Quindicesimo e ultimo colloquio della serie Alain Gerber × Alfred Tomatis in SON Magazine. Al n. 88, dicembre 1977, Tomatis affronta l’architettura sonora dei luoghi di abitazione e degli edifici religiosi. La sua tesi: i nostri appartamenti moderni «assassinano letteralmente il soggetto» divorando i suoni per eccesso di isolamento. Egli denuncia le pareti «di formaggio molle» coperte di moquette che rendono inudibile la voce di sé stessi, difende la verticalità mediante l’appello degli acuti verso il soffitto (ragione per cui «le suore cantano come angeli nelle cattedrali ma si sgolano nelle cappelle basse»), e racconta degli antichi architetti che sigillavano anfore nei muri delle chiese per sfasare i gravi e rinforzare gli acuti — buchi oggi richiusi.

Rivista «SON» — n. 88 — Dicembre 1977
Suoni e Architettura
Alfred A. TOMATIS
Colloquio raccolto da Alain Gerber


L’acustica architetturale, questione vitale

Alain Gerber: Professor Tomatis, lei sa che molti, allorché parlano di acustica, conferiscono a tale termine il senso ristretto di acustica delle sale, o d’acustica architetturale. Lei che tratta dell’acustica nel suo insieme, ha avuto occasione di interessarsi da vicino a tale questione particolare?

Alfred Tomatis: Sì. Era peraltro inevitabile, perché si tratta lì di una dimensione importante del problema acustico generale. Si tocca infatti una questione vitale, nel senso proprio del termine. In quali condizioni un soggetto vivrà con sé stesso? Ecco il vero problema che si pone allorché si affrontano i rapporti tra l’architettura e l’acustica.

A. G.: Si tratta in sostanza della qualità della vita, ma a un livello fondamentale, e non superficiale, come molti immaginano?

A. T.: Esattamente. Non bisogna mai perdere di vista che l’uomo è un «animale dei suoni». Sapere in quale boccia lo si collocherà dovrebbe essere una preoccupazione di primaria urgenza. Ahimè! non lo è affatto. Si tende al contrario ad ammucchiare la gente in quelle scatole di sardine standardizzate che sono le stanze possedenti una quarta dimensione, invisibile ma oh quanto sensibile! che è precisamente la dimensione sonica. Lei sa ora tutto quanto io metto in tale parola: nel suono — quale io lo intendo — è lo psichismo tutto intero a essere coinvolto, sicché i muri devono essere costruiti in modo tale da riflettere nell’ordine acustico una parte dell’essere, di colui che li abita. Si vede che si tratta di ben altro che di una semplice esigenza di comfort!

Il conflitto inconscio: regressione uterina o dinamizzazione?

A. G.: Ma se vi è un bisogno vitale, perché esso non si traduce spontaneamente nelle realizzazioni architetturali?

A. T.: Andando in fondo alle cose, ci si accorge che vi è in verità, nell’inconscio dell’uomo, un conflitto di interesse. Senza dubbio, il soggetto avverte il bisogno di essere dinamizzato dai suoni che emette. Ma d’altra parte, egli tende a ritrovare il proprio involucro primo, quello all’interno del quale si sentiva così bene quando era ancora nel ventre di sua madre. Ora, come le ho già detto, a quell’epoca di nirvana esistenziale corrisponde un periodo di minore sensibilità acustica (a lungo si è persino creduto che l’embrione non udisse nulla, opinione la cui falsità ha potuto essere dimostrata). Qualcosa ci spinge a tornare a tale stadio di debole dinamizzazione acustica. Cedere a tale inclinazione, tuttavia, significa scivolare sulla china della regressione. Significa lasciare la preda per l’ombra, ovvero impedirsi di crescere nella propria dimensione d’uomo per ritrovare ricordi piacevoli.

Il conflitto inconscio che evocavo prima si può in sostanza riassumere in una lotta tra, da un lato, un desiderio di sprofondarsi in quella dolce e profonda poltrona che ci tende il passato (così profonda che finiamo per non poterne più estrarre) e, dall’altro, la vocazione verso la dinamica di vita che ci consentirà una migliore elaborazione della nostra corteccia.

A. G.: È necessario, secondo lei, che tale vocazione prevalga?

A. T.: In effetti. Perché il cervello di un soggetto possa divenire veramente umano, occorre che esso entri nel campo cosciente. E perché entri nel campo cosciente, occorre che vi sia una eccitazione energetica al livello dell’apparato encefalico. Tale eccitazione è all’origine di ogni creatività.

Gli appartamenti che assassinano

A. G.: Ora, lei professa, i suoni costituiscono fornitori notori di tale eccitazione…

A. T.: Esattamente. Ed è proprio per ciò che l’acustica di un appartamento è molto più importante di, ad esempio, la sua esposizione o la distribuzione razionale delle stanze. Esistono costruzioni che assassinano letteralmente il soggetto. Perché? Perché divorano i suoni che, così, non sono più in quantità sufficiente per ricaricare la corteccia in modo soddisfacente.

A. G.: Significa questo che si va troppo lontano nell’isolamento acustico?

A. T.: Certamente! È molto bello condurre campagna contro l’inquinamento sonoro. Ma è dimenticare che il suono ci fa vivere! Il rumore stesso, tanto vituperato, non è qualcosa di interamente negativo. Tutte quelle romanze che ci si propina attualmente sui misfatti delle «aggressioni sonore» rischiano fortemente di avere conseguenze nefaste. Del resto, ne hanno già. Conosco personalmente più casi di persone vittime — dico proprio vittime — dell’insonorizzazione. Se si prosegue in tale direzione, si avranno sempre più persone che soffriranno della mancanza di suono, esattamente come altri possono soffrire della mancanza di ossigeno.

Suoni acuti dinamizzanti vs suoni gravi spossanti

A. G.: I suoni formano un universo abbondante e vario. Sono tutti egualmente benefici per la ricarica corticale?

A. T.: Occorre porre la questione diversamente. A propriamente parlare, non è tale o talaltro suono ad essere nocivo o benefico, bensì tale o talaltra parte del suono. Come l’aria, il suono è una composizione di elementi distinti. Gli elementi acuti (al di sopra degli 8.000 hertz) sono attivi e partecipano in primo luogo alla dinamizzazione di chi li percepisce. Per contro, gli elementi gravi mobiliteranno l’energia senza collaborare alla ricarica. Sono essi, ad esempio, a obbligare quasi un individuo a danzare, a entrare in trance, ecc. Essi determinano un impegno del corpo molto costoso dal punto di vista energetico, e che essi sono incapaci di compensare altrimenti.

A. G.: La dinamizzazione apparente che provocano è in effetti un impoverimento energetico?

A. T.: Sì, perché si rivolge al corpo senza applicarsi al cervello. L’agitazione del corpo svuota le batterie che nient’altro consente di ricaricare.

La stanza ideale e le pareti non parallele

A. G.: Concretamente, come si presenta la stanza ideale?

A. T.: Qualche anno fa, mi posi il problema a proposito di una cabina di rieducazione, che volevo far costruire tutta di vetro (il vantaggio era duplice: potevamo seguire il soggetto, ed egli stesso non si sentiva in stato di claustrazione). Il prototipo messo a punto da Saint-Gobain secondo i miei calcoli presentava due difetti maggiori: da un lato, era fuori prezzo; dall’altro, il tempo di riverbero era di molto troppo grande (due secondi minimo per il minimo schiocco di dita effettuato all’interno della cabina!). Le pareti di quest’ultima erano rigorosamente parallele: era lì l’errore! Tale parallelismo che avevo cercato era precisamente la cosa da evitare.

Del resto, dovetti rendermi conto in seguito che tale principio fondamentale era ben noto agli antichi architetti. Esamini da vicino le costruzioni più celebri dei secoli passati: constaterà che si è deliberatamente rotto il parallelismo delle pareti — e ciò allo scopo evidente di attenuare il riverbero.

A. G.: Tuttavia, lei diceva poc’anzi che tale riverbero costituisce un bisogno quasi vitale, nella misura in cui esso consente all’essere umano di riflettersi acusticamente nel proprio ambiente?

A. T.: Assolutamente. Ma bisogna ben comprendere che tale bisogno è soddisfatto da una certa soglia di riverbero. Oltre, il fenomeno diviene fastidioso per il parassitismo sonoro che esso determina.

Il radar sonico: il bambino che canticchia nel buio

A. G.: Quanto va trattenuto è che il suono ci fa vivere?

A. T.: Assolutamente. Come il pipistrello, per quanto in grado ben minore, possediamo un radar sonico: allorché emettiamo un suono, esso si riflette su qualcosa e ci ritorna. In tal modo, tutto quanto lasciamo cadere rafforza la coscienza che abbiamo della nostra propria esistenza. Esso ci fa vivere nella misura in cui ci conferma che siamo in vita.

Non si chieda più perché il bambino che ha paura nel buio comincia a fare rumore, a canticchiare o a fischiettare: è evidentemente perché si sente esistere, vivere, attraverso i suoni che emette e che gli ritornano! Allo stesso modo, il buon metodo per prendere coscienza del proprio corpo è quello di immergerlo nell’acqua. In un bagno sonoro, sperimentiamo la resistenza, l’opacità, la massività del nostro essere.

A partire da lì, si comprende che ogni assenza di riverbero acustico — coloro che hanno avuto occasione di passeggiare di notte nel deserto conoscono bene tale fenomeno (o coloro che, più prosaicamente, deambulano di giorno in una camera sorda, NDR) — sia risentita dal soggetto come angosciante. Abbiamo bisogno di un’eco per vivere e, in tale misura, lo ripeto, le stanze troppo insonorizzate sono estremamente malsane. La moltiplicazione delle pareti sorde, alla quale assistiamo oggi, è un nonsenso. Bisognerebbe al contrario vegliare a che tutte le pareti fossero sufficientemente riverberanti.

Il vero problema: isolare dal vicino senza soffocare la propria voce

A. G.: Non è auspicabile, per contro, proteggersi dai rumori esteriori?

A. T.: Sì. Il grande problema è precisamente trovare un sistema che ci isoli da questi (televisione dei vicini, scorrazzate di bambini per le scale, ecc.) garantendoci nel contempo il riverbero dei nostri propri suoni. La tendenza attuale è fare esattamente il contrario: le pareti sono di formaggio molle, ma le si ricopre di moquette (così come i soffitti). Risultato: non ci si ode letteralmente più da sé! Ma ciò non impedisce affatto di profittare delle scenate familiari che si svolgono nell’appartamento accanto, o persino diversi piani più in basso (le tubature, è ben noto, costituiscono un eccellente conduttore sonico!).

Senza voler drammatizzare tale questione, penso che non sia del tutto per caso se tanti dispensari psichiatrici si aprano nei pressi dei grandi complessi residenziali. L’architettura di questi ultimi, a tutti gli effetti, sembra essere stata studiata per compromettere l’equilibrio psico-affettivo dei loro occupanti.

Niente moquette al soffitto!

A. G.: Le risponderanno che un’insonorizzazione razionale costa cara…

A. T.: È in effetti quanto si risponde sempre, ma è falso. Non è una questione di prezzo, è una questione di informazione degli architetti e di studi ben fatti. Per dirle a che punto gli architetti siano poco sensibilizzati a tali problemi, ne conosco uno di fama che è molto fiero di mostrare ai propri ospiti in che modo ha allestito il proprio studio: rivestimento molto riverberante al suolo, moquette sui muri e al soffitto. È esattamente il contrario di quanto bisogna fare! Si può benissimo mettere della moquette sul suolo, ma non si deve in alcun caso porne sulle pareti laterali, e ancor meno al soffitto!

A. G.: Perché ancor meno?

A. T.: Perché l’individuo è tanto più chiamato alla propria verticalità quanto i suoni acuti lo afferrano in parte alta. Ciò significa che la presa di coscienza di sé per riverbero dei suoni che si emettono è tanto più «riuscita» quanto tale riverbero è assicurato dal soffitto.

A. G.: Cosa avviene quando non è il caso?

A. T.: Non vi è più appello verso l’alto e — per utilizzare un’immagine eloquente — le sue orecchie cominciano a somigliare a quelle dei cani da caccia!

Perché si canta come un angelo nelle cattedrali

Perché la verticalità è così agevole nelle cattedrali? Precisamente perché vi si trova quell’appello del suono verso l’alto — l’ogiva implicando un secondo centro di gravità sonora che «attira» in qualche modo il primo. È caratteristico che suore che, in tali luoghi, hanno voci d’angeli, si sgolino senza risultato quando si trasportano in una cappella dal soffitto molto basso. Con una parete proprio sopra la testa, è impossibile cantare bene: anche qui, si hanno le orecchie ribattute e l’auto-controllo audio-fonatorio non può più compiersi.

Quando cantiamo all’interno di un edificio, l’architettura di quest’ultimo è il nostro strumento musicale. Gli Antichi lo sapevano molto bene. A diverse riprese, mi è stato chiesto di effettuare misurazioni in abbazie per determinare la collocazione ideale degli stalli ove i monaci pregano e cantano: ogni volta, i luoghi che designavo erano proprio quelli ove gli stalli erano stati installati all’origine.

Le anfore nascoste nei muri delle chiese

Vi è così, riguardo all’acustica architetturale, tutto un sapere che si perde. Ne darò per prova la seguente piccola storia. In tutte le vecchie chiese, si potevano individuare nei muri in certi punti, segnatamente intorno ai dipinti che vi erano appesi, un certo numero di buchi. Se si fosse fatta una sezione della parete a tale livello, si sarebbero trovate, incastonate nel muro, delle anfore. Tali anfore rendono possibile uno sfasamento dei suoni gravi che annichilisce questi ultimi, il che equivale a un rinforzamento degli acuti. Vada in quelle chiese oggi: constaterà che si sono tappati tutti i buchi!

— Alain GERBER


Elementi di bibliografia di Alfred A. Tomatis (a fine serie)

  • L’OREILLE ET LE LANGAGE — Éditions du Seuil, Collana Microcosme «Le Rayon de la Science» 17, 190 pp. illustr., 1963.

  • ÉDUCATION ET DYSLEXIE — Éditions ESF, Collana «Science de l’Éducation», 200 pp., 1972.

  • LA LIBÉRATION D’ŒDIPE ovvero De la Communication intra-utérine au langage humain — Éditions ESF, Collana «Science de l’Éducation», 180 pp., 1972.

  • Tomo 1: Qu’est-ce que l’écoute humaine? — 172 pp. illustr., 1974.

  • Tomo 2: Qu’est-ce que l’oreille humaine? — 184 pp. illustr., 1974.

  • Éditions ESF, Collana «Science de l’Éducation».


Posto di questo colloquio nella serie

Questo colloquio è il quindicesimo e ultimo della serie Gerber × Tomatis pubblicata mensilmente in SON Magazine dal settembre 1972 al dicembre 1977. Per il sommario completo, si veda l’articolo-madre della serie.

Fonte: Alain Gerber, «Sons et Architecture — Alfred A. Tomatis», SON Magazine n. 88, Parigi, dicembre 1977. Digitalizzazione: Christophe Besson, giugno 2010.