La balbuzie
La balbuzie — Saggi di ricerca sulla sua patogenesi (1955)
Tiratura a parte. Articolo del dott. Alfred A. Tomatis*, all’epoca Direttore aggiunto di un laboratorio di ricerche affiliato al CNRS, apparso nel* giugno 1955*.*
La Balbuzie — Saggi di ricerca sulla sua patogenesi. Articolo fondatore, anteriore alla messa a punto dell’Orecchio Elettronico, in cui Tomatis stabilisce già la nozione di orecchio direttore e il ruolo del circuito cocleo-fonatorio nella genesi della balbuzie.
Preambolo
«Non vi sarebbe un’anomalia uditiva che potesse spiegare la balbuzie?» — tale era il problema che ci sottometteva il nostro maestro, signor dott. Tarneau, all’indomani di una dimostrazione che ci fece il dott. Dupoirieux sulla prova del delayed feedback, che metteva in evidenza l’importanza del circuito audizione-fonazione.
Tale problema, assai interessante, esigeva d’emblée la possibilità di esaminare una serie importante di soggetti colpiti da balbuzie. È, sempre sotto la protezione benevola del dott. Tarneau, che abbiamo potuto introdurci alla consultazione del Servizio di rieducazione dell’Ospedale Saint-Michel, in cui il nostro compito fu facilitato dalla sig.na Dinville, che dirige tale servizio.
Le conclusioni che seguiranno vertono attualmente su un primo gruppo di cinquanta balbuzienti di cui trenta appartengono al servizio della sig.na Dinville.
I. Nozioni generali sulla balbuzie
La balbuzie è universalmente ammessa come un disturbo della parola dovuto a uno stato nervoso più o meno accentuato — una nevrosi della parola che appare il più sovente nell’infanzia, sin dalla primissima età.
Tale disturbo, estremamente penoso per il balbuziente, comporta un comportamento particolare in cui si manifestano l’angoscia di parlare e il timore del ridicolo che provoca. Si concepisce agevolmente l’importanza di tale nevrosi sul comportamento sociale del balbuziente, che sarà legato in modo assai stretto al riverbero permanente sul suo psichismo.
Statistiche
Frequenza: la balbuzie si incontra in tutte le parti del mondo, ma con una frequenza più marcata nelle nazioni colte. A Praga, Seeman nota lo 0,80% di balbuzienti in età prescolare; a Vienna, Czell riporta la cifra dello 0,68%. Per i bambini balbuzienti in età scolare, le cifre sono dell'1,1% per Londra e dell'1,52% per New York.
Età: è tra 3 e 5 anni che appare con la massima frequenza la balbuzie, e nella proporzione del 40% secondo Seeman. È dunque, lo si vede, soprattutto in età prescolare che tale disturbo si scopre. La ripartizione in seguito si fa grosso modo in modo decrescente, dall’inizio dell’età scolare alla pubertà.
Sesso: tutte le statistiche — e sono assai numerose — rivelano in modo assai netto la preponderanza del sesso maschile. Per Hulders, Van der Meer, Westergaard, Van Lierde e Reids, si deve considerare un rapporto di 80 ragazzi per 20 ragazze. Per Froeschels, 66/33; per Sittig, 74/26; per Kadoleczy, 77/23. Che tale rapporto sia di 3/1 o di 8/1, il sesso maschile prevale sempre. La spiegazione della predisposizione alla balbuzie del sesso maschile è rimasta oscura sino a oggi.
II. L’eziologia: una panoramica delle teorie
L’eziologia della balbuzie, nello stato attuale delle nostre conoscenze, resta estremamente incerta, e i tentativi di spiegazione fatti sino ai nostri giorni restano ancora nel campo delle ipotesi. Tutte tali teorie — siano esse di medici o di psicologi — mirano a spiegare l’origine della nevrosi della balbuzie. Come fa giustamente notare Seeman: la loro molteplicità è la migliore prova delle loro lacune.
Ecco le teorie più importanti, classificate da Trösler:
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Cause puramente somatiche: disturbi endocrini (Slave, Scripture), status thymolymphaticus (Bering), saturazione eccessiva in acido carbonico, iperacidità anormale.
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Cause dinamiche: spasmi delle corde vocali (Schultess, Arnott), insufficienza respiratoria (Klemm), lingua pesante (Malebranche), atassia degli organi fonatori, nevrosi spastica che colpisce la coordinazione dell’apparato fonatore (Kussmaul, Gutzmann), eccesso d’innervazione dei muscoli fonatori (R. Read), debole attitudine a parlare (Liebmann), atassia primitiva (Hoëpfner), sproporzione tra la parola e il pensiero (Goloubieff, Blume, Gutzmann, Sittig, Froeschels, Liebmann).
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Cause funzionali psicogene: attenzione esagerata sulle consonanti (Stein), lalofobia analoga all’idrofobia (Schultess, Schenk), influenza delle emozioni ansiose rimosse (Frey, Lau), psicosi d’ansia (de Brie), concezioni combinate (Kadoleczy, Froeschels, Hoëpfner).
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Teorie moraleggianti: tendenza a dissimulare la propria vita interiore, nevrosi del martirismo (Aronsohn), conflitto tra il bisogno di farsi valere e lo scoraggiamento (Appelt), conflitto tra le esigenze insoddisfatte e la tendenza a isolarsi (Schneider) — teorie psicanalitiche: vissuto non metabolizzato, influenza del complesso di Edipo.
Si può parimenti menzionare la classificazione proposta da Missiouri nel 1945:
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Teorie dello sviluppo: la balbuzie si spiega con l’influenza di modalità speciali durante lo sviluppo della parola. I balbuzienti non presentano alcuna anomalia costituzionale o psichica.
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Teorie di disfemia: la balbuzie è un sintomo marcato di un disturbo organico costituzionale che si basa su una base ereditaria, con modificazioni neurofisiologiche e biochimiche.
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Teorie di nevrosi: la balbuzie sarebbe la manifestazione di uno stato psico-neuropatico — dunque lo stigma di un disturbo dell’accomodazione emotiva, chiamato in inglese «emotional maladjustment».
Il caso particolare dei mancini
Più autori si sono soffermati sui mancini, che meritano un’attenzione tutta speciale. Effettivamente, i disturbi della fonazione sono particolarmente numerosi presso i mancini — senza che si tratti necessariamente di balbuzie. Nondimeno, le prime statistiche stabilite da Sirobel, Sole e Stier riportano cifre oscillanti tra il 6,6 e l'8,5% di balbuzienti presso i mancini.
È classico ora ammettere che i mancini non devono in alcun caso essere contrariati nell’utilizzazione dei propri movimenti, pena vedere apparire più o meno rapidamente una balbuzie, o quanto meno un disturbo della parola. Così, i mancini che si rieducano esigendo l’utilizzazione della mano destra in permanenza andranno assai rapidamente a provare disagio a parlare, poi non tardano a trovarsi alle prese con difficoltà crescenti che possono andare sino alla balbuzie. Tutto si arresta non appena cessa la rieducazione forzata.
La spiegazione di tale predisposizione alla balbuzie che offrono i mancini resta ancora da trovare. Strier, Slosse, Siemens, Burr, Bayley, Kelson, Thomas Clark la spiegano con una lotta che interverrebbe tra i loro centri fonatori sinistro e destro.
III. Studio clinico
La balbuzie si manifesta con un disturbo che appare sin dall’inizio della fonazione, fatto di spasmi più o meno accentuati secondo l’intensità dell’attacco del disturbo — potendo andare sino al blocco della parola.
Tali spasmi sono fatti di movimenti disordinati, clonici o tonici, che hanno sede al livello dei muscoli dell’articolazione, della fonazione o della respirazione:
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la forma clonica è quella che obbliga il balbuziente a ripetere sillabe o parole;
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la forma tonica si caratterizza per la difficoltà che ha il balbuziente ad avviare su certe sillabe, o a lasciarla per passare alla sillaba seguente.
La sintomatologia può scindersi schematicamente in due: da un lato, i sintomi somatici esteriori; dall’altro, i sintomi psichici interiori (Seeman). I sintomi somatici raggruppano i disturbi di sinergia tra gli organi respiratori, fonatori e articolatori. I sintomi psichici sono di un’importanza considerevole per le conseguenze ch’essi esercitano sul comportamento ulteriore del balbuziente. Il segno più frequente è la logofobia — vale a dire la paura di parlare — che farà del balbuziente un timido.
IV. La balbuzie artificiale: la prova del delayed feedback
Le esperienze di Bernard S. Lee, di John W. Black (Ohio State University) e di R. Azzi riprese davanti a noi dal dott. Dupoirieux vertono sul «delayed feedback» — la voce ritardata — per mezzo di un’apparecchiatura particolare dei Signal Corps Engineering Laboratories.
Descrizione della prova
L’apparecchiatura comprende un registratore munito di due testine magnetiche funzionanti simultaneamente: la prima consente la registrazione su filo; la seconda, in più, è lettrice e possiede la possibilità di spostarsi su una barra orizzontale calibrata — che consente di apprezzare immediatamente l’allontanamento delle due testine e, per ciò stesso, il ritardo ottenuto.
La prova si realizza nel modo seguente: il soggetto si pone davanti a un microfono a 80 centimetri; una cuffia d’ascolto gli rimanda la propria parola. Quando le due testine magnetiche sono accostate, nessun ritardo è percepito. Poi progressivamente, a piacere dell’operatore, uno scostamento si accresce a misura che la distanza tra le due testine aumenta. L’intensità d’ascolto è dell’ordine di 80 decibel.
Effetti
Il primo disturbo che appare in modo afferrante è il rallentamento del ritmo. Poi, assai rapidamente — quando il lettore sembra voler lottare contro la lentezza considerevole della propria elocuzione — appare un primo intoppo, poi un secondo; infine, se la prova si prosegue, una balbuzie s’installa, invincibile.
Per parte nostra, il dott. Dupoirieux ci fece subire tale prova: il disagio che ne abbiamo provato, malgrado lo sforzo che abbiamo fatto per non soccombervi, è stato tale che abbiamo balbettato per quasi cinque ore. Tutto sembrava svolgersi come se sussistesse un fenomeno di rimanenza. La prova ci era data del valore considerevole del circuito cocleo-fonatorio sul modo di elocuzione.
Statisticamente:
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I disturbi divengono assai importanti quando il ritardo imposto oscilla tra 0,10 e 0,20 secondi, e raggiungono un massimo verso 0,15 secondi.
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Per Lee come per Dupoirieux, la spiegazione dell’apparizione massima dei disturbi a tale livello di ritardo sarebbe legata alla durata media della sillaba — che per Lee è dell’ordine di 0,20 secondi (sillaba americana) e per Dupoirieux di 0,15 secondi (sillaba francese).
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Non tutti i soggetti sono colpiti parimenti: soltanto il 20% sbocca nella balbuzie completa, mentre presso gli altri non si osserva che un rallentamento più o meno marcato. Il 20% «colpito» comporta una forte maggioranza di uomini e di bambini. Le donne si rivelano più resistenti alla prova — il che conferma le osservazioni classiche sull’influenza del sesso.
V. Ipotesi e sperimentazioni
Il problema posto sin dalla partenza: non vi sarebbe possibilità di individualizzare un disturbo auricolare capace di esteriorizzare un fenomeno analogo a quello realizzato in occasione della dimostrazione della prova del ritardo?
Prima di ogni sperimentazione, e sin dalla conoscenza del problema posto, propendevamo a priori per un’anomalia organica capace di generare un ritardo uditivo della parola, dell’ordine di 0,10-0,20 secondi. Si presenterebbe sotto forma di una distorsione uditiva provocata ora da un’orecchia che udirebbe con un certo ritardo sulla seconda, ora da una sorta di «astigmatismo uditivo».
Esami audiometrici sistematici
Abbiamo cominciato col praticare esami audiometrici sistematici di ogni soggetto che accusasse una balbuzie più o meno accentuata. Su cinquanta casi (di cui trenta forniti dal servizio della sig.na Dinville all’ospedale Saint-Michel):
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I soggetti dell’ospedale Saint-Michel erano tutti destrimani; tra gli altri, soltanto quattro erano mancini.
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Tutti i destrimani hanno un’ipoacusia destra, senza eccezione.
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I quattro mancini hanno al contrario un’ipoacusia sinistra.
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Tale ipoacusia è relativa, di poca importanza, non apprezzabile all’esame semplice, e misconosciuta dagli individui stessi che non ne sembravano infastiditi. Essa colpisce più volentieri la zona conversazionale.
L’orecchio direttore
Tale anomalia bastava a spiegare il ritardo uditivo che ricercavamo? Eravamo tentati a crederlo. In effetti, in occasione di numerose esperienze praticate su cantanti professionisti, avevamo notato che ottenevamo — oltre a diversi disturbi — un rallentamento assai importante della linea melodica quando si provocava un traumatismo uditivo sull’orecchio destro presso i soggetti destrimani, sull’orecchio sinistro presso i mancini.
Avevamo inoltre notato che nessuna modificazione era osservata se il traumatismo verteva sull’orecchio opposto — vale a dire sull’orecchio sinistro presso i destrimani, o sull’orecchio destro presso i mancini. Ne avevamo dedotto allora che esisteva un’orecchia direttrice, come esiste un occhio direttore:
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l’orecchio destro, presso i destrimani;
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l’orecchio sinistro, presso i mancini.
L’abbagliamento di tale orecchio direttore mediante un suono puro (di 1900 o 2000 cicli/secondo, a 100 decibel per una durata di 60 secondi in media) provoca un traumatismo uditivo sufficiente a modificare la curva audiometrica per un tempo che varia da un minuto a una quindicina di minuti. Come era da prevedere, abbiamo ottenuto immediatamente un rallentamento della parola. E non appena il soggetto si sforzava di lottare contro tale rallentamento, appariva una balbuzie caratterizzata, identica a quella ottenuta con l’apparecchiatura del delayed feedback.
VI. Il «trasferimento transcerebrale»
Per maggior comprensione, schematizziamo il circuito cocleo-fonatorio normale. Il suono emesso all’atto della parola perviene all’orecchio direttore; di lì è diretto verso il cervello opposto, sino a un centro uditivo vicino al centro fonatore. Una volta terminato il controllo, l’influsso nervoso si dirige verso gli organi fonatori.
Nel caso in cui l’orecchio direttore non sia utilizzato per regolare il controllo fonatorio, tale controllo cade allora sotto la dipendenza dell’orecchio opposto — vale a dire, per esempio presso il destrimano, dell’orecchio sinistro. Il suono perviene all’orecchio sinistro, è condotto al cervello destro, al livello del centro uditivo d’intelletto. Una volta terminato il controllo, deve pervenire al centro fonatore sinistro (lato motorio), a partire dal quale il processo si prosegue in direzione degli organi fonatori.
La differenza essenziale tra i due processi considerati risiede nel «trasferimento transcerebrale» del controllo uditivo sul centro fonatore opposto. Sia che lo faccia direttamente (orecchio direttore destro, mediante il cervello sinistro); sia che vi sbocchi per il tramite del centro uditivo del cervello opposto. Tale tempo di «trasferimento transcerebrale» sembrava dover essere un disturbo organico sufficiente a spiegare il ritardo dell’audizione sulla parola.
Misura del trasferimento
Per misurarlo, abbiamo proceduto nel modo seguente:
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Anzitutto, facendo leggere un testo definito di cui si conosce il numero di sillabe, senza apportare alcuna perturbazione uditiva; se ne cronometra la durata.
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Poi, si neutralizza l’orecchio direttore ottenendo un rallentamento di cui si può calcolare il valore.
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Conoscendo quest’ultimo valore, basta imprimere all’orecchio direttore un ritardo sufficiente per ottenere il medesimo rallentamento nel flusso della parola: tale ritardo è quello che corrisponde al tempo del trasferimento cerebrale.
Tale misura è facile e rapida da ottenere; non necessita praticamente di alcuna apparecchiatura speciale. L’ultimo tempo — quello del delayed feedback, in effetti, che verte sull’orecchio direttore — lo abbiamo ricercato per mezzo di un lungo tubo da giardino di 110 metri, non avendo potuto procurarci l’apparecchiatura Bernard S. Lee; perforazioni laterali erano praticate lungo tutto il tubo, in modo da realizzare i tempi di ritardo desiderati.
Risultati
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Quando il tempo di latenza resta inferiore a 1/10 di secondo, il soggetto — cui si impone un’inversione auricolare — diviene un bradilalico balbettatore. Andrà a parlare lentamente, cercando le proprie parole in un balbettio imbarazzato.
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Quando il tempo di latenza è compreso tra 1/10 e 1/20 di secondo, il soggetto sottoposto alla prova riproduce il balbuziente — apparendo tale fenomeno con un massimo di nitidezza quando il ritardo imposto è di 1/15 di secondo.
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Quando il ritardo oltrepassa 1/20 di secondo, il soggetto diviene un bradilalico, che resta assai differente dal bradilalico balbettatore. Effettivamente, i soggetti di quest’ultimo gruppo parlano con un ritmo rallentato ma omogeneo, senza esitazione. E quando si prolunga la prova, imponendo un ritardo dell’ordine di 1/8 di secondo, l’elocuzione sembra migliorarsi per l’ascoltatore — la voce diviene più sfumata, dando il soggetto l’impressione di parlare come nell’eco di una grande sala.
Tali risultati sono interessanti ché mettono in rilievo in modo afferrante il fattore personale e individuale nella genesi della balbuzie. Non vi è dunque che una proporzione relativamente ristretta che — messa nelle condizioni di un delayed feedback fisiologico — realizza il quadro del balbuziente tipico.
VII. Implicazioni
La messa in evidenza di tale trasferimento «transcerebrale» consente, in larga misura quanto meno, di spiegare l’eziologia della balbuzie. La nostra opinione è che esista — quanto meno nei casi che abbiamo incontrato nel corso di tale lavoro — un’origine organica capace da sola di spiegare la balbuzie. Riprendendo i lavori anteriori, l’esistenza del disturbo auricolare descritto pare apportare soluzioni plausibili a più enigmi:
L’influenza dell’età
Lo abbiamo visto, è con un massimo di frequenza che la balbuzie appare tra 3 e 5 anni. È l’età in cui la parola assume un gran posto nella vita del bambino, in cui il suo circuito audizione-fonazione è ancora assai fragile. È l’età parimenti in cui il bambino presenta con un massimo di frequenza affezioni del proprio orecchio — non lasciando per ogni sequela che un disturbo sovente poco importante nel circuito cocleo-fonatorio.
Personalmente, abbiamo avuto l’occasione di esaminare una bambina colpita da otite sierosa che ha presentato una balbuzie spettacolare a seguito di tale affezione — balbuzie che è sparita al contempo che guariva l’otite.
L’influenza del sesso
La resistenza alla balbuzie sperimentale era già una spiegazione della sproporzione statistica che esiste tra la balbuzie presso l’uomo e presso la donna. Rammentiamo che grosso modo si ammette una proporzione variante secondo gli autori dal 5 all'8 contro 1.
Abbiamo studiato spettrograficamente la voce parlata femminile. Contrariamente alla voce maschile, lo spettro di una voce femminile è assai ricco di armoniche elevate, in una larga banda che oltrepassa 2000 cicli/secondo. Ora — lo abbiamo già constatato studiando tale fenomeno presso il cantante — la presenza di un fascio di armoniche che ha sede al di là di 2000 cicli/secondo rende il controllo uditivo possibile mediante conduzione ossea. Ciò che potrebbe essere, presso la donna, un meccanismo di compensazione di fronte all’eventuale fragilità del circuito cocleo-fonatorio aereo.
Conclusione
Tale comunicazione non è che una prima tappa. Essa apporta elementi di risposta a un problema antico, proponendo un’ipotesi organicamente fondata della balbuzie a partire da un’anomalia uditiva sottile dell’orecchio direttore — anomalia che, perturbando il circuito cocleo-fonatorio, produce un effetto equivalente a quello del delayed feedback sperimentale.
L’orecchio direttore, di cui stabiliamo qui la nozione, apre un campo di ricerche esteso. Esso invita a riprendere lo studio delle dis-lateralità, dei disturbi del linguaggio, delle carenze della comunicazione — sotto l’angolo di un meccanismo cibernetico preciso la cui perturbazione basta a rendere conto di quadri clinici sin’ora considerati come puramente nevrotici.
Le conseguenze terapeutiche di tale scoperta formeranno l’oggetto di comunicazioni ulteriori. Diciamo soltanto, sin d’ora, che la rieducazione del balbuziente mediante l’orecchio — e più precisamente mediante un lavoro specifico sull’orecchio direttore — pare imporsi come la via più fondata scientificamente per affrontare tale disturbo che ha tanto resistito agli approcci classici.
— Dott. Alfred A. Tomatis. Tiratura a parte, giugno 1955.