Audiometria obiettiva: risultati delle contro-reazioni fonazione-audizione
Audiometria obiettiva: risultati delle contro-reazioni fonazione-audizione — J.F.O.R.L. maggio-giugno 1957
Memoria fondatrice del dott. Alfred Tomatis pubblicata sul Journal Français d’Oto-Rhino-Laryngologie, n. 3 — maggio-giugno 1957 (pp. 379-391). In tredici pagine e diciassette figure, l’autore stabilisce per la prima volta il concetto di orecchio direttore — analogo uditivo dell’occhio direttore — e dimostra sperimentalmente le contro-reazioni fonazione-audizione. Vi si trovano: la dissociazione tra orecchio musicale recettivo e orecchio musicale espressivo, l’identificazione del trasferimento transcerebrale (1/15° di secondo) come chiave della patogenesi della balbuzie, la messa in evidenza della sordità professionale dei cantanti (intensità di 100-120 dB a un metro), la nozione di scotomi uditivi e vocali, poi la descrizione delle selettività uditive proprie alle differenti lingue (italiana, francese, russa). Il testo si chiude con la presentazione del dispositivo di audiometria obiettiva ad analizzatore spettrale e rumore bianco — prima apparecchiatura che consente di misurare l’audizione di un soggetto senza che debba rispondere.
Estratto dal Journal Français d’Oto-Rhino-Laryngologie
Numero 3 — Maggio-Giugno 1957
Imprimerie R. Gauthier, 35, Rue Viala — Lione.
Audiometria obiettiva: risultati delle contro-reazioni fonazione-audizione
Dott. Alfred Tomatis (Parigi) (*)
Introduzione
Le relazioni che rendono solidali l’audizione e la fonazione sono così imbricate che quest’ultima non saprebbe sopravvivere senza l’esistenza dell’audizione, se non si avesse ricorso all’artificio che è la rieducazione.
Certo, di primo acchito, ciò sembra un’evidenza. Tuttavia, non appena ci si allontana dal caso-tipo del sordomuto, gli elementi di tale associazione appaiono meno probanti ed esigono un’analisi più dettagliata.
Nel corso di tale esposizione, vedremo che tali relazioni sono così strettamente legate nel senso fonazione-audizione ch’esse realizzano un vero circuito, e ogni rottura, ogni lacerazione, ogni anomalia, per quanto minime siano, incontrate nel circuito, sono rapidamente rilevabili.
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Sia perché esse comportano una perturbazione nel ritmo, vale a dire un disagio nella colata normale del circuito;
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Sia perché esse lasciano apparire una modificazione nel timbro, vale a dire nel modo in cui tale colata si effettua.
I disturbi del ritmo. — Orecchio direttore
In un lavoro anteriore, abbiamo messo in evidenza l’esistenza di una preponderanza auricolare nella «mira» del suono. In effetti, esiste un’orecchia direttrice, parimenti che esiste un occhio direttore presso ciascun individuo.
Tale conclusione logica si è rivelata facile da verificare, ed è dallo studio dei disturbi della fonazione presso i professionisti della voce che è partita tale suggestione, allorché ci siamo messi a ricercare le caratteristiche dell’orecchio musicale.
Tale orecchio direttore ha sede sempre dal lato dell’occhio direttore, ossia, in generale, a destra presso il destrimano, a sinistra presso il mancino.
La sua messa in evidenza può ottenersi agevolmente per mezzo di un apparecchio facile da realizzare, composto da un microfono, da un amplificatore e da una cuffia di auricolari. Il soggetto canta davanti al microfono e si ascolta nella cuffia. Si può, a piacere, sopprimere il controllo dell’una o dell’altra orecchia grazie a un interruttore che mette fuori circuito uno dei due auricolari, restando quello che rimane in funzione in parallelo con una resistenza della medesima impedenza dell’auricolare eliminato.
Constatiamo allora che:
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se il soggetto può controllarsi con i due auricolari, canta normalmente;
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se si sopprime l’orecchio sinistro (essendo stato identificato l’orecchio destro come orecchio direttore), non si constata praticamente alcun cambiamento nell’emissione;
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ma se il soggetto vede il proprio controllo limitarsi al suo orecchio sinistro, si osserva una modificazione immediata del ritmo nel senso di un rallentamento assai importante, al contempo che la voce cambia di timbro, diviene piatta, bianca e perde della propria intonazione.
Si ottiene un risultato sperimentale del medesimo ordine se si perturba l’audizione direttrice non più per mezzo del piccolo montaggio elettronico descritto sopra, ma semplicemente provocando, per alcuni minuti, un abbagliamento mediante rumore bianco. La stanchezza uditiva, che verte unicamente sull’orecchio direttore, consente all’orecchio opposto un guadagno relativo, non permanente, che lascia apparire i medesimi disturbi sperimentali.
La modificazione del ritmo può essere considerevole, poiché ci è capitato di ottenere rallentamenti che oltrepassano, in durata, il doppio della durata del ritmo melodico. Tale fenomeno è assolutamente inconscio e il soggetto avvertito deve fare uno sforzo assai importante per recuperare tale ritardo e cantare a tempo.
La mancanza di intonazione è parimenti un fenomeno afferrante. Il controllo dell’intonazione è, in effetti, proprio dell’orecchio direttore e fa appello, per quest’ultimo orecchio, a caratteristiche audiometriche che abbiamo descritto per altra via, e di cui rammentiamo succintamente gli elementi essenziali.
L’audizione dei «musicisti» nel senso più ampio della parola, vale a dire delle persone aventi la possibilità di udire e di riprodurre giusto, offre un andamento identico per tutti, nel grafico delle misure di soglie uditive.
Tale curva assume sempre l’andamento di quella della figura 1, e si può constatare un’ascensione progressiva tra 500 c/s e 2000 c/s, con un dislivello che varia, secondo i casi, da 5 a 20 dB.
Se tale curva si disarticola, due fenomeni appaiono allora:
1° Quando lo smembramento si fa tra 1000 c/s e 2000 c/s, come indicato sulla figura 2, il soggetto ode giusto, ma canta falso. Egli può talora prendere coscienza della propria carenza e arrivare a correggere il proprio difetto d’intonazione;

Fig. 1 e Fig. 2 — Audiogrammi di riferimento: ascensione regolare da 500 a 2000 c/s, dislivello di 5-20 dB; e smembramento tra 1000 e 2000 c/s.
2° Quando lo smembramento si fa tra 500 c/s e 1000 c/s, essendo l’audizione oltre tali periodi intatta, come indicato sulla figura 3, il soggetto ha perduto allora il proprio orecchio musicale d’ascolto, vale a dire che ode difficilmente se un altro soggetto stona. Per contro, canta ancora giusto. È un fenomeno paradossale in apparenza:
3° Infine, se lo smembramento verte su tutta la curva, e se questa non offre più un limite di soglia ascendente e si presenta a denti di sega (fig. 4), non si ritrova presso l’individuo esaminato alcun carattere di musicalità. Egli udirà ed emetterà falso.
In sintesi, tutto si svolge come se esistesse audiometricamente un’orecchia musicale globale che potesse dissociarsi in orecchio musicale recettivo e in orecchio musicale espressivo. Ma, fatto dominante, tali caratteristiche non hanno valore se non applicate all’orecchio direttore.
Se l’orecchio opposto beneficiasse di tali vantaggi, trovandosene l’orecchio direttore sprovvisto, in nessun caso troveremmo presso il suo possessore le caratteristiche di una buona musicalità.

Fig. 3 e Fig. 4 — Smembramento audiometrico tra 500 e 1000 c/s; e smembramento totale a denti di sega.
Quando si considera la voce parlata e non più la voce cantata, osservando condizioni sperimentali identiche, si ottengono risposte ancora più precise.
Così, all’atto della soppressione dell’orecchio direttore, si nota, oltre a una modificazione immediata del timbro, disturbi del ritmo più o meno accentuati e variabili secondo l’individuo esaminato ma specifici e sempre identici per il medesimo soggetto. Si può allora osservare tutta la gamma delle anomalie del ritmo che si distende dal semplice balbettio alla balbuzie più severa.
Vi è là una fonte di ricerche considerevole e un’ipotesi teorica certa sulla patogenesi dei disturbi della fonazione e, in particolare, della balbuzie.

Fig. 5, Fig. 6 e Fig. 7 — Serie audiometriche comparative che illustrano le anomalie del ritmo dal semplice balbettio alla balbuzie più severa.
Ora, non vi è che un passo da varcare per confermare tale ipotesi esaminando l’audizione dei soggetti colpiti da disturbi della fonazione, segnatamente i balbuzienti.
È ciò che abbiamo fatto sistematicamente e all’ora attuale, possediamo alcune centinaia di osservazioni audiometriche. Ne riproduciamo alcuni risultati che possiamo dividere in tre gruppi.
La maggioranza, ossia almeno il 90%, corrisponde a soggetti ipoacustici dell’orecchio direttore.
Come si può constatare, non si tratta che di un’ipoacusia relativa, quasi sempre ignorata dal soggetto medesimo e rilevabile soltanto all’audiometria.
Tuttavia, tale ipoacusia è sufficiente perché sperimentalmente, sopprimendo l’orecchio direttore anche in modo parziale, si ottenga un risultato identico, proprio come se un’ipoacusia, per quanto leggera fosse, dell’orecchio direttore, bastasse a eliminarlo dal circuito, adottando il soggetto d’emblée la soluzione di facilità che gli offre l’orecchio opposto, che beneficia di una leggera iperacusia relativa, ma che non diviene per ciò un’orecchia direttrice.
Abbiamo allora pensato che ci trovassimo in presenza di una modificazione profonda del circuito audizione-fonazione, e che era in tale perturbazione che rischiavamo di avere la spiegazione dell’insieme dei disturbi del ritmo.
Possiamo facilmente mettere in evidenza tale anomalia su due schemi assai semplici.

Fig. 8 — Itinerario normale del circuito audizione-fonazione: orecchio direttore → centro uditivo sinistro → centro motorio sinistro → muscolatura della fonazione → tragitto aereo bocca-orecchio direttore.
Normalmente, il circuito audizione-fonazione utilizza il seguente itinerario (fig. 8):
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orecchio direttore (che supporremo essere l’orecchio destro per semplificare l’esposizione);
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centro uditivo sinistro;
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centro motorio sinistro;
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muscolatura della fonazione;
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e tragitto aereo bocca-orecchio direttore.

Fig. 9 — Itinerario perturbato dopo soppressione dell’orecchio direttore: la via d’entrata passa per l’orecchio opposto e richiede un trasferimento transcerebrale supplementare.
Se, per qualunque ragione, l’orecchio direttore è soppresso, l’orecchio opposto (orecchio sinistro nel nostro esempio) diviene la via d’entrata del nostro nuovo circuito, che andrà a comprendere le seguenti tappe (fig. 9):
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orecchio sinistro;
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cervello sinistro al livello del centro uditivo destro;
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cervello sinistro al livello del centro uditivo sinistro;
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centro motorio sinistro;
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muscolatura della fonazione;
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e infine tragitto bocca e orecchio sinistro.
Si constata che in tale secondo tragitto, più complesso, appare immediatamente un elemento di ritardo assai importante, che abbiamo chiamato il «trasferimento transcerebrale».
Abbiamo potuto misurare tale trasferimento transcerebrale. Può variare tra 1/5 e 1/40e di secondo secondo gli individui, ma resta specifico per ciascun individuo.
Quando la durata di tale trasferimento è compresa tra 1/10 e 1/20e di secondo, con un massimo a 1/15e di secondo, il soggetto è sempre un balbuziente.
Si vede dunque che non tutti gli individui sono necessariamente balbuzienti se la loro audizione direttrice è compromessa. Due condizioni si rivelano indispensabili:
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la perdita dell’audizione direttrice;
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un trasferimento transcerebrale dell’ordine di 1/15e di secondo.
Ora, 1/15e di secondo è grossolanamente la durata media della sillaba francese. Anche si comprende meglio da un lato il raddoppiamento della sillaba per recuperare tale ritardo e, dall’altro, il fenomeno di ripetizioni che sfugge al controllo della corteccia sinistra.
Tale valore di 1/15e di secondo, quasi specifico della balbuzie, spiega la sparizione dell’intoppo allorché si impone un rallentamento della parola, sia artificialmente imponendo una bradilalia (*), sia normalmente in tutte le forme di linguaggio che aumentano il ritmo in durata, come è il caso della frase cantata.
È parimenti nella costante di tale valore di 1/15e di secondo che si può vedere un soggetto balbettare in francese e non in inglese, per esempio, essendo il valore medio della sillaba inglese di 1/20e di secondo.
Notiamo, di sfuggita, che il flusso di un racconto appreso a memoria si fa senza disagio presso il balbuziente, ché il comando della fonazione si fa direttamente senza necessità del controllo uditivo.
Al di fuori di tali limiti felicemente assai elettivi, i ritardi dovuti al trasferimento transcerebrale si vedranno bloccati da «ehm» più o meno prolungati, che si ripetono a intervalli più o meno distanziati, o da una bradilalia più o meno importante.
Insomma, tale ritardo realizza un vero «delayed feedback» fisiologico.
Clinicamente i disturbi acuti della fonazione, incontrati presso i soggetti colpiti da otite acuta che verte sull’orecchio direttore, vengono a rinforzare tale ipotesi.
Personalmente, abbiamo constatato due balbuzie importanti nel corso di otiti, disturbi che dovevano sparire a misura che l’orecchio direttore riprendeva le proprie funzioni.
Si concepisce, di sfuggita, il pericolo di una perdita uditiva sull’orecchio direttore, ch’essa sia imputabile a cure insufficienti, o ch’essa sia consecutiva ad atti traumatizzanti come possono essere le paracentesi.
L’elemento più importante, se non la prova, che ci ha fatto propendere a favore di tale ipotesi è la sparizione quasi immediata di tutti i disturbi fonatori sin dalla rimessa in moto del circuito normale. Ce ne serviamo regolarmente con successo nel trattamento della balbuzie.
A fianco di tali casi legati a un’ipoacusia relativa e che rappresentano il 90% dei casi, ne esistono un certo numero che l’audiometria semplice non consente di rilevare, ma che hanno un grosso disturbo di selettività uditiva. Avremo a ritornarvi più oltre.
Infine, un terzo gruppo riunisce i soggetti la cui destralità non è evidente, come presso i bidestri. L’orecchio direttore è allora meno definito.
I disturbi del timbro
a) Sordità professionale dei cantanti.
È ancora ai professionisti della voce, e segnatamente ai cantanti, che dobbiamo di aver pensato alla possibilità di un auto-traumatismo sonoro, dopo aver analizzato quantitativamente le voci di tutti i cantanti esaminati.
L’importanza dell’energia sonora che essi possono dispiegare non ha mancato di sorprenderci, tanto più che eravamo partiti su dati classici ma falsi, che limitavano i massimi a intensità dell’ordine di 80 dB. Ora, a un metro, distanza che abbiamo adottato come riferimento, abbiamo incontrato facilmente 100, 110 e sino a 120 dB.
È logico pensare che un individuo sottoposto a una tale intensità, per più ore al giorno, possa vedere installarsi una sordità traumatica capo di un tempo più o meno lungo.
Ne riportiamo qui alcuni casi tipici che paragoniamo a quelli di operai che lavorano presso motori d’aerei per una durata equivalente.
Essi possono illustrare gli uni e gli altri, come si vede, i quattro stadi di sordità professionale (fig. 10, 11, 12 e 13).

Fig. 10 a Fig. 13 — Quattro stadi della sordità professionale, paragonando cantanti e operai di motori d’aerei; avvio a 4000 c/s poi estensione verso i suoni acuti e i suoni gravi.
Si constata che presso tali cantanti, si installa una sordità, tipo sordità professionale, che parte dalla frequenza 4000 c/s e si distende poi verso i suoni acuti, poi i suoni gravi, proprio come presso i soggetti esposti ai rumori.
In altri termini, e insistiamo del tutto particolarmente su tale punto, i cantanti distruggono la propria audizione mediante la propria intensità sonora, fenomeno le cui conseguenze sono assai gravi.
b) Scotomi (*) uditivi e scotomi vocali.
In effetti, le conseguenze sono gravi, ché tale perdita uditiva che verte selettivamente sui suoni acuti si traduce in uno scotoma a V che va accentuandosi, come abbiamo l’abitudine di constatare nelle sordità professionali, mentre appaiono, per altro verso, i disturbi della voce.
Per identificare tali ultimi disturbi, abbiamo praticato un’analisi spettrale mediante scansione di un tubo catodico che descrive in ascisse le frequenze in ordinate, la loro intensità relativa. Assai rapidamente abbiamo constatato un fenomeno fondamentale: lo scotoma uditivo si traduce nell’apparizione di uno scotoma sullo spettro vocale.
Possiamo dedurne che la distruzione di una voce non è legata, come si crede, a un’usura, a una distruzione della laringe, ma a una diminuzione del campo uditivo, essendo i fenomeni di sofferenze laringee secondari.
In effetti, perché un cantante possa ottenere tale risonanza alta che incessantemente ricerca, gli occorre assolutamente un’audizione perfetta della banda che si estende oltre 2000 c/s. Non appena perde tale possibilità, la sua voce «passa in gola» e i suoni detti laringei sono spinti e forzati. Alla partenza, il cantante usa delle possibilità risonanziali, vale a dire di onde stazionarie facili da alimentare senza energia muscolare considerevole. Al contrario, i suoni di gola, a grossi appoggi laringei, esigono un dispendio fisico importante e si rivelano traumatizzanti per la laringe.
La perdita progressiva dell’audizione dei suoni acuti comporta disturbi dell’emissione, tanto più rapidamente in quanto il registro impone l’utilizzazione delle gamme elevate. Così, i tenori sono i primi colpiti e, non appena lo scotoma giunge a 2000 c/s, la carriera del cantante è seriamente compromessa. Per contro, si sa che una voce beneficia di una durata tanto più lunga in quanto è più bassa. Nondimeno è meno ricca di armoniche elevate, è più bianca.
Senza legarsi specialmente ai cantanti, si può rilevare agevolmente che la voce si aggrava a misura che la presbiacusia avanza, in altri termini a misura che l’individuo prende età.
In sintesi, si può dire che un soggetto non emette se non i suoni che è capace di udire.
La selettività uditiva
Tale ultima conclusione è ancora troppo vasta e merita che vi si soffermi. Se è vero che un individuo non riproduce più i suoni che non ode più, non riproduce, per ciò, tutti quelli che ode.
Ecco perché abbiamo ricercato ciò che abbiamo chiamato la selettività uditiva, vale a dire la facoltà che possiede un orecchio di percepire una variazione di frequenza all’interno dello spettro sonoro e di situare il senso della variazione.
Abbiamo utilizzato i procedimenti di ricerca seguenti:
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ora facendo passare suoni che partono dagli acuti verso i gravi, e domandando all’individuo a partire da quando il suono cambia;
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ora inviando due rumori a scarti variabili e ad altezze differenti;
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meglio ancora, offrendo al soggetto, grazie a una serie di filtri, la scelta di regolare egli stesso il proprio modo d’audizione preferito.
Abbiamo allora ottenuto risultati sorprendenti quanto alla loro portata teorica.
In effetti, per quanto concerne la selettività uditiva, esiste un’orecchia ben definita per i tenori, per i baritoni e i bassi, donde emana una teoria dei registri che corrobora i risultati anteriori.
Per di più, esiste un’audizione razziale sulla quale, ahimè, non possiamo soffermarci, ma sulla quale speriamo di ritornare prossimamente.
Alcuni esempi basteranno per mostrare tutta la portata di tali fenomeni.
L’orecchio italiano è un’orecchia assai povera. La selettività si inscrive tra 2000 e 4000 c/s (fig. 14). È nulla tra 1000 e 2000 c/s, mentre l’orecchio francese è, al contrario, assai limitato tra 1000 e 2000 c/s (fig. 15). Ne vedremo sperimentalmente le conseguenze. Per esempio, l’apparizione straordinaria delle nasali per quanto concerne l’orecchio francese.
I Russi, per contro, hanno una selettività assai distesa, con un’affinità maggiore verso i gravi (fig. 16). La loro voce è larga e calda. Per di più, tale banda uditiva assai estesa, contrariamente al caso dei Francesi e degli Italiani, consente loro di percepire tutte le consonanti e, di conseguenza, di registrarle. Si sa, in effetti, con quale facilità Russi apprendano le lingue straniere. Tale fenomeno è dovuto semplicemente alla loro grande permeabilità uditiva.

Fig. 14, Fig. 15 e Fig. 16 — Selettività uditiva paragonata: orecchio italiano (2000-4000 c/s), orecchio francese (assai limitato 1000-2000 c/s), orecchio russo (assai disteso, affinità verso i gravi).
Conclusione. — Audiometria obiettiva
Da tali dati teorici e sperimentali, si possono dispiegare elementi pratici considerevoli. Effettivamente, abbiamo studiato, da più di un anno, un’audiometria obiettiva, senza partecipazione reale del soggetto esaminato, senza che si abbia a curarsi delle sue risposte. Essa è unicamente basata sulle constatazioni sperimentali precedenti.
Ecco come procediamo:
Il soggetto è collocato davanti a un microfono (M) come mostra la figura 17. Tale microfono è collegato a un analizzatore (An) a scansione ultra-rapida automatica a banda assai distesa grazie a una sovrapposizione di cinque linee che consente l’analisi spettrale del suono da 0 a 10000 c/s o 20000 c/s su 50 cm.
Tale medesimo microfono consente poi di attaccare un amplificatore (Am) e più vie ci sono allora offerte:
1° Mediante il tragitto I, l’individuo riceve immediatamente la propria voce normale e può così controllarla;
2° Mediante il tragitto II, la voce amplificata può, secondo comando, passare:
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ora mediante un filtro passa-basso, variabile dall’infinito a zero;
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ora mediante un filtro passa-banda, variabile in distensione e in altezza;
3° Mediante il tragitto III infine, la voce è mescolata a un rumore di fondo, tipo rumore bianco, che può essere dosato in intensità (in decibel) e, in surplus, limitato nelle sue dimensioni di distensione grazie ai passaggi nel gioco dei filtri passa-basso, passa-alto e passa-banda.

Fig. 17 — Schema dell’apparecchiatura di audiometria obiettiva: microfono (M) → analizzatore (An) a scansione ultra-rapida → amplificatore (Am) → tre tragitti: I (ritorno diretto), II (filtri passa-basso / passa-banda), III (miscuglio rumore bianco filtrato) → audiometro.
Così otteniamo i seguenti risultati:
1° Mediante il tragitto I, l’individuo parla normalmente davanti al microfono, controllandosi per mezzo degli auricolari. Otteniamo allora uno spettro d’inviluppo e abbiamo visto che sperimentalmente tale spettro s’inscrive nella curva d’inviluppo dello spettro uditivo dell’individuo;
2° Mediante il tragitto II, utilizzando il filtro passa-basso, tagliamo tutti gli acuti ad altezza variabile e constatiamo la compressione dello spettro sonoro nei limiti imposti. Lo stesso per il filtro passa-alto. Nei due casi, si nota che, per certe zone, l’individuo non perviene più a saturare le bande offerte. Siamo allora in una zona ch’egli non percepisce più. Infine, grazie alla banda passante che si può ridurre o aprire a volontà e che si può far scivolare su tutto il tragitto dello spettro uditivo normale, si constata che lo spettro vocale segue la medesima banda passante imposta all’audizione e, ogni volta che un buco si rivela sullo spettro sonoro del tubo catodico, ritroviamo il buco uditivo. Tale risultato conferma sempre il precedente.
3° Mediante il tragitto III, si può ottenere un’altra prova per mezzo di generatore di rumore bianco. Si invia, nell’audizione del soggetto, un rumore di fondo progressivo. A un dato momento, si constata che lo spettro vocale aumenta in intensità, e ciò in modo globale per tutte le frequenze. Abbiamo allora raggiunto la soglia d’audizione. Da tale momento, il soggetto parla più forte, ma offre sempre uno spettro vocale d’andamento identico, ossia senza modificazione di timbro. Si aumenta allora una parte dello spettro del rumore bianco iniettato, che verte per esempio sulla banda 0-1000 c/s. Si vede lo spettro vocale fare una traslazione verso i suoni acuti. L’individuo si mette a parlare più forte e a cambiare di timbro. È un fenomeno di Lombard positivo.
Possiamo poi distendere progressivamente il nostro spettro iniettato verso gli acuti. Capo di un certo limite, 4000 c/s per esempio, l’individuo è incapace di andare oltre. A tale momento, siamo al limite superiore della sua audizione dei suoni acuti.
Si può così conoscere, all’insaputa del soggetto, la distensione della propria audizione e realizzare una vera audiometria obiettiva, mediante contro-reazione audizione-fonazione.
Si vede dunque, dalle alcune righe di tale esposizione, la parte essenziale che svolge l’audizione sulla fonazione, e le conseguenze importanti di tali relazioni, che non avremo potuto che riassumere in tale articolo.
(*) 78, avenue Raymond-Poincaré, Parigi (16°).
(*) Bradilalia: rallentamento della parola.
(*) Scotomi: buchi.
Fonte: Tomatis A., «Audiométrie objective: résultats des contre-réactions phonation-audition», estratto dal Journal Français d’Oto-Rhino-Laryngologie (J.F.O.R.L.), tomo VI, n. 3, maggio-giugno 1957, pp. 379-391 (tredici pagine, diciassette figure). Imprimerie R. Gauthier, 35 rue Viala — Lione. Documento digitalizzato proveniente dagli archivi personali di Alfred Tomatis.