono suscettibile di avere risposte… psicologiche?

A. T.: Esattamente! È un microfono che non risponde soltanto secondo la propria sensibilità fisica a stimolazioni soniche quantitative, ma anche e soprattutto secondo la propria sensibilità affettiva a un aspetto qualitativo di tali stimolazioni.

A. G.: La formula è un po’ astratta…

A. T.: In chiaro, ciò significa che il nostro orecchio non si accontenta di registrare le stimolazioni del mondo sonoro circostante. Esso è altresì dotato del potere di accettarle o di rifiutarle. E se lo trova ancora troppo astratto, le dirò che esso attribuisce loro un valore e che i suoni, secondo tale valore, sono più o meno bene ricevuti, integrati, dallo psichismo e dalla personalità tutta intera.

Allorché tali suoni si rivelino essere le parole pronunciate dai genitori al momento dell’acquisizione del linguaggio, il rifiuto o l’accettazione determinano in misura assai larga il grado e la rapidità di integrazione di tale linguaggio da parte del soggetto. Vede che non vi è nulla di più concreto e che si tratta di un problema grave. Il nostro “orecchio”, così inteso, può renderci dislessici, balbuzienti, muti, può prendere in carico una nevrosi e contribuire alla sua fissazione, ecc. — tutte cose che sono senza comune misura con le possibilità di un microfono.

Il microfono e la rimozione

A. G.: Il microfono, esso, non è capace di essere sordo perché non vuole udire?

A. T.: È così. Esso può registrare oppure non può. L’orecchio, invece, può benissimo non udire messaggi che sono pur tuttavia a portata dell’apparato uditivo. In effetti, esso li percepisce, ma li rigetta prima che la coscienza vigile possa impadronirsene. Si tratta proprio di un meccanismo di rimozione psicologica.

Ciò posto, non bisogna credere che il microfono non abbia, anch’esso, problemi da risolvere. Senza dubbio, non soffre di disturbi di ordine psicoanalitico! Ma tuttavia. Non tutto è così chiaro nel suo funzionamento quanto quel che è scritto nella notizia che lo accompagna. Sulla carta, un buon microfono è sempre lineare e possiede tutte le caratteristiche necessarie per soddisfare l’utilizzatore. Ma quando lo si mette in marcia e si guarda un po’ da vicino quanto avviene, ci si rende conto che la risposta non è così uniforme quanto si poteva sperare. Sembra che vi siano bande passanti elettive. Così, un microfono, presuntamente lineare da 0 a 10.000 hertz, presenta a certi livelli fenomeni che si potrebbero quasi dire di risonanza.

A tali livelli, le risposte sono dunque le migliori possibili, mentre ad altri va molto meno bene. In sintesi, la risposta di un microfono è più o meno buona in funzione di fenomeni fisici più o meno noti, più o meno complessi, e altresì in funzione dei montaggi che si possono fare e delle contro-reazioni che possono prodursi.

Bande passanti elettive dell’orecchio

A. G.: E lì si ritrova l’analogia con l’orecchio umano?

A. T.: Eh sì! L’orecchio umano dovrebbe essere lineare, o quasi, da 16 a 16.000 o 20.000 periodi, per una stimolazione situata tra 40 e 60 decibel. Sta di fatto che in funzione delle attitudini individuali, degli apprendimenti, dell’impedenza del luogo e di mille altri parametri, vi sono bande passanti che saranno immediatamente massimali, quanto alla risposta, mentre altre saranno mediocri.

A. G.: Bisogna allora ritornare alla teoria «microfonica» dell’orecchio?

A. T.: In effetti, no. È persino già un po’ che tale teoria è stata abbandonata, perché non spiegava la ripartizione delle frequenze sull’orecchio. Diciamo che sul piano della fisiologia essa era oltremodo lacunosa.

L’ascolto «previsionale» e il balbuziente sordo a sé stesso

A. G.: A che punto si è attualmente?

A. T.: Si cerca di precisare le differenze che esistono e restano irriducibili tra l’orecchio e un microfono ordinario. La prima di tali differenze è che l’orecchio è molto selettivo. Ascoltando un’orchestra, esso può, a piacimento, focalizzare il flauto o il secondo violino — ciò che il microfono non sa fare molto bene (quando lo si utilizza, si fatica molto a giocare sulla contro-reazione). Tale focalizzazione va così lontano che si può persino parlare in certi casi di uno «stato previsionale».

Mi spiego. Prendiamo l’esempio di un soggetto che stia per mettersi a parlare. Come ho già avuto occasione di dirle, tale soggetto sarà il primo ad ascoltarsi. Per ascoltarsi, dovrà utilizzare l’apparato uditivo come apparato microfonico di auto-ascolto. Ora, per padroneggiare bene tale processo, occorre in qualche modo auto-ascoltare quanto non è stato ancora detto: occorre auto-ascoltare quanto l’orecchio è solo sul punto di udire. Si è in presenza di un vero fenomeno di premonizione, che deve assolutamente entrare in gioco perché noi dominiamo perfettamente la nostra parola. È così vero che il balbuziente è tipicamente un individuo incapace di tale premonizione. Poiché non può «previsionare» il sistema, è come sordo a sé stesso.

L’orecchio che prevede il si bemolle

A. G.: In altri termini, tale stato «previsionale» modifica l’ascolto…

A. T.: Esattamente. Esperimenti hanno peraltro mostrato che l’orecchio aveva una curva di risposta che si modificava in funzione del suono che esso «prevedeva». Una trentina d’anni fa, dei fonologi avevano emesso l’ipotesi che, secondo uno schema abbastanza simile, il cervello «preparasse» la laringe. Lei pensa a un si bemolle, la laringe si appresta già a emetterlo. Forse è andare un po’ lontano. Ma nel caso dell’orecchio, sembra indubitabile che esso preveda effettivamente il si bemolle in questione.

A. G.: Occorre tuttavia che abbia una cultura musicale!

A. T.: Beninteso. Lei sa che l’orecchio presenta risposte al livello della muscolatura. Ebbene, tali risposte non hanno valore se non quando l’orecchio è già educato. È un fenomeno che ho occasione di osservare ripetutamente nella pratica. Perché i muscoli del martello e della staffa siano in grado di rispondere, occorre l’associazione di tre suoni. Occorre dapprima tale addizione di stimolazioni affinché in seguito i muscoli siano capaci di rispondere in presenza di un suono unico.

Ne approfitto per dire che, secondo certi lavori recenti, il muscolo della staffa innervato dal nervo facciale beneficia di un’innervazione complementare dal medesimo nervo del timpano. Tale nervo è il nervo vago. E il nervo vago, come per caso, è il nervo dell’affettività.

Le due orecchie e il tiratore scelto

A. G.: Ma non abbiamo una sola, bensì due orecchie!

A. T.: Sì, e qui ancora non si può comprendere nulla se si mette tra parentesi la partecipazione della corteccia cerebrale. In sé, le nostre due orecchie sono ricettori d’informazione costruiti sul medesimo modello. Ma dal momento in cui il cervello entra in gioco, esse si differenziano secondo i compiti loro affidati da tale livello superiore. Si dice che la «bilateralità» uditiva serva a localizzare i suoni nello spazio. È vero, ma come diceva Cyrano, «è un po’ poco…». Vi sono ben altre cose da dire!

A. G.: Lei ha parlato di una differenziazione…

A. T.: In effetti. Riprendiamo l’esempio dell’orchestra. L’orecchio sinistro è quello che udirà il suono globale. L’orecchio destro è quello che si aggirerà tra i leggii, prelevando un tratto di ottavino qui, una frase di trombone là, ecc. Il primo ascolta quasi «da dilettante». Il secondo è molto più attivo, esso «mira» suoni particolari.

Del resto, il paragone con il tiratore scelto s’impone. Sa lei che i più grandi tiratori conservano entrambi gli occhi aperti per mirare? L’uno vede il paesaggio, l’altro focalizza sul centro del bersaglio. Allo stesso modo in cui vi è doppia visione nel tiratore scelto, vi è doppio ascolto in colui che padroneggia bene il proprio apparato uditivo. Per restare nel dominio dei paragoni, si potrebbe dire altresì che le due orecchie sono come le due mani di un pianista: la destra suona la melodia, la sinistra si fa carico dell’accompagnamento.

Verso un microfono selettivo?

A. G.: Il tratto essenziale dell’ascolto umano appare ancora una volta come il suo potere di selezione. Non si potrebbe immaginare un microfono dotato anch’esso di selettività?

A. T.: Non ne siamo capaci per il momento. Tuttavia, non dispero che si arrivi un giorno a fabbricare un apparecchio elettro-acustico le cui caratteristiche si avvicinino a quelle dell’orecchio.

Cosa avviene, infatti, allorché l’orecchio «decide» di udire? Apre quelle che si potrebbero chiamare porte. Ora, di porte ne esistono anche nel dominio dell’elettronica. L’Orecchio Elettronico, ad esempio, suppone tutto un sistema di «bascule» elettroniche (dunque di porte), grazie alle quali possiamo costringere un’orecchio umano ad ascoltare qualcosa che non vuole udire. Tale apparecchio ci consente di avere un’idea più precisa di quel che potrebbe essere un microfono selettivo.

Non voglio entrare troppo nei dettagli, ma abbiamo già potuto stabilire un certo numero di dati che non sono trascurabili. Ho osservato tra le altre cose che il punto di rotazione tra l’ascolto di accoglienza, di accettazione, e l’ascolto di rigetto, tra l’ascolto rilassato e l’ascolto focalizzato, si situa pressappoco sempre al medesimo livello.

A. G.: Ovvero?

A. T.: Nelle vicinanze degli 800 Hz. Vi è lì una sorta di punto di bascula, verosimilmente lo stesso per tutti gli uomini in tutte le regioni del globo, e altresì per gli animali (è quanto sto verificando). Un secondo disagio è individuabile verso i 3.000 Hz. Perché? Non ne so nulla. Constato semplicemente. Quanto è sicuro è che non si tratta di una rottura d’audizione con le parti alte dello spettro, poiché un soggetto che ode suoni preparati a 6.000 o 8.000 Hz integra anch’egli molto male i suoni preparati a 3.000 Hz.

La sfida ai fabbricanti di microfoni

Resta che, se i fabbricanti di microfoni vogliono andare avanti e realizzare una vera rivoluzione tecnologica nel proprio dominio, devono cominciare con lo studiare più da vicino il modo in cui funziona l’orecchio umano. Vi è qui un campo appassionante da dissodare. Se ci si attacca seriamente al problema — e noi siamo qui per comunicare i risultati dei nostri lavori a tutti coloro che la questione interessa — si perverrà certamente un giorno a mettere a punto una macchina che «sappia» mirare elettivamente certi suoni.

Avrà compreso che non si tratta di migliorare il materiale esistente, di andare oltre nel medesimo senso, bensì proprio di cambiare punto di vista, di far funzionare il sistema in un’altra prospettiva. Val meglio possedere un cattivo orecchio desideroso d’ascoltare, che uno ottimo che non vuole udire nulla.


Posto di questo colloquio nella serie

Questo colloquio è il tredicesimo di una serie di quindici. Per il sommario completo, si veda l’articolo-madre della serie.

Fonte: Alain Gerber, «L’oreille est-elle un microphone naturel? — Alfred A. Tomatis», SON Magazine n. 72, Parigi, giugno 1976. Digitalizzazione: Christophe Besson, giugno 2010.